In Edipo Re non è il fato a essere terribile, ma l’uomo che sceglie di non vedere. Edipo vive accanto alla verità e la respinge, perché guardarla significherebbe perdere potere, amore, immagine. Edipo siamo noi: ogni volta che sentiamo la frana sotto i piedi e continuiamo a contemplare le rovine lontane. La peste nasce da questa disattenzione. L’attenzione, quando arriva, non salva nulla: spezza l’illusione e ci restituisce, nudi, alla nostra storia.
di Ahmed Marouani
Che fa la persona disattenta? Guarda lontano e, magari con l’aiuto di un potente cannocchiale, vede benissimo le rovine della città che il terremoto ha distrutto durante la notte. Ma nello stesso tempo non si accorge che lì, sotto il suo naso, il terreno sta franando, la propria casa è in procinto di crollare.
Oggi ho riletto tutto l’Edipo Re che, nella notte dopo il mio arrivo dalla Tunisia, avevo immaginato di trovare sul mio tavolino da notte. Mi ha colpito soprattutto l’accanimento con il quale Edipo, dopo tanti anni di noncuranza, di distrazione e di oblio, si adopera per conoscere la verità. È vero che questo accanimento è direttamente provocato dal responso di Apollo, il quale attribuisce la peste che devasta Tebe al fatto che l’assassinio del re di Tebe, Laio, è rimasto impunito. Ma questo non toglie, che, pensando ai tanti anni che Edipo passa a Tebe, tra i cittadini che hanno conosciuto e amato Laio, a fianco di una donna che è stata la moglie di Laio, nel palazzo stesso di Laio, e tutto ciò con la consapevolezza di essersi macchiato in circostanze misteriose, di un delitto; non toglie, dico, che non si può fare a meno di pensare che Edipo, durante quegli anni, non tanto ha ignorato quanto non ha mai voluto sapere che la donna che aveva sposato era sua madre. Certo, i miti non sanno che farsene della verosimiglianza; ma si può supporre con ragione che l’inverosomiglianza dei miti abbia un suo significato verosimile. Ora che cosa vuol dire, che cosa sta a significare la vicenda incredibile di un omicida che avendo sposato, senza saperlo, la vedova della propria vittima, non viene mai a parlare con lei, durante la lunga e intima convivenza, del delitto che l’ha privata del compagno e, se ne parla, non riconosce nei racconti della donna i particolari precisi del proprio crimine? Che cosa sta a significare se non che Edipo si rende sordo e cieco per quanto riguarda il proprio parricidio; se non che Edipo, inconsciamente, si studia di non accorgersi alla somiglianza strettissima che passa tra il delitto che sa di aver commesso e l’altro delitto di cui è perito il suo predecessore?
In realtà, per tutti gli anni che vanno dal suo arrivo a Tebe allo scoppio della peste, Edipo vuole essere disattento nei confronti di se stesso, di Giocasta, di Tebe, e insomma, della realtà. Egli vuole, cioè, ignorare quello che gli sta sotto gli occhi; e, sia pure a prezzo di una completa irrealtà. Ci riesce.
Già, perché cosa può esservi di reale nella vita di un uomo che è figlio della propria moglie, fratello dei propri figli, padre dei propri fratelli e delle proprie sorelle e marito della propria madre? L’irrealtà di una simile vita è sopportabile soltanto grazie all’anestesia di una completa disattenzione. Ma qui sta il punto: perché Edipo è disattento? Bisogna per forza rispondere che Edipo è disattento perché gli conviene di esserlo. Questa convenienza va fatta risalire in parte al suo amore per Giocasta, amore incestuoso e dunque tanto più forte dell’amore normale, come sempre avviene per tutto ciò che è proibito; in parte anche alla sua volontà di potenza, poiché non bisogna dimenticarlo, grazie al parricidio e all’incesto, Edipo è diventato re; ma soprattutto alla paura generica di conoscere la verità.
Questa convenienza però, è ignota a Edipo; se non lo fosse, la sua tragedia non sarebbe che quella dell’ambizione e dell’amore. È ignota e dunque la tragedia di Edipo è invece quella di un’ignoranza volontaria, presuntuosa, impaurita ed empia, cioè della disattenzione. Ma Edipo è un uomo capace di attenzione; infatti la sua disattenzione crolla al primo svegliarsi della coscienza. Apollo che lo costringe col suo oracolo a passare dalla disattenzione all’attenzione, Apollo che si sdoppia e si manifesta in Teresia, Apollo, a ben guardare, è la sua stessa coscienza mai del tutto rassegnata e obnubilata. Edipo si abbandona alle gioie di un matrimonio incestuoso, di un potere ingiusto; ma il dio è pure sempre là onnipresente e onniveggente; e quando viene il momento, vibra con precisione il colpo che desterà Edipo dal lungo sonno.
