Sbatti il mostro in prima pagina: il ruolo della cultura nella polarizzazione del consenso pubblico

 

In una società dove l’informazione rappresenta una delle principali fonti di costruzione dell’immaginario collettivo, i media giocano un ruolo cruciale nella formazione dell’opinione pubblica, nella produzione di senso comune e nella legittimazione delle disuguaglianze, attraverso stereotipi, invisibilità e narrazioni selettive, contribuendo così a definire chi sia degno di empatia, chi possa essere riconosciuto come vittima legittima e chi abbia diritto ad accedere alla sfera della moralità pubblica.

 

 

Ne Il libro del potere la filosofa francese Simone Weil propone una riflessione illuminante sulla natura manipolatrice del linguaggio politico e sociale, prendendo le mosse da una ricerca della verità intesa come attenzione rigorosa al significato delle parole, unico strumento in grado di contrapporsi al dilagare della violenza:

 

« Per limitarci alle questioni umane, il nostro universo politico è popolato esclusivamente da miti e mostri. Conosciamo solo entità, assoluti, come dimostrano tutti i termini del vocabolario politico e sociale. Nazione, sicurezza, capitalismo, fascismo, ordine, autorità, proprietà, democrazia […]. Se afferriamo una di queste parole rigonfie di sangue e lacrime per cercare di stringerla, la troveremo vuota. » (Simone Weil, Il libro del potere)

 

Il ruolo che per i Greci è stato incarnato dalla figura di Elena – per la quale nessuno nutriva un interesse tale da giustificare un decennio di massacri – oggi, per noi, spetta a parole ornate di maiuscole: non significano nulla, non descrivono la realtà ma contribuiscono a orientarla secondo precise logiche di potere.

Un universo simbolico che, anziché chiarire, opacizza; anziché rivelare, manipola, con l’unico scopo di delineare una rappresentazione degradante dell’alterità, facendola apparire come assolutamente distante da noi, incompatibile e potenzialmente minacciosa, e dove il successo coincide esclusivamente con l’annientamento di uomini che lottano in nome di parole diverse.

 

Da questo punto di vista, la guerra si combatte prima con le parole che con le armi, poiché queste esistono sempre per coppie antagoniste – Fascismo e Comunismo; Dittatura e Democrazia – costruendo un conflitto che, già nel linguaggio, appare inevitabile.

 

« Lei vede il giornalista come un osservatore imparziale. Ebbene io le dico che questi osservatori imparziali mi fanno pena. Bisogna essere protagonisti, non osservatori. Siamo in guerra! La lotta di classe la facciamo anche noi! Non l'hanno inventata Marx e Lenin. » (Marco Bellocchio, Sbatti il mostro in prima pagina)

 

Sono queste le parole di Giancarlo Bizanti, interpretato dal grande Gian Maria Volonté, direttore de Il Giornale nel capolavoro di Marco Bellocchio, Sbatti il mostro in prima pagina, ambientato nell’Italia attraversata dalle tensioni politiche e sociali degli anni di piombo. In piena campagna elettorale, Il Giornale  – vicino ad ambienti conservatori – utilizza un fatto di cronaca come arma politica, costruendo mediaticamente il “mostro” del momento: un giovane militante comunista accusato dell’omicidio di una ragazza.

 

La colpevolezza del giovane non è accertata; al contrario, emergono elementi che ne mettono in serio dubbio la responsabilità. Nel finale si scopre che il vero assassino è il bidello della scuola frequentata dalla vittima. Eppure, questa verità viene deliberatamente occultata da Bizanti, che minaccia l’uomo affinché non riveli nulla alle autorità, salvaguardando così l’efficacia simbolica della notizia ormai diffusa.

 

Già cinquant’anni fa, Bellocchio illustrava con lucidità la dinamica manipolatoria descritta da Weil: in Sbatti il mostro in prima pagina la stampa non si limita a raccontare la realtà, ma la produce attivamente, trasformando un caso di cronaca in un dispositivo ideologico, finalizzato allo screditamento politico, in fase

elettorale, degli ambienti della sinistra, colpevoli di una presunta degenerazione morale, della quale il delitto viene presentato come “sintomo”. La “guerra” evocata da Bizanti è dunque, prima di tutto, una guerra simbolica, combattuta sul terreno della rappresentazione, dove il conflitto politico si degrada in propaganda e l’alterità viene resta incompatibile, minacciosa, disumanizzata.

 

Una scorciatoia, secondo Weil, tipica degli esseri umani nei momenti di incertezza, che coincide con l’incapacità di sopportare la complessità e con il bisogno di ridurre il mondo a opposizioni nette: chi la pensa diversamente diventa un nemico e deve essere combattuto. Il “mostro” non è quindi solo un presunto colpevole, ma un simbolo funzionale alla costruzione di un “noi” contrapposto a un “loro”. 

