La riflessione sul rapporto tra l’uomo e l’animale rappresenta probabilmente uno dei nodi cruciali della filosofia contemporanea, soprattutto laddove essa cerca di interrogare criticamente i fondamenti dell’antropocentrismo che hanno plasmato la tradizione occidentale e metafisica. In questo contesto, Martin Heidegger assume un ruolo decisivo: riflette sullo statuto dell’animalità, quindi sul rapporto tra l’uomo e l’animale, per indagare la maniera in cui il pensiero occidentale abitualmente lascia non indagata adeguatamente la differenza antropologica.
Lichtung: il luogo del disvelamento dell’essere
L’incipit della Lettera sull’“umanismo” di Heidegger si concentra sull’insufficienza dell’uomo nel pensare l’agire: «Come procedere? Che fare? V’è una ‘virtù’ adeguata all’agire ormai planetario dell’umanità? Un’‘etica’ all’altezza dei problemi e dei compiti che l’era tecnologica impone? E prima ancora: abbiamo pensato a sufficienza l’essenza dell’agire?». Perché pensare l’essenza dell’agire?
L’uomo è considerato, a partire da Aristotele, zoon politikon, essere vivente che vive in società e per questa sua forma di esistenza si distingue dagli altri esseri viventi; chi vive fuori dalla polis, come sostiene Aristotele, o è bestia o è dio. L’uomo è quindi per natura un essere che si relaziona ad altri esseri umani; un Dasein pratico: un vivente, ma non un semplice vivente come nel caso dell’animale, bensì un vivente che si relaziona all’interno della polis orientando il proprio comportamento con saggezza, in quanto il sapere specifico dell’uomo è, appunto, la phronesis. Tanto è vero che l’uomo è zoon logon ekhon, ossia quel vivente che si distingue dagli altri esseri viventi in quanto possiede e cura il logos, il linguaggio con il quale l’uomo entra in relazione con altri uomini. Heidegger afferma che l’umano non ha pensato a sufficienza l’essenza dell’agire e mette in luce come l’uomo, “animale dotato di ragione”, sia caratterizzato metafisicamente in quanto ente intermedio tra un dio e una bestia. L’uomo è appunto un animale politico perché possiede la saggezza, la phronesis, che nella romanitas sarà, poi, chiamata ratio. Un sapere che fa dell’uomo l’essere sociale dotato di logos, inteso in quanto linguaggio, razionalità.
Heidegger inizia a pensare l’essenza dell’agire nell’epoca della tecnica e il senso dell’essere dell’uomo nel mondo. Nell’epoca della tecnica inizia a cambiare il tipo di agire che non è più quel comportamento umano guidato dalla phronesis, ma diviene agire atto al pro-ducere.
« Il disvelamento che governa la tecnica moderna, tuttavia, non si dispiega in un pro-durre nel senso della ποίησις. Il disvelamento che vige nella tecnica moderna è una provocazione […] la quale pretende dalla natura che essa fornisca energia che possa come tale essere estratta […] e accumulata. […] L’opera del contadino non pro-voca la terra del campo. Nel seminare il grano essa affida le sementi alle forze di crescita della natura e veglia sul loro sviluppo. Intanto, però, anche la coltivazione dei campi è stata presa nel vortice di un diverso tipo di coltivazione […] che richiede […] la natura. Essa la richiede nel senso della pro-vocazione. L’agricoltura è diventata industria meccanizzata dell’alimentazione. L’aria è richiesta per la fornitura di azoto, il suolo per la fornitura dei minerali, il minerale […] per la fornitura di uranio, l’uranio per l’energia atomica. » (M. Heidegger, La questione della tecnica)
Per Heidegger è necessario liberarsi dal pensiero tecnico, cioè dall’idea che esista una theoria al servizio della prassi-produzione, affinché il pensiero possa pensare l’essere nella sua verità, per ritornare all’origine, prima dell’azione.
