Le stragi di Tik Tok: la necessità di riflettere sulla società dello spettacolo

 

Gli ultimi fatti avvenuti a Palermo – riguardanti Antonella, una bambina di dieci anni morta per strangolamento, dopo aver partecipato ad una sfida sul noto canale social diffusissimo tra i ragazzi – non possono essere trattati come casi isolati, ma devono attenzionare su come la società stia oggi coinvolgendo, già a partire dalla tenera età, in un processo di spettacolarizzazione dell’individuo sempre più competitivo, sfrenato, senza alcun limite.

 

di Michele Ragno

 

 

Sono agghiaccianti i particolari che riguardano la procedura della Blackout challenge, la “sfida” – il termine risulterebbe abbastanza ridicolo – a cui Antonella Sicomoro avrebbe partecipato: una cintura stretta al collo per scherzo, in un video che sarebbe finito in una direct o sul suo profilo Tik Tok. La bambina non è più riuscita ad allentare la morsa sul collo della cintura, ed è crollata a terra esanime. Questo episodio si aggiunge ad una serie di morti di minorenni che hanno a che fare in qualche modo con i social, in particolare con Tik Tok, che oggi spopola soprattutto tra i ragazzini.

 

[Piccola parentesi con un episodio esemplare dello stretto legame tra violenza giovanile, social e spettacolarizzazione: qualche giorno fa, in Louisiana (USA), quattro ragazze tra i dodici e i quattordici anni hanno ucciso a suon di coltellate in diretta social una quindicenne per una lite avvenuta in un cinema.]

 

Fino a non poco tempo fa era infatti abbastanza noto con timore tra i genitori dei bambini il nome di Jonathan Galindo, fenomeno nato prima negli USA e poi diffusosi in Europa: un fantomatico personaggio misterioso, con vari profili aventi tutti come immagine distintiva un uomo adulto mascherato da Pippo della Walt Disney, che contattava i ragazzini proponendo sfide di coraggio sempre maggiori. A Napoli, novembre 2020, un ragazzino di undici anni si lancia dal balcone di casa sua, scrivendo ai suoi genitori di dover seguire l’uomo col cappuccio nero, Galindo appunto. 

Queste mode violente e tendenzialmente autolesioniste sembrano essersi diffuse dopo il famoso caso della Blue Whale, la prima “sfida” di questo genere – consistente nel compiere un iter di cinquanta giorni di varie azioni, richieste infine culminanti nel brutale suicidio – nata in VK, social network russo, e che poi si è diffusa in altri paesi, tra cui l’Italia stessa. 

 

Questo macabro scenario sociale sembra poggiare su una caratteristica peculiare della società attuale, che Guy Debord in modo luminare, proprio per questo motivo, rinomina “società dello spettacolo”.

La società sembra esser diventata oggi il luogo di una competizione infinita, nella quale ogni singolo individuo deve emergere rispetto agli altri, proponendo se stesso come oggetto di valore che deve essere riconosciuto dall’alterità. I social sono il posto dove la competizione ha luogo. Ognuno di noi cerca di presentare se stesso e la propria vita come spettacolari, degni di nota. Non a caso il padre di Antonella, la povera ragazzina deceduta qualche giorno fa, diceva che la bambina affermava di voler essere la “regina”, la star di Tik Tok, un social frequentato da più di due miliardi di persone. Evidente è che non sia facile emergere, e che ogni volta sia necessario qualcosa di “estremo” per mantenere la soglia di attenzione dei viewers alta. Se a gestire tutta questa “pressione” devono essere bambini di dieci anni, che, quasi come imprenditori di se stessi, devono comprendere come lo stesso “prodotto” – perché in quel momento essi considerano se stessi come un prodotto – si possa prestare a situazioni ed esigenze diverse senza risultare ripetitivi e noiosi, emerge che c’è qualcosa di malsano in questa logica. Qualcosa che porterà quasi inevitabilmente a conseguenze catastrofiche. In un brano del 2008, azzeccatissimo per la situazione, dal titolo "Io diventerò qualcuno", il rapper di Molfetta Caparezza descriveva con largo anticipo proprio questa mania giovanile, facendo cantare ad una giovane ragazzina il motivetto:

 

« Io diventerò qualcuno.