 

 

 

È in questo contesto che si colloca il significativo confronto con il giovane apprendista Roveda, sostenitore di un’idea di giornalismo come ricostruzione obiettiva dei fatti.

 

Consapevole che il colpevole della vicenda sia un altro, Roveda contesta apertamente l’operato non imparziale di Bizanti: «Ma questa realtà bisogna spiegarla, raccontarla obiettivamente. Invece lei la distorce, se ne frega di passare sulla pelle e sulla testa della gente e di un caso qualsiasi ne fa un sintomo, come dice lei» (Marco Bellocchio, Sbatti il mostro in prima pagina).

 

Lo scambio tra i due non si limita a contrappore due diversi modi di intendere il mestiere giornalistico, ma mette in scena due visioni radicalmente differenti di cultura: per Roveda essa dovrebbe fare luce sulla realtà; per Bizanti, invece, deve orientarla e piegarla a una strategia di potere.

 

Il protagonismo cui fa riferimento Bizanti richiama, infatti, l’idea di una cultura, non autonoma e indipendente, ma dotata di potere causale, come sottolineato dal teorico e critico letterario Edward Said in Cultura e Imperialismo. La cultura, lungi dal limitarsi a riflettere le strutture economiche, politiche e sociali esistenti, contribuisce a plasmarle, influenzando gli immaginari, le idee e i progetti attraverso cui esse si costituiscono e si mantengono.

 

« [...] Ma leggere e scrivere testi non è mai un’attività neutra: vi sono coinvolti interessi, poteri passioni, piaceri, non importa quale pretesa d’arte o di semplice svago abbiano le opere in questione. I media, l’economica politica, le istituzioni di massa – vale a dire i sentieri trattati dal potere secolare e dall’influenza dello stato – sono parte integrante di ciò che chiamiamo letteratura. » (Said, Edward W. 2023. Cultura e imperialismo. Letteratura e consenso nel progetto coloniale dell’Occidente).

 

Cultura, dal latino colere, “coltivare”, non si esaurisce dunque nella produzione letteraria: implica una formazione individuale che, tuttavia, tende a consolidarsi come identità collettiva. Un processo che, lungi dall’essere spontaneo e naturale, si configura come costruzione storica, politica e simbolica.

 

Come osserva la psicologa Chiara Volpato, «l’umanità risiede nel dettaglio, nella narrazione, nell’individualità; la deumanizzazione si insinua nei numeri, nella trattazione impersonale, nella generalità» (Chiara Volpato, Deumanizzazione. Come si legittima la violenza).

 

Esiste infatti una variante più sottile e insidiosa del fenomeno della deumanizzazione – anch’essa espressione di un favoritismo verso sé stessi e il proprio gruppo – che agisce a livello implicito in tutti i rapporti intergruppi, anche in assenza di conflitto e di conseguenze affettivo-comportamentali estreme. 

Una dinamica silenziosa, che sottende la nostra quotidianità, confondendosi con la normalità: l’infraumanizzazione. Questa è resa particolarmente insidiosa – specialmente nel contesto mediatico – dalla sua natura sottile e pervasiva.

 

A differenza della deumanizzazione esplicita, le forme sottili:

 

« […] sono difficili da riconoscere, si insinuano nel discorso quotidiano e si traducono in una sottovalutazione pervasiva dell’umanità dei gruppi estranei. Pensiamo, ad esempio, allo spazio riservato alle notizie di calamità che colpiscono membri dell’ingroup o dell’outgroup, al diverso tono emotivo impiegato per parlare degli uni e degli altri, al modo in cui le vittime vengono descritte come individui con una storia personale o come semplici numeri. » (Chiara Volpato, Deumanizzazione. Come si legittima la violenza).

 

Il potere dei media e della cultura in generale, dunque, non si limita mai soltanto alla trasmissione imparziale di informazioni, ma risiede nella delimitazione dell’orizzonte morale entro cui una società riconosce chi meriti riconoscimento ed empatia e chi, invece, possa essere trasformato in bersaglio.

La polarizzazione, in questo senso, non nasce solo dai fatti, ma dal modo in cui essi vengono narrati, dal linguaggio scelto e da una selettività nella rappresentazione, consolidando una cultura che plasma attivamente la percezione dell’altro.

 

Prendersi cura delle parole – strumenti essenziali di cui ci serviamo per capire noi e il mondo – diventa allora un gesto politico essenziale, forse il primo argine contro la costruzione dei “mostri” che popolano il nostro immaginario pubblico.

 

 

17 marzo 2026