La finalità della detenzione

 

«La prigione è una fabbrica che trasforma gli uomini in animali. Le probabilità che uno esca peggiore di quando ci è entrato sono altissime» (Edward Bunker).

 

di Sara Baracchini

 

 

L’istituzione carceraria si è vista protagonista, nel susseguirsi degli anni, di una notevole evoluzione riguardo alla sua concezione. Ciononostante, continuano a persistere fondamentali fraintendimenti sul suo scopo reale.

Non è difficile pensare alle volte in cui, nella quotidianità, si sentono affermazioni come «spero che marcisca in galera»: malgrado non si considerino sbagliate, esse sono precisamente la manifestazione di tale distorsione.

 

Per poter comprendere a pieno l’influenza negativa che questo processo esercita sulla società è necessario illustrare anche il percorso di affermazione e sviluppo del carcere.

Sin dall’inizio, le carceri furono istituite per allontanare gli individui che rappresentavano una minaccia per la società, in modo da salvaguardarne l’incolumità. Ciò che mutò nel corso degli anni, invece, fu il metodo di approccio con i detenuti.

Fino al XVIII secolo, infatti, il carcere era considerato come un mezzo di reclusione e custodia, ma altresì come luogo di espiazione delle pene: la punizione dei reati era uno spettacolo pubblico con il quale il potere sovrano restaurava la sacralità della legge mediante supplizi e torture inferti al condannato.

Proprio a questa concezione vendicativa della pena, a partire dalla seconda metà del secolo, filosofi e giuristi si contrapposero, divulgando nuovi filoni di pensiero secondo i quali la pena non consisterebbe in una vendetta: il supplizio doveva mantenere, anche per i peggiori crimini, l’umanità come misura. La figura simbolo di questo movimento fu Cesare Beccaria che nell’opera Dei delitti e delle pene (1764) sviluppò princìpi innovatori – tra i quali il principio della pena come mezzo di prevenzione e sicurezza sociale, non come pubblico spettacolo con funzione deterrente per la sua crudeltà – che avrebbero condotto alla concezione penale illuminista. Nata nel corso del medesimo secolo, quest’ultima, infatti, rifiutava il principio di pena come vendetta, e adottava quello della pena come mezzo di rieducazione dell’individuo; lo Stato, quindi, avrebbe il diritto di recludere, ma anche l’obbligo di rieducare.

 

Tale dottrina si è protratta fino al secolo odierno, come attesta la Legge 26 luglio 1975 n. 354, articolo 1, in materia di Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà. Essa, infatti, afferma: «Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l'ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi».

Si può poi ritrovare anche nell'art. 27 della Costituzione, il quale recita: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

 

Nonostante, quindi, la concezione di pena come metodo rieducativo sia tutelata dalla legge, ancora oggi si dà largo spazio al principio della vendetta. Tale pensiero trova la sua manifestazione, per esempio, nella condizione in cui versano i condannati odierni.

Uno sguardo ai carceri italiani, infatti, fa notare come i fondi adibiti a queste istituzioni siano molto ristretti: sono luoghi invivibili che impediscono all’individuo una qualsiasi possibilità di miglioramento. Questo può trovare spiegazione proprio nella concezione secondo cui è doveroso far vivere i condannati in condizioni sfavorevoli perché, avendo commesso gravi reati, è giusto che venga impartita loro una punizione altrettanto importante.

 

 

Nel 2018, il Centro dei servizi per il volontariato di Roma visitò 86 carceri dalla Valle d’Aosta alla Romagna e lo spettacolo che si trovò davanti fu penoso. «In dieci istituti, tra quelli che abbiamo visitato, c’erano celle in cui i detenuti non avevano a disposizione neppure 3mq calpestabili. Nella metà dei penitenziari che abbiamo visto c’erano celle senza docce, o, peggio ancora, in quattro istituti abbiamo riscontrato la presenza del wc in un ambiente non separato dal resto della cella», si legge in Un anno in carcere: XIV Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone. Si registra ancora una mancanza sostanziale di educatori, indispensabili per il corretto assolvimento dello scopo dell’istituzione: 1 ogni 76 detenuti; non si trovano poi corsi di formazioni professionali o spazi per svolgere i lavori; possibilità che invece, per legge, dovrebbero essere obbligatorie per garantire il reinserimento sociale alla fine della pena.

