L'Afghanistan e la persistenza della mentalità coloniale

 

In questi giorni si assiste nell'egemone quanto smarrito e decadente Occidente allo scacco ideologico di un'intera élite politica e intellettuale, che tenta di razionalizzare la propria sconfitta nei modi più comici.

 

di Alessandro Tosolini

 

Tarun Sharma, "Uomo, non piangere", 2017
Tarun Sharma, "Uomo, non piangere", 2017

 

« Un primo sospetto ci prende quando consideriamo che gli apostoli dell’etica e del “diritto alla differenza” sono visibilmente orripilati da ogni differenza un po’ accentuata. In effetti per loro i costumi africani sono barbari, gli islamici orrendi, i cinesi totalitari e via di seguito. In verità, questo famoso “altro” non è presentabile se non in quanto è un buon altro, e cioè: che cosa se non lo stesso che noi? Rispetto delle differenze, certo! Ma con la riserva che il differente sia democratico-parlamentare, sostenitore dell’economia di mercato, in favore della libertà di opinione, femminista, ecologista... » (Alain Badiou, L’Etica. Saggio sulla coscienza del male

 

Questo incipit del filosofo francese Alain Badiou sembra descrivere alla perfezione ciò che sta accadendo nell’intellighenzia europea e occidentale dopo I recenti fatti dell’Afghanistan. Ormai screditate di fronte all’opinione pubblica le vecchie teorie di Micheael Walzer sulla “guerra giusta” e di Huntington sullo “scontro di civiltà”, funzionali a giustificare l’espansionismo neocon tramite un’infinita “guerra al terrore”, si ricercano nuove forme per giustificare l’intervento bellico permanente, non senza un certo disorientamento.

 

Il problema fondamentale è che il principio di autodeterminazione dei popoli, questo principio che al giorno d’oggi dovrebbe essere di una banalità impressionante, stenta ad entrare nella mente di chi pure si definisce liberale e progressista. D’altronde lo stesso capostipite di questa corrente, John Stuart Mill, affermava nel suo saggio più famoso:

 

« Il dispotismo è una forma legittima di governo quando si ha a che fare con barbari, purché il fine sia il loro progresso e i mezzi vengano giustificati dal suo reale conseguimento. » (John Stuart Mill, Saggio sulla Libertà

 

A questa massima sembra ispirarsi anche la filosofa Donatella Di Cesare, che dopo aver intonato sull'Espresso un canto funebre alla “democrazia” in Afghanistan, distrutta ora che «su Kabul cala il velo dei talebani», cerca di trovare una speranza in quella minoranza di donne, concentrata nella sola Kabul, che pare abbia introiettato la democrazia occidentale. Pare che per la Di Cesare l’imperialismo statunitense assuma le sembianze di Napoleone, che con le sue armate di occupatori militari porta la rivoluzione in tutta Europa: peccato però che questa sia invece l’ora dei sanfedisti nella veste di fondamentalisti islamici. 

 

La disorientata Di Cesare cerca però il suo nuovo Napoleone a cavallo nell’Europa, che definisce «patria dei diritti umani», diritti umani che «sono il vessillo della democrazia». Ovviamente la Di Cesare non si auspica certamente le vittime civili che il drone USA lanciato la domenica scorsa ha fatto. Eppure con questa retorica della democrazia abbandonata ai fondamentalisti si prepara il terreno per una continua ingerenza e messa sotto tutela dell’Afghanistan. La Di Cesare realizza nella teoria quello che poi qualcuno mette in pratica con mezzi molto meno ortodossi. 

 

P. Picasso, "Massacro in Corea", 1951
P. Picasso, "Massacro in Corea", 1951

 

Sgombriamo subito il terreno da un equivoco: una donna senza velo è sicuramente preferibile ad una donna costretta sotto il burka e sottoposta ad una legge ancora rigidamente patriarcale. Se è giusto in questo rifiutare qualsiasi tipo di relativismo, allo stesso tempo bisogna guardare anche alla realtà dei fatti. Ovvero quello di una sorta di “Vandea” in cui le grandi e maggioritarie masse afgane tradizionaliste, in cui domina ancora questo tipo di mentalità, hanno finito per prevalere su una minoranza concentrata quasi solo a Kabul e che per la maggior parte della popolazione esprime un governo installato con la forza da una potenza straniera e odiato dall’intera popolazione. 

 

Nessun commentatore occidentale pare dunque chiedersi: e se la parte del giusto fosse dall’altra parte, guidata da quei terribili e sicuramente detestabili Talebani? Nessuno pare arrivare alla sconcertante verità che il desiderio di libertà di un popolo possa esprimersi ed essere guidato dal male incarnato del fondamentalismo islamico. Questo non tanto per elogiare i pessimi e reazionari Talebani, ma per comprendere il motivo del loro successo così rapido, che non può non avere fondamento nella rabbia del popolo afgano dopo un ventennio di occupazione

 

Allo stesso modo ci si può chiedere: come mai il coro funereo per la “fine della democrazia” (leggasi: fine del governo fantoccio degli americani) in Afghanistan e per la fuga di un occupante militare non è stato intonato quando per vent’anni quello stesso occupante militare commetteva le peggiori efferatezze, come denunciava anche Gino Strada? 

 

Il motivo è presto detto: ci si illude di poter fare a meno del vecchio razzismo e colonialismo tramite una semplice ripulitura politicamente corretta del linguaggio o distruggendo qualche monumento a qualche vecchio politico razzista. Ma se lo spirito della società rimane ancora fortemente elitario, antidemocratico e colonialista questa non rimarrà che una pura ripulitura cosmetica. Così l’intervento armato si giustifica non più sull’inferiorità razziale, ma sulla carenza di standard nella tutela dei rifugiati (che fra l’altro ben ci sogniamo di accogliere!) o sulla violenza patriarcale verso le donne (senza che fra l’altro nessuno abbia chiesto “democraticamente” a queste donne se desiderano la “democrazia occidentale”).

 

In conclusione, uno potrebbe chiedersi: ma allora tu cosa proponi di fare? Innanzitutto questa domanda contiene di per sé un ragionamento colonialista. Chi dice che noi (ma soprattutto chi sono questi noi?) siamo in diritto di fare qualcosa in quel paese? Semmai ci si dovrebbe chiedere cosa dovrebbero fare gli afgani, sempre se si vuole rispettare quel principio di autodeterminazione poc’anzi citato. E sempre che ci si senta in diritto di dare consigli, potendo fare solo cattivo esempio. Ebbene, chi in quel paese ha a cuore veramente cose come la laicità e la democrazia, e non il semplice loro paravento per giustificare un’occupazione, forse dovrebbe mettersi tra quelle persone che hanno festeggiato la fine dell’occupazione USA e tentare di indirizzare il corso degli eventi nel senso da lui voluto. Sempre se si voglia pensare a quel demos tanto dimenticato nella parola democrazia...

 

6 settembre 2021