La consulenza filosofica. Una missione entusiasmante per una professione da definire

 

Cos'è la consulenza filosofica? La filosofia può essere una professione? Tentativi di riflessione sull'argomento.

 

di Giulia Bertotto

 

 

Assistiamo ormai quotidianamente ad un’esplosione del “mercato filosofico”, con caffè filosofici, maratone, iniziative sociali, incontri a tema filosofico… questo perché c’è fame di quella linfa che sazia le menti e quieta i turbamenti. Anche perché la tecnologia ha rivivificato questioni morali, bioetiche: basti pensare alle nuove scoperte quantistiche sulla natura del tempo o sull’intelligenza artificiale e quel mistero che chiamiamo “coscienza”. L’uomo si è reso conto di sapere innumerevoli come che spiegano lo svolgersi delle cose, e di saperle perfino manipolare, ma di non conoscere nessun perché. La filosofia si studia negli ambienti accademici, si mostra nei musei, si trasforma in musica nelle canzoni, si sublima nella poesia; si discute nei pub, si ride nelle serie tv, perché la filosofia è l’habitat cognitivo dell’uomo. Le emozioni umane hanno sempre un respiro filosofico: il dolore contiene domande sull’universo e la gioia è un’estasi filosofica in quanto sentimento di amore. Ma può la filosofia coniugarsi in una professione vera e propria?

 

La Consulenza Filosofica (CF), è sicuramente una delle professioni più affascinanti ma anche più complesse, sia da svolgere, sia da spiegare, almeno tra quelle che emergono dal settore dei cosiddetti studi umanistici. Eppure, in modo beffardo rispetto a tutto il resto che la contraddistingue, ha una data di nascita precisa: nel 1981 in Germania, grazie al filosofo tedesco Gerd B. Achenbach con il nome di filosofia pratica.

Si diffonde poi in Austria, Svizzera, Francia e in Italia nel 1999 dove però è ancora avvolta da una nebulosa di critiche di metodo, polemiche di natura deontologica, o pressoché sconosciuta.

Tra i nomi più illustri ricordiamo Lou Marinoff, Peter B. Raabe, Ran Lahav, Umberto Galimberti e Neri Pollastri in Italia.

Lou Marinoff è uno dei maggiori esponenti di questa professione, autore canadese del celebre Platone è meglio del Prozac, attualmente professore associato di filosofia al City College di New York. Peter Raabe, canadese anche lui, il suo Teoria e pratica della consulenza filosofica è un testo irrinunciabile e ricchissimo del settore.

Ran Lahav è attivo dal 1992 in Israele nella scuola di Haifa e negli Stati Uniti, dove lavora sia con singoli individui che con gruppi. Nel 1994 ha organizzato la prima conferenza internazionale di filosofia pratica con il sopra citato Marinoff.

Umberto Galimberti è anche psicanalista, mentre Neri Pollastri ha aperto un centro di CF a Firenze e operato presso un centro di salute mentale. Ha inoltre insegnato la CF in numerose città italiane.

 

Che cos’è la Consulenza Filosofica?

Difficile dirlo, perché non è solo una conversazione e non è neppure una lezione, anche se può servirsi di strumenti pedagogici e didattici. Si tratta di un servizio sia privato, sia pubblico di ascolto empatico e dialogo con cui dovrebbe avvenire una qualche “sospensione del giudizio” da parte del consulente. Per ascolto empatico si intende una sensibilità emotiva e un'attenzione alla persona umana che si ha davanti e che non cerca di sostituirsi o di anticipare colui che ha di fronte.

Non è realistico pensarsi neutrali, ma a sospendere il giudizio, ci si può allenare; l'impegno che il consulente filosofico si assume è quello di non impartire lezioni su cosa il consultante dovrebbe pensare, ma essere ricettivo verso ciò che il consultante stesso vorrebbe chiarire nel proprio pensiero o riguardo a una certa questione. Non è un “arrovellarsi” insieme, ma l'aiuto a dispiegare ciò che appare come un “pensiero che gira su se stesso”.

