Il 9 e 10 marzo scorsi oltre 900 studenti e docenti si sono radunati a Bologna per la convention finale di Romanae Disputationes, il concorso nazionale di filosofia per scuole superiori. Tema della XIII edizione è stata la domanda leopardiana: “Ed io che sono? - Individuo, persona, soggetto”, attorno alla quale oltre 220 team hanno presentato i loro elaborati, tra cui i monologhi singoli e di coppia. Il monologo filosofico è una metodologia sperimentale giunta alla terza edizione e supervisionata da Bruno Mastroianni che qui offre alcune considerazioni sul tema delle Romanae Disputationes a partire dai contributi delle studentesse e degli studenti vincitori.
di Bruno Mastroianni
L’io non è una formula da risolvere, ma una domanda da abitare. È forse questo il filo comune che attraversa i “monologhi filosofici” delle studentesse e degli studenti vincitori delle Romanae Disputationes di quest’anno. Tredici discorsi brevi ma intensi, che si sono posti l’interrogativo “Ed io che sono?” come il Pastore errante di Giacomo Leopardi. Le risposte a questa domanda hanno tracciato un percorso che, partendo dalla consapevolezza di sé, ha portato a farsi domande su come l’identità possa alimentare e nutrire la capacità di convivere invece di minacciarla.
Si parte dall’io che non coincide mai pienamente con ciò che dice di essere, come hanno spiegato Francesco Ravaglia e Aurora Vacca (Ed io che sono? Una domanda da abitare). C’è sempre in noi una distanza, una fenditura che impedisce ogni definizione. Non siamo un possesso tranquillo di noi stessi, ma un compito. Per questo l’identità non può essere pensata come un nucleo chiuso. Siamo un corpo vissuto e un’apertura incarnata al mondo, citando Husserl.
Alessandra Di Chiara (L’io ha un ruolo nella nostra esistenza?), seguendo Hegel, ha sottolineato come l’autocoscienza nasce solo nel riconoscimento dell’altro: io divento me stesso non da solo, ma dentro una relazione che può anche essere conflittuale. E, con Sartre, ha mostrato che l’uomo non è dato una volta per tutte: esiste e poi si definisce, attraverso le sue scelte.
Qui si sono inserite Benedetta Zanin e Emilia Valduga (Un percorso interiore): l’io prende forma nella responsabilità. Il riferimento è ad Antigone: non è sé stessa per destino, ma per fedeltà a una legge interiore. Così come Aristotele, da loro evocato, ricorda che siamo una sintesi di dimensioni diverse, da ordinare e governare. L’io, dunque, non è solo ciò che sente, ma anche ciò che decide.
Megan Brabant (E tu che sei?) costruendo una metafora musicale, ha offerto una delle immagini più forti: l’io come contrappunto. Non una voce sola, ma più linee che convivono senza confondersi. Siamo una partitura attraversata da molte influenze. Ma questa polifonia, come ha osservato Nina Besana (Io e i miei sosia), a partire da Dostoevskij, può diventare smarrimento: dentro di noi agiscono maschere, sosia, identità adattive.
E allora la domanda si fa più radicale: chi parla davvero quando diciamo “io”? Quando questa polifonia non trova più un ordine, l’io non si arricchisce: si frantuma. È qui che la fragilità interiore incontra la pressione del presente. Sabrina Santo (Essere o Non Essere) denuncia il “furto ontologico” di una società che riduce la persona a funzione.
Angela Antoniali e Caterina Genna (Io e modernità) hanno mostrato come i social spingano a costruire l’io attraverso like e consenso, dentro relazioni liquide e fragili. Leggendo Nietzsche e Byung-Chul Han, il discorso è andato ancora più avanti: l’ordine che ci circonda è ormai algoritmico e tende a filtrare il mondo, eliminando il dialogo vero (Estella Reale, Il caos, chiave per diventare ciò che si è). Così l’io rischia di diventare reazione, non più libertà.
Spesso costruiamo finzioni per non reggere il peso della verità. Su questo punto ha insistito Chiara Elisabeta Diaconita con il monologo “Say my name” citando la frase iconica pronunciata da Walter White, protagonista della serie Breaking Bad. Il personaggio diventa la figura di un io che si protegge dietro una maschera.
Questa frattura non è un incidente: è la nostra condizione. Riprendendo Pascal, Giulia Cerullo ha ricordato che l’uomo è miseria e grandezza, limite e desiderio di compimento (Siamo domanda (ancora) senza risposta). La sua verità non sta nella perfezione, ma in quella spaccatura che lo costringe a cercarsi.
