SU YASUKE, OPPURE UNA CONTROVERSIA NELL’ESTETICA DELLA RICEZIONE CONTEMPORANEA

 

Le controversie contemporanee sulla rappresentazione del passato nei media rivelano quanto la nostra immaginazione storica sia plasmata da modelli culturali sedimentati nel tempo.

 

di Simone Vincenzo Confietto

 

 

Dal punto di vista culturale e, più in generale, sociale, è negli ultimi anni al centro dell’attenzione del pubblico generalista il dibattito sulla riconfigurazione simbolica e politica – soprattutto – di determinati pilastri della letteratura cinematografica di massa. Nella fattispecie, le discussioni concernono soprattutto quelle reinterpretazioni emblematiche di personaggi e/o contesti culturali nell’ottica della costruzione di una nuova chiave canonica. Numerose produzioni cinematografiche e televisive hanno generato controversie a causa della riconfigurazione identitaria di personaggi tradizionalmente associati a determinati tratti etnici o culturali: i casi da citare su questo tema sono tantissimi, e tutti nitidi nelle nostre menti a causa del clamore che causano volta per volta, soprattutto su internet. Per esempio, a destare un grande scalpore fu The Little Mermaid (2023, regia di Rob Marshall), remake Disney in live-action del precedente film d’animazione omonimo del 1989. A stimolare l’indignazione collettiva, in questo caso, fu la scelta di offrire il ruolo principale della Sirenetta all’attrice americana di colore Halle Bailey, distaccandosi concettualmente non solo dall’immaginario della fiaba originale di Hans Christian Andersen, che prevedeva una sirenetta bianca dai capelli rossi, ma anche dal ben più recente film dell’89. La scelta generò una forte polemica online e (in questi casi classico) il fenomeno di review bombing con l’hashtag #NotMyAriel.

 

Il pubblico, in questi casi, applica veri e propri meccanismi di boicottaggio di massa nei confronti di quei prodotti culturali che non soddisfino certi ''standard'': basti osservare che tra le serie televisive con i voti più bassi in assoluto sulla piattaforma IMDb figurano la miniserie Netflix Queen Cleopatra (2023, regia di Tina Gharavi) con l’allucinante valutazione di 1.2 su 10, e la serie animata Velma (2023, registi vari), con 1.5 su 10. È sottinteso che, a prescindere da qualsiasi altra considerazione, stiamo parlando di prodotti dal bassissimo valore artistico e che ciò potrebbe in minima parte giustificare queste valutazioni; tuttavia, ciò che si evince dal giudizio delle persone è piuttosto chiaro: anche questi due prodotti televisivi deviano ''eccessivamente'' dal canone tradizionale, inscenando una Cleopatra nera (sempre stata bianca in una foltissima tradizione cinematografica a lei dedicata) e una Velma sud-asiatica e, a detta di molti, ideologicamente queer.

 

Come accennavo, ci sarebbe un gigantesco corpus da cui attingere, ma più o meno l’idea è questa: il pubblico non tollera vedere negli schermi personaggi che non rispettino determinate caratteristiche trasmesse dal canone nel tempo. Ciò apre un dibattito filosoficamente denso sul tema dell’estetica della ricezione. Il filosofo tedesco Hans Robert Jauss già aveva concettualizzato l’idea di Erwartungshorizont, cioè ''orizzonte d’attesa'': l’atto della lettura – o nel nostro caso, più in generale, della ricezione – è per Jauss un ''evento storico'', temporalmente e culturalmente collocato su fattori sia letterari, come norme, conoscenze e aspettative, ma anche extra letterari, come determinate aspettative politiche o sociali. In Toward an Aesthetic of Reception (1978) il filosofo sottolinea che la stroncatura di opere letterarie perché troppo distanti dall’orizzonte d’attesa del tempo (ricordiamo che questo non è immutabile, ma è accompagnato dai processi storici e culturali) è un fenomeno da sempre esistito; ma che queste rotture, se provocate da opere dal grande valore artistico, hanno nel tempo in qualche modo generato nuovi canoni, stabilendo come l’aisthesis (e cioè il momento della ricezione al destinatario) non sia mai un’azione imperturbabile.  

 

Ma cos’è a definire quel canone, da cui noi tutti attingiamo per fissare i nostri giudizi? Il realismo, e cioè il principio mimetico aristotelico? Il punto è che non possiamo credere a una Cleopatra nera, perché la figura storica non era davvero nera? Oppure, non possiamo credere che in Bridgerton ci possano essere aristocratici multietnici, perché effettivamente l’alta società inglese ottocentesca certamente non lo concepiva? Parzialmente sì, ma non è sicuramente una risposta esaustiva: mi spiegherò con un esempio. 

 

 

Nel 2025 la gigantesca Ubisoft pubblica un videogioco attesissimo che va ad aggiungersi ad una saga già celeberrima: Assassin’s Creed Shadows. Ambientato nel Giappone cinquecentesco, il gioco ha come protagonista Yasuke, un samurai nero. Il gioco, proprio a causa di questa e altre scelte di sceneggiatura, fu boicottato massivamente dalla community in modo più o meno esplicitamente politico, ma sempre sotto il tetto della ''inaccuratezza storica''. Eppure, i lettori più attenti sapranno che di storicamente inaccurato non c’è proprio nulla: Yasuke è un personaggio storico, e con una nutrita tradizione letteraria e cinematografica. Nonostante ci suoni concettualmente come una barzelletta, un samurai nero c’è stato davvero, giunto nel Giappone feudale come schiavo e successivamente elevato al rango di samurai, nobile a tutti gli effetti. Si può dunque parlare di mancata credibilità storica? Di impossibilità di immedesimarsi? Con ogni possibilità, c’è altro. 

