Non una vita qualsiasi: la tua

 

Perché non siamo chiamati a vivere una vita qualsiasi e cosa accade quando smettiamo di ascoltare quella voce interiore che orienta il nostro cammino: il daimon.

 

di Gaia Antraciti

 

Caravaggio, "San Tommaso e l'angelo"
Caravaggio, "San Tommaso e l'angelo"

 

Gli adolescenti spesso avvertono dentro di loro una presenza, a volte confusa e impaziente, ma che pulsa da dentro. Una presenza che non riescono a nominare con precisione, ma che riconoscono immediatamente come propria. Non è un’idea né un progetto per il futuro: è una presenza. Un’incertezza talmente incerta da diventare la loro unica certezza: “sento qualcosa dentro di me”. Quando cercano di spiegarla, spesso portano istintivamente la mano sul cuore, come se quel luogo custodisse una verità che precede le parole.

 

« Gli adolescenti avvertono dentro di sé una segreta e speciale grandezza che lotta per esprimersi. E quando cercano di spiegare questa cosa, istintivamente portano la mano al cuore: non è un indizio significativo? » (Joseph Chilton Pearce, Evolution’s End)

 

Questa “grandezza segreta” non coincide con un talento immediatamente spendibile, ma è piuttosto un richiamo, una tensione, un fuoco che arde da dentro e spera di non essere soffocato. James Hillman, psicoanalista junghiano, ha cercato di dare un nome a quest’esperienza tanto comune quanto misteriosa nel suo libro Il codice dell'anima. In esso, Hillman si propone di decifrare il codice dell’anima: carattere, vocazione e destino.

 

Per fare ciò, si ispira al mito platonico di Er, secondo il quale l’anima di ciascun uomo sceglie un “compagno segreto” (daimon per i greci, genius per i latini, angelo custode per i cristiani). Sarà proprio questo compagno invisibile a guidarci nel corso del nostro cammino terreno; il nostro compito è riconoscerlo e realizzare la vocazione.

 

Tuttavia non c’è bisogno di dargli un nome o complicare troppo i concetti. Vi è mai capitato, da bambini o da adolescenti, di legarvi istintivamente a uno strumento, a uno sport o semplicemente di trovarvi in un luogo qualunque e senza un preciso motivo sentire che risuonasse con il vostro essere? Di prendere in mano un libro e sentire che facesse parte di voi, anche senza capirlo totalmente? Non era forse il vostro daimon che tentava di indirizzarvi verso il  cammino più autentico?

 

Hillman porta l’esempio di un grande filosofo inglese, R.G. Collingwood, mostrando come il suo daimon si fece strada nella sua vita fin da bambino.

 

« Mio padre aveva moltissimi libri… un giorno, quando avevo otto anni, la curiosità mi spinse a prendere un libricino nero, L'etica di Kant. Come iniziai a leggerlo, fui assalito da una strana sequela di emozioni: un’intensa eccitazione, la sensazione che quel libro parlasse di cose fondamentali per me, e infine la certezza che il contenuto, anche se non lo capivo, fosse affar mio, qualcosa che riguardava un me stesso futuro… Non era il desiderio di padroneggiare l’etica kantiana, ma come se si fosse alzato un velo a rivelare il mio destino. » (James Hillman, Il codice dell’anima)

 

Caravaggio, "Narciso"
Caravaggio, "Narciso"

 

A soli 8 anni, il daimon di quel bambino si fece sentire silenziosamente, come un richiamo interiore che seminava in lui una passione destinata a trasformarsi nel filo conduttore della sua vita. Era stata proprio la curiosità del daimon ad allungare la mano verso quel libro.

 

Da bambini il daimon parla spontaneamente. Crescendo, impariamo a zittirlo. Le distrazioni e le sfide della vita sembrano annebbiare la sua voce; eppure, in qualche modo, il daimon trova sempre il modo di farsi sentire di nuovo, spesso attraverso piccoli segnali: una frase su un libro, un incontro folgorante, una melodia ascoltata per caso che sembra parlare proprio a noi.

 

La verità è che è difficile riconoscerlo: per quanto il daimon possa farsi sentire, impariamo a nasconderlo; non per cattiveria, ma per adattamento. Lo riduciamo a una scintilla qualsiasi, quando in realtà è il fuoco necessario a illuminare il nostro cammino. È proprio ignorandolo o trascurandolo che nasce lo smarrimento: il daimon supplica di diventare la nostra guida.

 

Al giorno d’oggi cerchiamo di riempire la nostra vita con mille stimoli: passatempi, serate in compagnia, esperienze nuove, post sui social, libri, film. All’inizio tutto sembra regalarci pienezza; ci sentiamo vivi, completi, perché accumulare esperienze ci illude di star riempiendo il vuoto che proviamo. Eppure, quando restiamo soli, immersi nei nostri pensieri e senza distrazioni, emerge sempre la stessa domanda, insistente e silenziosa: “Chi sono davvero?” 

 

Quanto sarebbe meglio se tutta quell’energia, riversata nel tentativo di compiacere gli altri,  fosse dedicata alla nostra missione di vita? Offuscati dalla mole di impegni e dal bisogno di dimostrare le nostre capacità, spesso dimentichiamo che l’unica persona a cui dobbiamo rendere conto è il nostro bambino interiore. Quel bambino che si avvicinava agli oggetti spontaneamente, senza secondi fini, senza scopi sociali, economici o relazionali. Per il puro piacere di fare qualcosa che facesse risuonare il proprio sorriso con la propria anima.

 

Di fronte alla miriade di vite che potremmo vivere e di fronte agli infiniti “aut aut” della vita, ciò che conta è il nostro coraggio. Il coraggio di sbilanciarsi, di compiere quel salto tanto spaventoso quanto necessario. Solo così potremo raggiungere lo scopo principale della nostra esistenza: non cercare di vivere tutte le vite, bensì realizzare la propria.

 

 

31 marzo 2026

 




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