La CF si rivolge all’essere umano e non al filosofo accademico, e neppure solo a individui con un alto titolo di studio. La CF non è un dibattito colto, o una disputa impari, ma un colloquio guidato dalla filosofia, cosicché non si cada troppo facilmente nel semplice scambio di opinioni, sicuramente piacevole, ma che non può certo dichiararsi una professione di aiuto. Utilizziamo qui l'espressione “professione di aiuto” in quanto la richiesta di un dialogo costruttivo deriva di solito da un momento esistenziale critico, da una fase di turbamento, o comunque da un'insoddisfazione denunciata dal consultante. E come queste ultime, la CF mette al centro del suo interesse il benessere della persona umana, focalizzandosi sulla dimensione del suo pensare. Perché il suo pensare si traduce nel suo relazionarsi, agire nella famiglia, nel lavoro, nella comunità sociale.

 

 

A chi è utile?

Prima di tutto, a tutti! La filosofia non è (o almeno non è solo) una vetta elitaria del pensiero, o un lusso. Pensiamoci bene. Durante il giorno ci capitano eventi, relazioni, scontri, dubbi che portano in se questioni filosofiche. Tutti siamo soggetti alle separazioni, alla morte, alla malattia, a perplessità etiche, e affrontarle non è certo una velleità intellettuale, ma un vincolo inevitabile!

La pratica filosofica può essere di grande utilità con gli adolescenti, i quali sono carichi di domande tragiche, o in situazioni di disagio profondo che si traduce in debolezza nella capacità di ragionamento metodico: per esempio nei penitenziari, negli ospedali, e nei centri di disintossicazione, dove occorrono altri orizzonti speculativi oltre quelli della psicoterapia che resta comunque essenziale.

 

A cosa serve.

La CF serve a stimolare il consultante a chiarire le proprie visioni e argomentazioni, se sono coerenti con le premesse che egli stesso ha posto in essere, con il suo stesso paradigma di vita. L’obiettivo è facilitare il consultante ad auto-interpretare le proprie posizioni e dubbi. Il consultante trova dal consulente uno spazio dove è il più possibile stimolato a chiarirsi con se stesso, e solo in seguito proverà ad orientarsi tra questioni complesse che intrecciano, emotività, società, etica. In tal modo la CF educa all’auto-esplicazione di sé.

E solo in un secondo momento può offrire chiavi di lettura alternative delle questioni sollevate dal consultante, le quali perciò possono essere da lui respinte o integrate.

Le nostre esperienze sono sempre anche esperienze concettuali che formano una concezione funzionale alla nostra sopravvivenza emotiva psichica e cognitivo-concettuale e la CF ritiene che tali esperienze concettuali siano di importanza capitale per il benessere di ciascuno e quindi dell'intera società umana.

 

Perché non è una terapia.

La CF non è una terapia perché non ha parametri che si rifanno alla salute clinica. Non è una terapia nei suoi metodi e nelle sue aspettative. Non individua “sintomi” e non somministra idee al posto delle pillole. Allo stesso tempo deve essere molto attenta ad identificare quelle richieste di ascolto che vanno immediatamente indirizzate ad uno psicanalista o psichiatra (e che eventualmente il consulente filosofico può continuare a seguire in accordo e sinergia con essi).

Tuttavia può essere una terapia nei suoi effetti, scrive anche Ran Lahav, in quanto vi sono effetti terapeutici in senso ampio: trasvalutazione di logiche, eventuale nuova lettura di dinamiche esistenziali, effetto di una rigenerazione della capacità di pensiero. Lo scopo non è quello di “alleggerire” delle questioni cruciali per il consultante, ma rileggerle sotto altre luci ermeneutiche.

Non è di questo avviso P.B. Raabe, secondo il quale non esistono elementi sufficientemente chiari per distinguere il consulente filosofico dallo psicoterapeuta, soprattutto per ciò che concerne la relazione consulente/consultante.

Ribadiamo perciò che non si presenta come una terapia perché non si basa su criteri di salute, più o meno sistematizzati. La CF, può essere proficua se accompagna una psicoterapia, ma non può sostituirla; la psicoterapia indaga gli aspetti emotivi anche laddove sembrano irrazionali, con i suoi strumenti e i suoi obiettivi. La CF non deve certo ignorare e meno che mai sottovalutare le dinamiche emotive, ma deve ricordare che il suo campo di riflessione non è il passato recondito del consultante, ma i suoi orizzonti presenti.

 

La CF e i contenuti filosofici.