 

Il caso di Yasuke rivela con particolare chiarezza un paradosso: ciò che appare innaturale nella ricezione culturale può essere perfettamente naturale nella realtà storica. Ciò che intendo dimostrare è che l’innaturalità percepita è un effetto culturale, non un dato storico. In realtà, come sappiamo, già Nietzsche aveva sostenuto che la ''storia'' non può essere concepita indipendentemente dall’uomo come realtà autonoma, ma piuttosto finisce per essere una costruzione interpretativa, selezione e organizzazione del passato secondo bisogni presenti. Citando Benedetto Croce: «Ogni storia è storia contemporanea» (La storia come pensiero e come azione, 1938). Il problema, quindi, non riguarda soltanto l’accuratezza storica, riguarda il modo in cui costruiamo culturalmente l’idea stessa di storia. Se, a questo punto, il lettore decide con me di prendere posizione contro un’idea di storia intesa come processo assoluto, incondizionato e perentorio, dovremo inevitabilmente considerarla come costruita a posteriori, esattamente come un mito. Ma il mito, afferma Roland Barthes, «è una parola» (Mythologies, 1957): non è altro che un sistema di comunicazione, come la letteratura stessa; cioè un sistema di significazione. Più precisamente, Barthes lo definisce come un sistema semiologico di secondo grado, in cui segni già esistenti vengono riutilizzati per produrre nuovi significati ideologici: trasmettere artificialmente, ma efficacemente, idee in un’asse verticale, dal passato al presente. Sotto questo punto di vista, potremmo paradossalmente definire questa idea di storia come sovra-storica, e cioè costruita, posteriormente. 

 

A questo punto, se non è l’idea di storia a sorreggere coerentemente la struttura viva e dinamica della letteratura (in qualsiasi forma essa assuma), a farlo è il canone, inteso come ampia gamma di modelli estetici, regole artistiche e standard culturali che permettono di possibilizzare la letteratura stessa. Eppure questo, essendo stabilito da specifici campi sociali e culturali (e cioè, chi quelle opere le produce materialmente), volge necessariamente alla naturalizzazione di certe aspettative, intese come naturali ed inevitabili. Proprio per questo risulta così difficile accettare Yasuke sui nostri schermi: perché pur essendo stato, non dovrebbe essere secondo quei principi teorici che ne impediscono la naturalizzazione come concetto, e cioè che un samurai non possa essere nero.

 

A questo punto, si potrebbe sottoporre questo percorso teorico a delle obiezioni, a cui cercherò di rispondere anticipatamente. In primo luogo, no, non è mia intenzione asserire che il Giappone feudale proliferasse di nobili guerrieri di colore, o che l’aristocrazia inglese sfoggiasse tra le sue fila variopinte sfilate di nobili multietnici. E soprattutto, in secondo luogo, non è mia intenzione difendere certe scelte di sceneggiatura che, in favore di nobili purché utopistiche idee di fratellanza generica, sacrificano coerenza e strutturazione narrativa con scelte narrative ampiamente criticabili e superflue. Ciò che intendo fare è piuttosto stimolare il lettore a questionare e interrogare i presupposti culturali che determinano la nostra percezione del plausibile e dell’implausibile. In altre parole, non tanto stabilire se una rappresentazione sia corretta o scorretta – problema che rimane, naturalmente, legittimo – quanto domandarsi perché alcune deviazioni dal canone risultino immediatamente intollerabili mentre altre, ben più profonde, passano quasi inosservate.

 

Il punto è che la nostra immaginazione storica non è mai neutrale: essa si costruisce nel tempo attraverso immagini, racconti, tradizioni cinematografiche, manuali scolastici e narrazioni collettive che finiscono per stabilire ciò che percepiamo come ''naturale''. Quando un’opera culturale si discosta da queste immagini sedimentate, la reazione del pubblico non riguarda soltanto la fedeltà ai fatti storici, ma soprattutto la violazione di un equilibrio simbolico che nel tempo si è trasformato in una sorta di evidenza intuitiva. Ricordiamoci di sottoporre a critica, anche la più aspra, le opere letterarie e artistiche proprio per il loro valore artistico, per la loro qualità e le loro idee: è questo il terreno su cui una discussione culturale può rimanere fertile e produttiva. Ma quando il giudizio si arresta alla semplice constatazione che qualcosa ''non sembra giusto'', o che ''non ce lo immaginiamo così'', il rischio è di confondere un problema estetico con un riflesso culturale più profondo. In questi casi non stiamo davvero discutendo l’opera: stiamo difendendo un’immagine del passato alla quale siamo stati abituati (o educati?). Altrimenti, perché non critichiamo anche il linguaggio, le idee, la forma mentis di certi personaggi della cultura di massa che, seppur vivendo in contesti antichi o ''storici'', si comportano come ci comporteremmo noi oggi? 

 

Sarà, dice Proust, che «l'immobilità delle cose intorno a noi è loro imposta dalla nostra certezza che sono esse e non altre, dall'immobilità del nostro pensiero nei loro confronti» (À la recherche du temps perdu, 1913-1927). O tempora, o mores!

 

 

17 maggio 2026

 




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