« Tutto ciò che è in senso essenziale […], si mantiene ovunque nascosto quanto più a lungo possibile. […] Di ciò sapevano qualcosa già i pensatori greci, quando dicevano: ciò che, rispetto al suo sorgere e imporsi, è primo diventa manifesto solo più tardi a noi uomini. All’uomo, l’origine principale […] si mostra solo da ultimo. Per questo, nell’ambito del pensiero, uno sforzo di pensare in modo ancora più originario ciò che è stato pensato alle origini non è la volontà insensata di far rivivere un passato, ma invece la lucida disponibilità a meravigliarsi di ciò che è venuto nell’origine. » (Ivi)
Il pensiero consiste nel fatto che è pensiero dell’essere. Infatti, l’essere è stato obliato dalla manifestazione dell’ente, la razionalità diviene razionalità tecnica, e la filosofia vuole farsi scienza: tutti paradigmi che portano al tramonto del pensiero, in vista della tecnicizzazione, compresa la filosofia che diverrà la tecnica della spiegazione e della dialettica. È necessario pensare l’essenza dell’essere e l’essenza dell’essere uomo; sottrarre il linguaggio alla dimensione pubblica. Il linguaggio, lasciato in questa dimensione, non è il luogo dove l’essere può manifestarsi, ma solamente uno strumento nelle mani della dimensione pubblica che decide ciò che rientra nella sfera della razionalità; nella sfera di quello che possiamo determinare come comprensibile e di quello che, invece, non rientra nella razionalità ed è quindi respinto perché considerato incomprensibile. Difatti, il principio di ragion sufficiente è stato decisivo per lo sviluppo del pensiero occidentale, un principio che stabilisce: nihil est sine ratione, che nella sua forma affermativa indica che “tutto ha una ragione”. Principio che risulta essere il presupposto di ogni ragionamento calcolato, che ordina e identifica gli enti come questo o quell’altro, quindi il presupposto del principio di non contraddizione. Solo se l’ente è determinato, giustificato si può spiegare e calcolare il suo comportamento. Il principio di ragion sufficiente è dunque il principio che sta alla base della calcolabilità, cioè della ratio. Per Heidegger la definizione “razionale” degli enti è ciò che consente di averli a nostra disposizione per vari usi. Il linguaggio diviene lo strumento dell’uomo, animal rationale, per il dominio oggettivante sull’ente. Nominare e definire sono le modalità di vivere e di esistere del soggetto, che ha perso la relazione con l’essere: una vicinanza che deve essere ritrovata.
Heidegger si interroga sull’essenza dell’uomo, definendo “metafisica” ogni interpretazione della tradizione filosofica, poiché si sottintende un’interpretazione dell’ente senza mai porre la questione dell’essere. La filosofia, invece, deve porsi le domande su come l’Essere possa giungere al proprio “disvelarsi”. Nella metafisica occidentale, da Platone ad oggi, il punto di partenza è il problema della verità logica: l’essere, ci ricorda Heidegger, non è un ente, non rientra nel principio della logica di identità e di non contraddizione, ma può solo disvelarsi nella sfera non logica della Lichtung, un’origine che “ama nascondersi”, φύσις κρύπτεσθαι φιλεῖ.
« Il senso di Lichtung – ‘l’Aperto’ – allora essa è lo spazio della libertà, proprio perché lascia essere. […] Lichtung, […] è proprio il luogo dell’Aperto che permette la manifestazione di ciò che la filosofia e la scienza vedono come evidenza; ed è ancora lo spazio libero e aperto […] della Radura, che permette agli enti di soggiornare e di relazionarsi. » (F. Mora, Martin Heidegger. La provincia dell’uomo)
La Lichtung è un luogo aperto alla luce, quindi non un luogo luminoso, ma un luogo di diradamento, che comprende anche l’oscurità precedente il diradamento stesso. La Lichtung è l’apertura che caratterizza nella sua essenza l’uomo, cioè quel particolare ente, il Dasein, che pone la questione del senso dell’essere; è la dimora dell’abitare umano, il luogo del manifestarsi dell’essere. La Lichtung dell’essere è il “ci” dell’esserci; l’Esserci è l’ente ontologico: è aperto nei confronti dell’essere.