La pratica filosofica è un metodo che insegna a ordinare convinzioni e pensieri e nel far questo può anche offrire contenuti “illuminanti”: la visione dell’universo infinito di Bruno, l’uscita dallo stato di minorità nel manifesto illuminista kantiano, il depotenziamento ontologico del male nella teodicea di Agostino d’Ippona, e ancora, la concezione della morte di Epicuro e la fiducia nella natura umana di Rousseau. Per i più “metafisici” l'esaltazione della morte quale nascita nirvanica in Cioran; non si deve aver paura di pensare fino al fondo del proprio “scandalo”. Il consulente filosofico deve essere capace di trasmettere queste conoscenze in modo fluido, semplice ma senza banalizzare o svilire, servendosi di una terminologia precisa, ma evitando che il suo registro diventi eccessivamente accademico.

 

 

Problemi e controversie che possono insorgere.

Oltre alle questioni squisitamente deontologiche che riguardano lo statuto, la definizione e la regolamentazione della professione, vi è quello della verifica delle competenze del consulente. Infatti, con una professione così giovane e dai limiti ambigui per sua natura, resta difficile valutare coloro che possiedono la sensibilità adatta, ma anche la tempra per non farsi “risucchiare” dalle vicissitudini del consultante. Si tratta di tutelare il consultante nei suoi diritti e nei suoi bisogni, ma anche di proteggere il consulente da un carico inappropriato alla sua preparazione e al suo percorso di studio. Infatti, ricordiamo che proprio per questo lo psicoterapeuta, è sempre seguito da una figura che supporta e verifica il suo stato di integrità e serenità, cioè il “supervisore”.

 

Una riflessione da consulente filosofico: il paradosso della filosofia.

Da quando ho memoria di me il mio pensiero è stato sempre “filosofico”, cioè una ricerca che incessantemente aspirava a funzionamenti universali. Non conosco altro modo di pensare, mi verrebbe da dire. La filosofia era il mio modo di avere presa cognitiva sugli eventi che vedevo intorno a me. Niente sembrava accadere solo a me senza coinvolgere le altre persone, ma anche le altre forme viventi e la logica degli eventi. La psicoterapia, che ho svolto per anni, è stata irrinunciabile, preziosa, lacerante e appassionante, e nessuna delle due avrebbe potuto nutrirmi senza l’altra, come di una stessa linfa materna, che si dà sia come affetto, sia come disciplina.

Mi permetto ora un’osservazione che è quasi un paradosso.

Tale paradosso sta nel fatto che si rivela così complicato dare avvio all’abilitazione di una figura che esiste da sempre: fin dal dialogo socratico l’uomo comunica con i suoi simili per dare senso e ricchezza alla sua visione del mondo.

Per quanto riguarda la distinzione tra filosofia e psicologia si può accennare ad un discorso in merito ai loro campi di azione. Dal punto di vista disciplinare mi spingo ad affermare che sia piuttosto la filosofia a inglobare la psicologia e non viceversa. E questa osservazione può essere corroborata anche dal fatto che la psicoanalisi è una disciplina neonata rispetto alla filosofia. Non si tratta di una ridefinizione cronologica o deontologica, ma di una riflessione ontologica.

Un esempio: la filosofia può includere la psicologia nei casi di lutto in quanto può offrire più risposte sia contenutistiche che nella qualità metafisica dei ragionamenti, in virtù di un tentativo di comprensione della morte e della perdita. La filosofia è l’unica disciplina umana che si identifica con il pensiero umano stesso, e non è una determinata materia soggetta all’autolimitazione dei suoi interessi focali. La filosofia comprende lo scibile umano tutto, la filosofia è pensiero totale, sia nei suoi temi, sia per la sua prospettiva.

La filosofia è l'intuito con cui tutti gli esseri umani possono pensare quelle categorie che in filosofia chiamiamo “gli universali”; potremmo visualizzarla come un sorta di olfatto interiore verso le tematiche esistenziali comuni a tutti, come ciò che riteniamo bene o male, che classifichiamo come giusto e ingiusto, che riteniamo essenziale o accidentale, libertà e necessità.

Insomma, è ontologicamente più naturale che la filosofia contenga la psicologia piuttosto che il contrario. Ma nonostante questo la filosofia è sfuggente nelle sue regole di realizzazione, quasi combatte con spirito eversivo il farsi professione.

 

3 aprile 2020

 








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