De Meis, il medico hegeliano che denunciò i pericoli del darwinismo

 

In una fase in cui l'evoluzionismo darwiniano stava diventando la chiave di volta del sapere contemporaneo, l'oscuro Dottor De Meis, accanito lettore di Hegel, espresse alcuni inquietanti dubbi sulle conseguenze deresponsabilizzanti della nuova concezione del mondo. 

 

 

Tra gli infiniti tesori della filosofia e dell'idealismo italiani, uno dei diversi nomi che ci siamo persi per strada è quello del teatino Angelo Camillo De Meis (1817-1891). Medico, liberale quarantottino, hegeliano. Sebbene a un primo sguardo egli possa essere facilmente etichettato come uno "spaventiano qualunque", tra i tanti epigoni dell'hegelismo risorgimentale che perciò non si distinse per particolari originalità e incidenza (gli stessi Croce e Gentile si pronunciarono negativamente sul suo conto), la sua biografia intellettuale colpisce perché vi si può scorgere uno dei più ostinati tentativi di costruire la scienza medica, prima, e le scienze naturali in generale, poi, su basi hegeliane. E ciò non limitandosi a offrire una interpretazione metafisico-idealistica che fungesse da cornice ai nuovi dati sperimentali delle scienze positive (operazione che per certi versi in quegli stessi anni stava portando avanti il germano-statunitense John Bernhard Stallo), ma addirittura ricavando dai concetti della Naturphilosophie hegeliana precise conclusioni applicative e terapeutiche: è il caso del Saggio sintetico sopra l'asse cerebro-spinale (1843) e la Teoria dell'ascoltazione (1850).

Quale che sia il giudizio finale sui risultati e sul lascito di queste sue ricerche (secondo Spaventa viziate dal tradimento della netta distinzione hegeliana tra logica e natura), non si può dire che De Meis fosse uno sprovveduto teoreta che tentava di inoltrarsi nell'ingarbugliato campo dell'empiria privo degli strumenti adatti: al contrario, egli partiva dal naturalismo della sua formazione scientifica e, rilevando l'impossibilità per i saperi particolari di dar conto della totalità che analizzano e da cui astraggono, volle elevarsi alla filosofia e all'"ideorealismo", termine che preferiva a "idealismo".

 

« La filosofia non sta nella cognizione delle parti, ma nel tutto; non nella conoscenza, esatta al possibile, di questa o quella cosa, ma nella conoscenza perfetta, assoluta, assolutissima di tutte le cose. [...] Essa è la scienza, tutta la scienza. » (Dopo la laurea, p. 379)

« [Voi scienziati] sapete le cose, non sapete quello che le cose, che sapete, sono [...] perché impossibile è dire quello che è una cosa staccatamente; per poter dire questo, bisogna sapere cosa è il sistema a cui quella cosa appartiene. » (I Naturalisti, pp. 54-55)

 

Alcune fonti asseriscono che quando era in esilio a Parigi fu assistente di Claude Bernard, il fondatore della medicina sperimentale. Successivamente insegnò fisiologia presso l'Università di Modena e al termine della sua travagliata carriera divenne Professore di Storia della medicina a Bologna: fu qui che si dedicò, fino alla morte, ad una solitaria e per certi aspetti tormentata meditazione delle categorie fondamentali della natura e delle scienze del suo tempo, lette attraverso la lente della storia della filosofia: unica disciplina a suo avviso in grado di restituire il senso delle diverse teorie e delle singole scoperte, perché capace di connetterle in una trama di svolgimento unitaria.

 

 

In un discorso pronunciato all'inizio dell'anno accademico 1886-87, Darwin e la scienza moderna, è possibile apprezzare l'applicazione di questo metodo alla "giovane" biologia evoluzionistica: "Darwin" non è solo uno scienziato, ma una vera e propria parola d'ordine che, dopo la dichiarata caduta di ogni metafisica, risulta utile a penetrare il segreto di tutte le scienze, da quelle fisiche a quelle antropologiche, giuridiche, storiche, culturali in senso lato. E qual è questo segreto? È presto detto: il caso, che sferza e determina i singoli; variandoli, selezionando le variazioni, mutando i contesti in cui esse risulteranno favorevoli o dannose.

 

« Tolta di mezzo la Metafisica, restava la Natura, puro fatto, senza ragione, senza alcuno intimo ed essenziale fondamento, tutta accidente. Restava la materia con le sue proprietà, con le sue attività, con le sue forze. Ma chi dirigerà coteste forze per trarne l'organismo formale del Cosmos, e poi da questo l'organismo funzionale della vita? Nessuno, l'accidente, il caso. » (Darwin e la scienza moderna, p. 33)

 

Ma è davvero, questa, una grande novità? « Cotesto, Signori, è già fatto da un pezzo »! Il darwinismo, agli occhi di De Meis, ha un significato storico che relativizza l'allure di sacralità proiettatagli dallo scienziato ignaro dei processi: esso non è che il ripresentarsi della concezione particolaristica, individualistica e atomistica di origine democritea e particolarmente in voga a cavallo tra Seicento e Settecento. Un ritorno che ad avviso del pensatore abruzzese è da imputarsi alla reazione anti-universalistica avvenuta dopo la morte di Hegel: è come se, raggiunta l'unità, il mondo e la storia, quasi per effetto di un contromovimento, abbiano voluto disgregarsi per ricominciare nuovamente il proprio ciclo.