Mentre l’umanismo, quindi la metafisica, indica nell’uomo un ente privilegiato, non cogliendo, però, il suo rapporto con l’essere, non vedendo mai altro che l’ente, per Heidegger è l’essere stesso la Lichtung. La metafisica moderna, infatti, secondo Heidegger, nasce da un modo di pensare antropocentrico dell’umanismo. La metafisica moderna non sarebbe altro che la metafisica del soggetto, dove l’uomo si pone come fondamento.
Heidegger prende le mosse dalla considerazione che la metafisica occidentale reca in sé il germe del nichilismo; la metafisica occidentale, infatti, da Platone in poi, si è sviluppata, per Heidegger, oggettivando l’Essere fino a renderlo manipolabile tecnicamente. Prima di Platone, l’Essere poteva essere inteso non come qualcosa da dominare, né da oggettivare, bensì come a-letheia, come una rivelazione le cui modalità sono quelle dell’Essere stesso.
Heidegger, inoltre, nell’Introduzione alla metafisica, ricorda che prima della definizione aristotelica zoon logon ekhon, l’uomo è definito deinòn ovvero terribile-violento, nel senso dell’imporsi predominante; l’uso della violenza è il carattere fondamentale non solo del suo agire, ma del suo stesso essere: «di molte specie è l’inquietante, nulla tuttavia di più inquietante dell’uomo s’aderga. […] Anche il leggero volitante stormo d’uccelli egli irretisce e caccia, e la flotta degli animali di località selvagge e ciò che si muove e risiede nel mare, l’uomo sagace. Con astuzia sopraffà l’animale.» (M. Heidegger, Introduzione alla metafisica)
« Pertanto l’uomo ha, come tutti gli altri esseri viventi, la violenza inscritta al suo interno, perché è l’Essere, questo qualcosa di indefinibile che rende possibile l’esistenza, che è portatore di violenza e che pertanto la inscrive all’interno di tutto ciò che da esso deriva, quindi all’interno della vita di ogni vivente. A differenza però di tutti gli altri viventi, egli non soltanto è portatore, depositario di questa violenza che l’Essere inscrive in lui, ma l’uomo è l’unico vivente in grado di rivolgere questa violenza nei confronti dello stesso Essere. » (M. Heidegger, La questione della tecnica)
Heidegger vorrebbe ribaltare il rapporto che l’Occidente ha con l’Essere; un rapporto di dominio, di violenza, che porta l’uomo ad avere a che fare solamente con gli essenti: è un “annichilimento”. Occorre, invece, instaurare una nuova relazione con l’Essere; un essere presso l’Essere, in ascolto: questo stare presso l’Essere porterebbe direttamente al disvelamento della nostra essenza, perché l’uomo appartiene all’Essere, è in relazione con l’Essere. Difatti, ogni umanismo è “metafisica”, perché intende determinare l’umanità dell’uomo eliminando la domanda essenziale che mette in luce la relazione tra l’essere e l’uomo, cioè la domanda sull’essenza dell’essere dell’uomo e sull’essenza dell’Essere. Dunque: non più l’uomo in quanto padrone degli essenti, bensì come pastore dell’Essere.
« Ma cosa vuol dire dare il giusto valore all’essenza dell’uomo? Significa innanzitutto rinunciare a una sua falsa, ancorché abituale, sottovalutazione. La domanda sull’essenza dell’uomo è sulla strada giusta soltanto quando prende le distanze dall’esercizio più vecchio, ostinato e rovinoso della metafisica europea, quello di definire l’uomo come animal rationale. In questa interpretazione dell’essenza dell’uomo, l’uomo viene compreso a partire dall’animalitas che viene ampliata con delle aggiunte spirituali. […] L’essenza dell’uomo non può certo venir espressa in una prospettiva zoologica o biologica, nemmeno se a questa viene regolarmente aggiunto un fattore spirituale o trascendente. » (P. Sloterdijk, Non siamo ancora stati salvati. Saggi dopo Heidegger)
20 gennaio 2026
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