 

Nell’articolo 15 dell’ordinamento penitenziario si individua nel lavoro uno dei pilastri rieducativi per il funzionamento del carcere e che quindi deve essere incentivato e assicurato. Secondo quanto viene riportato dalle due giornaliste Milena Gabanelli e Simona Ravizza in un'indagine per il «Corriere della Sera», nel corso del 2018, a causa dei fondi non sufficienti, dei 60 mila carcerati italiani se ne sono registrati solo 17614 impegnati in un lavoro (per esempio come addetti alla cucina, lavanderia, spesa, manutenzione). Il 25% di questi, inoltre, lavora dalle 3 alle 4 ore giornaliere un giorno su tre; i detenuti che invece svolgono un’attività regolare sono solo il 3,9%, i quali sono impiegati in mansioni per cooperative o ditte estere.

 

Un’altra preoccupazione, poi, è quella del sovraffollamento: negli ultimi due anni i detenuti sono cresciuti di 6000 unità e, conseguentemente, è cresciuto anche il tasso di sovraffollamento, che ha raggiunto in media, un valore di 115,2%.

 

È evidenziabile, dunque, che in presenza di tali condizioni, un individuo non sia portato ad una qualche meditazione sui propri errori passati, proprio perché l’ambiente in cui è detenuto lo porta a concentrarsi su altro. Infatti, una volta entrati in questi carceri e venuti a contatto con la scarsa qualità di vita, non sono rari gli episodi si suicidio: per esempio, nel corso del 2017 si sono registrati fino a 53 casi.

«Episodi di autolesionismo ne vedi tutti i giorni. Persone che tentano di suicidarsi ingoiando oggetti diversi come batterie, taglia unghie, accendini», riferisce ad esempio un ex detenuto presso la prigione Baldenich di Belluno.

 

È impensabile quindi, pretendere un qualsiasi passo avanti da parte del criminale, se il luogo che dovrebbe provvedere al suo reinserimento nella società gli nega qualsiasi mezzo di accrescimento e non lo aiuta a comprendere il male delle sue azioni.

 

Altra problematica molto rilevante, è la situazione dei criminali che soffrono di malattie mentali che, secondo i dati diffusi nel corso 2019 dalla Simpse (Società italiana di medicina e sanità penitenziaria), sono circa il 50% dei 60 mila totali. Le condizioni di vita in carcere incidono sulla comparsa di disturbi o sull’aggravamento di quelli preesistenti. Per curare queste persone, però, i servizi di salute mentali operanti in carcere non sono sufficienti; anzi, sono talmente scarsi da non poter rendere possibile alcun tipo di prevenzione alle patologie croniche. Situazione che è poi peggiorata con la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, in quanto non esistono molte Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) disponibili.

 

Una volta venuti a conoscenza di tutti questi dati, quindi, non bisogna stupirsi se il 70% dei carcerati rilasciati finisca per ricommettere reati. Non si può infatti pretendere che i detenuti riescano a comprendere la portata negativa delle loro azioni in ambienti che, pur dovendo essere dediti a tale scopo, non riescono a fornire un qualsivoglia aiuto.

Questo malfunzionamento è conseguente a quella concezione sbagliata dello scopo del carcere che si è diffusa nella società, che lo considera un luogo in cui l’individuo deve essere punito e non aiutato, in cui la violenza viene punita con altra violenza.

 

Per assicurarsi che invece ciò non accada, è necessario far comprendere la funzione rieducativa di tale istituzione e, quindi, investire in modo tale da renderla idonea all’assolvimento del proprio scopo. In questo modo, nella società continueranno ad esserci più persone in grado di agire per il bene comune e che potranno, in caso di necessità, aiutare a far comprendere meglio agli individui che delinquono la negatività delle loro azioni.

 

20 gennaio 2020

 




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