Apollo punisce Edipo per avere ucciso il proprio padre e aver fatto l’amore con la propria madre? Oppure perché si è lasciato andare alla disattenzione, origine di tutti i mali? Apollo punisce Edipo per essersi lasciato alla disattenzione. Tanto è vero che la punizione di Edipo non sembra essere quella che va riservata ai parricidi e agli incestuosi, ma quella che si può immaginare che venga inflitta a chi non volle vedere: Edipo diventa cieco. Ma una volta cieco, Edipo, paradossalmente, diventa veggente come Tiresia che è veggente appunto perché è cieco. Ora che cosa vede Edipo dopo che, accecandosi, ha aperto gli occhi, ossia è passato dalla disattenzione all’attenzione? Vede, si, che è il marito della propria madre e l’assassinio del proprio padre, ma soprattutto vede se stesso; cioè vede perché e come, all’attenzione, subentrò nel suo animo la disattenzione. Vede, insomma, che il suo delitto consistette non tanto nel soggiacere a certe passioni, quanto nell’illudersi di non provarle e servirsi di questa illusione per sfogarle impunemente.
Mi sono reso conto che interpretando in questo modo la tragedia di Edipo riducevo l'intero mito a un livello psicologico e strumentale. Non c’è dubbio che una simile interpretazione, lontana così dalla spiegazione psicoanalitica come da quella tradizionale, poteva sembrare arbitraria. Ma io cercavo non tanto la verità di Edipo, quanto la mia. E così ho trovato giusto servirmi della tragedia unicamente per comprendere meglio la situazione in cui mi trovavo.
Ma proprio qui, nel punto in cui il mito si lascia usare come strumento, si apre la questione decisiva: che cos’è l’autenticità? È forse la ''semplice'' conoscenza della verità? O non è piuttosto il coraggio di sostenerla quando incrina l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi? L’inautenticità non consiste nell’ignoranza. Consiste nel sapere e nel non voler sapere; nel sospettare e nel distogliere lo sguardo; nel sentire la frana sotto i piedi e continuare a contemplare le rovine lontane con il cannocchiale. È una tecnica raffinata di sopravvivenza: anestetizza, protegge, permette di continuare ad abitare una casa che già scricchiola. Ma il prezzo è altissimo: la perdita di realtà. Edipo, finché è disattento, è potente, amato, legittimo. È un re. Ma è irreale. Vive in una costruzione che si regge sull’omissione sistematica di sé. La sua inautenticità non è morale soltanto, è ontologica. Egli non è ciò che crede di essere. È scisso. Regna su Tebe ma non su se stesso.
L’attenzione, quando arriva, è devastante. Non è un dolce risveglio: è peste, è rovina, è crollo dell’identità. L’autenticità non salva la città, non restituisce Giocasta, non cancella il parricidio. L’autenticità distrugge. Ma distrugge l’illusione.
Forse è questo che il mito suggerisce con quella punizione paradossale: diventare cieco per vedere. Finché Edipo vedeva il mondo, non vedeva sé. Quando si priva degli occhi, perde lo spettacolo e guadagna la verità. Non è una redenzione nel senso consolatorio del termine; è una coincidenza finalmente raggiunta tra ciò che è e ciò che sa di essere.
E allora la domanda si sposta. Non più: perché Edipo non ha voluto sapere? Ma: quante volte, nella nostra vita, scegliamo deliberatamente l’inautenticità perché ci conviene? Per amore, per ambizione, per paura? Quante volte preferiamo essere re irreali piuttosto che esseri umani veri? L’attenzione è pericolosa. È rivoluzionaria. Perché non si limita a registrare il reale: lo trasforma. Quando Edipo diventa attento, il mondo attorno a lui non può più restare quello di prima. L’attenzione è un atto che spezza le complicità, rompe i silenzi, dissolve le convenienze. È l’opposto della distrazione, ma anche dell’ipocrisia.
In questo senso, il vero delitto di Edipo non è l’incesto né il parricidio – che appartengono alla dimensione mitica, arcaica, simbolica – ma l’essersi costruito un’identità sulla rimozione. È aver abitato per anni una verità mutilata. È aver accettato di vivere sotto anestesia. E qui il mito smette di essere antico. Perché la disattenzione non è solo una colpa individuale; è una condizione storica. È il modo in cui si può continuare a vivere tra rovine senza sentirne l’odore. È il modo in cui si può esercitare potere senza interrogarsi sul suo fondamento. È il modo in cui si può amare senza chiedersi che cosa, davvero, si stia amando.
L’autenticità, invece, è un rischio radicale: è togliersi il cannocchiale, abbassare lo sguardo, e guardare la crepa che attraversa la propria casa. Significa accettare che la verità non sia uno spettacolo, ma una ferita. Forse cercando la mia verità attraverso quella di Edipo, non ho fatto altro che interrogare il punto in cui anch’io mi sono concesso di non vedere. E la domanda finale non riguarda più il re di Tebe, ma me stesso: quale peste sto alimentando con la mia disattenzione? Quale verità temo di nominare?
Perché l’autenticità non è uno stato. È un atto. È il momento in cui si decide di perdere qualcosa – potere, amore, immagine – pur di non perdere se stessi. Edipo, accecandosi, perde tutto. Ma per la prima volta coincide con la propria storia. E forse non c’è tragedia più grande dell’inautenticità. Ma non c’è nemmeno libertà più grande dell’attenzione.
3 maggio 2026
DELLO STESSO AUTORE
Una confessione civile su Wilde e noi
La crocifissione continua. Palestina, o della violenza come ordine del mondo
Una confessione civile su Wilde e noi
SULLO STESSO TEMA
F. Marcello, Il “complesso di Edipo” e la sua attualità: metanalisi della violenza di genere
M. Magini, L'archetipo dell'eroe
C. Schiattarella, La tentazione di insistere