 

« I più alti problemi della conoscenza, che tanto avevano affaticata la mente degli uomini, nella pienezza del tempo erano risoluti, e le opposizioni e le contrarietà conciliate. L'Universalismo non soffocava l'Individualismo; il Naturalismo dell'Antichità e la Teosofia del Medio Evo si abbracciavano nel vero Tempo Moderno; e, quel che a noi più importa, la Natura e la Ragione apparivano compenetrate e fuse in una profonda, assoluta unità. E se è così, Signori miei, non resta altro da fare. Or cosa è questo? È la conchiusione, è la fine del mondo. Ma il mondo si è difeso, e non ha voluto finire. Piuttosto ha preferito di rinunziare al pieno, assoluto possesso di sé, e ricominciar da capo. » (Darwin e la scienza moderna, p. 22)

 

 

In attesa che il ciclo si riconcluda, e l'armonia del mondo si compia ancora una volta in un ideorealismo di là da venire (in un'epoca in cui, secondo De Meis, si guarderà a Spaventa come ad un profeta), c'è da guardarsi, nel qui e nell'ora, dai pericoli della concezione darwiniana dell'universo e dell'uomo. Perché, se ogni cosa, compresi il pensiero e la volontà, è frutto del caso ed è determinato dagli istinti o ne costituisce una superfetazione, che ne sarà della responsabilità?

 

« L'uomo è libero in quanto determina sé stesso, ed opera per motivi superiori, che sono lui stesso, la sua propria natura; ed è l'universale che corregge il particolare. Ma una volta abolita la Metafisica, e che dalla scienza l'universale è scomparso, i particolari impulsi non hanno chi li diriga o li raffreni, e l'uomo non si determina più, è determinato. [...] Ond'è che se alcuno o ruba, o stupra, o ammazza, vuol dire che non poteva fare di meno. Niente è più logico di questo. E perciò, egregi Magistrati, che mi fate l'onore di starmi a udire, assolveteli pur tutti i malfattori. [...] Oggi nelle Corti di Giustizia d'altro non si sente a parlare che di forza irresistibile, e gli Avvocati si danno tutte le pene di provarle nei casi particolari. Ma è una fatica che si potrebbero benissimo risparmiare, perché quella c'è sempre, e si suppone. Difatti se la libertà non c'è, o chi volete che resista a un qualunque impulso passionale? A meno che non sia un altro impulso, come sarebbe la paura di essere scoperti e impiccati. [...] Non è dunque il caso di parlar di pazzia, di semi-pazzia, di sub-pazzia, e di manicomio come conchiusione; ben altra [...] è la via da tenere. Giacché se i malfattori sono innocenti, ei sono però altrettanto nocivi; per cui non c'è altro da fare che mettere la società al sicuro dalle loro intraprese. Ma non c'è ragione di maltrattarli per questo. Basterà custodirli in un palazzo ben arredato, con buon desinare e buona cena. E su questa via già ci siamo. Ma la meglio di tutte è di mandarli belli e assoluti alla forca, o per lo meno alla ghigliottina. È più economico, e più spicciativo. [...] Se non che è ormai riconosciuto che certi impulsi nocivi si annidano in una o in altra delle circonvoluzioni cerebrali. [...] In tal caso non si capisce perché si debba aspettare l'azione criminosa. » (Darwin e la scienza moderna, pp. 38-40)

Ora, di fronte a questi scenari, che possono apparire fantasiosi ma in effetti non sono poi così lontani dalle preoccupazioni contemporanee (si pensi ad esempio al "Precrimine" dei Minority Report di Dick e Spielberg), noi uomini del secondo millennio dovremmo chiederci: "A quale punto del ciclo siamo arrivati oggi?"; "Abbiamo già superato la imberbe (e imbelle) fase atomistica, o ci siamo dentro fino al collo?"; "E se stavolta, anziché superarla in un nuovo paradigma, l'approfondissimo fino al disastro irreparabile?". Sì, dovremmo chiederci questo. E al contempo rallegrarci di avere tra le nostre voci un "vecchio pazzo" (non ce ne voglia!) come De Meis – considerato dalla maggior parte di quei pochi che ne hanno notizia come un ferrovecchio appartenente a epoche dalla mentalità scientifica obsoleta – perché perlomeno ci costringe a porci certe domande.

 

18 ottobre 2019