Non studierò, non leggerò, a tutti voi dirò di no:

Ecco perché diventerò qualcuno.

Se vuoi parlare un po' con me ti devo addare al mio MySpace. »

 

 

In un viaggio nel tempo, tornando indietro di qualche secolo, riscopriamo Feuerbach, che nella prefazione alla seconda edizione de L’essenza del cristianesimo, scriveva più genericamente:

 

« E senza dubbio il nostro tempo... preferisce l'immagine alla cosa, la copia all'originale, la rappresentazione alla realtà, l'apparenza all'essere... Ciò che per esso è sacro non è che l'illusione, ma ciò che è profano è la verità. O meglio, il sacro si ingrandisce ai suoi occhi nella misura in cui al decrescere della verità corrisponde il crescere dell'illusione, in modo tale che il colmo dell'illusione è anche il colmo del sacro. »

 

Guy Debord esordisce così ne La società dello spettacolo, un testo di 221 tesi, prevedendo nel 1967 una grande trasformazione ai tempi ancora in corso, ma che oggi si può dire già profondamente radicata nella natura della società:

 

« L'intera vita delle società, in cui dominano le moderne condizioni di produzione, si annuncia come un immenso accumulo di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione. »

 

Ed il discorso non può che estendersi a sua volta alla struttura della società stessa, all’analisi dell’economia che modella inevitabilmente tutte le strutture della vita umana:

 

« La società basata sull'industria moderna non è fortuitamente o superficialmente spettacolare, essa è fondamentalmente spettacolista. Nello spettacolo, immagine dell'economia dominante, il fine non è niente, lo sviluppo è tutto. Lo spettacolo non vuole realizzarsi che solo in se stesso. […]

La prima fase del dominio dell'economia sulla vita sociale aveva originato, nella definizione di ogni realizzazione umana, un'evidente degradazione dell'essere in avere. La fase presente dell'occupazione totale della vita sociale da parte dei risultati accumulati dell'economia, conduce a uno slittamento generalizzato dell'avere nell'apparire, da cui ogni "avere" effettivo deve desumere il proprio prestigio immediato e la propria funzione ultima. Nello stesso tempo ogni realtà individuale è divenuta sociale, direttamente dipendente dalla potenza sociale da essa plasmata. Le è permesso di apparire solo in ciò che essa non è. »

 

Affrontare dunque il solo fenomeno delle tragedie giovanili recenti, come se fosse un fenomeno indipendente dal resto, o limitarsi a discutere il semplice utilizzo dell’uso degli apparecchi telefonici da parte dei ragazzi significa non affrontare il vero problema. 

Il Garante per la protezione dei dati personali ha disposto nei confronti di Tik Tok il blocco immediato dell'uso dei dati degli utenti per i quali non sia stata accertata con sicurezza l'età anagrafica fino al 15 febbraio. Ma questa misura non cambierà in alcun modo le cose. 

Dall’Università di Palermo, il professore di psichiatria Daniele La Barbera afferma che «è da mesi che lanciamo l’allarme sui pericoli a cui sono esposti gli adolescenti, ma restiamo inascoltati», spiegando come il mondo virtuale stia accrescendo questi meccanismi di accettazione, spettacolarizzazione, emulazione, perdita del senso del limite e del rischio. Ma il discorso va portato sino al nucleo, lì dove tutto è magma indistinto, lì dove tutte le cose sono unite e indissolute. Se non si mette in discussione la nostra società, la nostra economia, il nostro stile di vita, i nostri valori; se non si mette in discussione il sistema valoriale occidentale del postmoderno tecnologizzato, non ne usciremo mai. E le cose non potranno che peggiorare. Mi darete ragione.

 

29 gennaio 2021