L’io non è mai semplice: è memoria, è corpo, è coscienza, è subconscio, ma anche DNA, stimoli, opinioni. C’è sempre un dato da cui partiamo, ma non c’è mai un’identità già conclusa. L’io è sostanzialmente divenire, come hanno messo in luce i contributi di Michelle Xinni Ma e Elisa Li (Il fondamento dell'imputabilità morale: coscienza, memoria e continuità personale), Alessandra Tarallo e Sabrina Marotta (Io sono in divenire), Luca Grigolin e Giacomo Lorenzetto (L'autonomia dell'Io).
Ed è proprio qui che tutte queste riflessioni trovano un possibile approdo educativo: se l’io nasce nella relazione, se si chiarisce nelle scelte, se si smarrisce nelle maschere e si impoverisce nella frammentazione algoritmica, allora occorre insegnare a stare in questo continuo conflitto senza distruggersi.
Occorre educare a quella che chiamo da tempo “disputa felice”. La pratica secondo cui il dissenso, le differenze e i conflitti sono l’alimento dell’io, non le sue nemesi. Su questo punto, la domanda di Leopardi è molto precisa: il poeta, infatti, si chiede “io che sono”, non “chi sono”. In quel “che” si può ravvisare lo slancio non tanto a trovare una propria identità autoriferita, quanto il riscontro di una realtà dove trovare il proprio posto in mezzo agli altri.
Da qui l’importanza di educare alla disputa e all’argomentazione. Per affrontare il disaccordo senza spezzare le relazioni e senza annacquare la verità. È un’educazione decisiva, perché la tentazione di ogni essere umano è quella di confondere le proprie idee con la propria identità. La pragmatica ci insegna che quando una persona dice “penso questo”, sta sempre dicendo “sono questo”. È qui che ogni obiezione, ogni discrepanza, può diventare un attacco percepito e un contrattacco di reazione. Lo stimolo di Leopardi al “che sono” è proprio quello di non limitarsi all’identificazione con le proprie idee, ma passare a metterle alla prova per trovare sé stessi con e in mezzo agli altri. È il passare dal duello al duetto, citando Adelino Cattani, precursore in Italia dell’educazione alla disputa e al dibattito regolamentato.
Insegnare la disputa felice significa mostrare che una persona vale più della sua opinione e che, proprio per questo, può correggerla, argomentarla, persino cambiarla. Significa educare ragazzi e adulti a tre movimenti semplici e difficili: dire ciò che pensano, spiegare perché lo pensano, saper adottare onestamente la posizione dell’altro prima di contestarla. In concreto, questo vuol dire allenare al dissenso non aggressivo: sostituire il colpo con l’argomento, il riflesso con la pausa, l’etichetta con la domanda.
In questo senso, la disputa felice è anche un’educazione alla pace. Non a una pace fragile, che teme ogni attrito e scambia il silenzio per accordo, ma a una pace più esigente: quella che nasce dalle imperfezioni e dalle fenditure degli io in discussione, dove il conflitto non viene negato né armato, ma attraversato con parole, con misura, con rispetto. La pace, qui, non è l’assenza delle differenze, ma la capacità di guardarle in faccia e articolarle tra loro senza trasformarle in ostilità. È una forma di maturità dell’io, perché chiede insieme fermezza e apertura, radicamento e ascolto.
Se l’io è davvero, come mostrano questi giovani autori, una costruzione fragile e plurale, allora la fragilità e la pluralità vanno intese come risorse. La scuola, la famiglia, ogni luogo educativo dovrebbero diventare spazi in cui la parola viene custodita, l’imperfezione accolta e il dissenso valorizzato. Perché l’io non cresce nello specchio, ma nel contrappunto delle voci, quando si impara a reggere il dissenso senza smarrire il volto dell’altro. E forse, oggi, educare significa proprio questo: imparare a discutere senza perdere l’umano, e così preparare una pace meno ingenua, ma più vera.
Elenco dei monologhi
1. Antoniali, A. e Genna, C., Io e modernità.
2. Besana, N., Io e i miei sosia.
3. Brabant, M., E tu che sei?.
4. Cerullo, G., Siamo domanda (ancora) senza risposta.
5. Xinni Ma M. e Li E., Il fondamento dell'imputabilità morale: coscienza, memoria e continuità personale.
6. Di Chiara, A., L’io ha un ruolo nella nostra esistenza?.
7. Diaconita, C. E., Say my name.
8. Grigolin, L. e Lorenzetto, G., L'autonomia dell'Io.
9. Ravaglia, F. e Vacca, A., Ed io che sono? Una domanda da abitare.
10. Reale, E., Il caos, chiave per diventare ciò che si è.
11. Santo, S., Essere o Non Essere.
12. Tarallo, A. e Marotta, S., Io sono in divenire.
13. Zanin, B. e Valduga, E., Un percorso interiore.
11 maggio 2026
