Ha senso lottare contro il destino?

 

L'uomo, nel corso della sua vita, affronta il cozzare delle proprie aspirazioni contro i limiti della realtà in cui vive. Limiti che sembrano vincolarlo a determinate scelte. L'individuo singolo deve rassegnarsi a un destino determinato o può lottare per affermare i propri ideali?

 

E. Leutze, "George Washington attraversa il fiume Delaware" (1851)
E. Leutze, "George Washington attraversa il fiume Delaware" (1851)

 

"Chissà cosa mi riserva il destino": una frase che molte persone avranno sentito, con la quale si esplicita il proprio dubbio, o le proprie speranze, su cosa avverrà nel futuro. Frase che, tuttavia, sottindente anche che ciò che avviene non dipende esclusivamente da noi. Ci sono forze esterne, avvenimenti che delimitano la vita di ciascuno, definiscono cosa ognuno sarà o farà in futuro. Tali forze possono essere espressione di una ragione universale – come concettualizzato dal pensiero stoico – o del caso, ma ad ogni modo non sono in nostro potere.

 

Questa visione si scontra con un luogo comune del nostro tempo: quello per cui il "destino" di una persona dipenda solo da se stessa. Non bisogna aspettare cosa serberà il futuro per sé, ma è necessario crearsi attivamente la strada verso il successo; non rassegnarsi alle avversità, ma lottare per giungere agli obiettivi designati. 

 

Che fare? Esiste una realtà che consegna gli uomini a un destino inevitabile? Una necessità degli eventi a cui si è incatenati e che bisogna fatalisticamente accettare? O il futuro è nelle proprie mani e bisogna guadagnarselo?

 

Partirò con una premessa: alla base di questo dilemma, solitamente si pone la questione se esista il libero arbitrio. Se esista cioè la volontà umana, come possibilità di scegliere qualcosa indipendentemente da cause esterne. Una volontà non condizionata da altro.

 

Ipotizziamo che tale volontà esista: significa che, qualsiasi cosa accada nel mondo, l'individuo sceglie cosa pensa, è e fa sulla base di una scelta propria, non dipendente da null'altro che da sé. Immaginiamo ora il caso di un uomo che entra in tabaccheria e decide di comprare un pacchetto di sigarette di una marca specifica. Sembrerebbe una scelta totalmente libera a prima vista. Approfondendo, si potrebbe scoprire che è andato al mattino presto, perché poi doveva andare a lavoro (cioè, la scelta dell'orario è stata determinata da delle condizioni); ha scelto quella tabaccheria perché era la più comoda sulla strada verso il lavoro e il proprietario gli è simpatico; ha scelto quella marca di sigarette perché ci è abituato da anni; ha comprato sigarette perché da anni fuma e ha cominciato, a detta sua, perché ha trovato nelle sigarette un modo per alleviare lo stress lavorativo. Potrebbero cioè, all'analisi uscire varie condizioni che hanno influenzato la scelta della persona. Si potrebbe però obiettare: "ma è comunque una sua scelta, avrebbe potuto fare anche diversamente: cambiare tabaccaio o marca. Nessuno glielo impediva". Qua contro-obietta Hobbes:

 

« Io riconosco questa libertà, che io posso fare se voglio; ma dire che io posso volere se voglio, lo ritengo un discorso assurdo. » (T. Hobbes, Libertà e necessità)

 

Certamente quel fumatore ha scelto di comprare un pacchetto di sigarette, ma quella scelta è stata determinata dal ricercare l'alternativa migliore: nessuno, se deve scegliere, punterebbe all'alternativa peggiore. Questa ricerca di ciò che è meglio per sé è necessaria e non arbitraria: dipende da una valutazione del contesto in cui si vive. Quel fumatore ha scelto di acquistare quel pacchetto in quella tabaccheria a una certa ora del mattino per una serie di fattori (marca preferita, lavoro imminente, le sigarette a casa erano finite...) che non può eludere. La sua scelta è inevitabile dato il corso degli eventi. 

 

« Il fato è una certa serie perpetua di eventi, una catena che si svolge e si annoda attraverso l'eterno ordine della conseguenza, al quale è collegata e connessa. » (Crisippo, in Roberto Radice, Stoici Antichi)

 

A questo fato si è collegati inevitabilmente. Non si possono eludere, nella propria vita, i contesti in cui ci si trova e i vari fattori che portano il proprio pensiero a valutare quale sia per sé la scelta migliore. Si potrebbe obiettare "ma in quel contesto si è arrivati per una propria scelta", al che nuovamente si può rispondere "e quella scelta perché è stata intrapresa?" e, di nuovo, cercare altri fattori che la hanno determinata. O si dimostra l'esistenza di una scelta della propria volontà totalmente arbitraria (nulla può averla condizionata), o non esiste libero arbitrio. Facendo attenzione al fatto che, per dimostrare l'esistenza di una scelta non condizionata in toto, non basta aver agito senza sapere il perché del proprio gesto: non avere chiaro i motivi per cui si ha fatto una cosa non corrisponde alla sicurezza che nulla abbia influenzato il proprio gesto. 

 

Secondo questa visione, una catena di cause e conseguenze, in cui l'uomo è inserito, determina l'agire di ciascuno, portandolo verso una direzione.

 

P. Balke, "Capo Nord" (anni '40 dell' 800)
P. Balke, "Capo Nord" (anni '40 dell' 800)

 

Dunque il proprio destino non lo si crea? Ha senso abbandonarsi al fato e non fare resistenza all'ordine delle cose? Forse, una visione deterministica dell'agire umano non implica, per necessità, di dover abbracciare una visione fatalistica per cui non valga lottare per ciò in cui si crede. Come afferma Crisippo:

 

« È ovvio che molte cose sono in nostro potere, ma ciò non di meno sono pure esse sottoposte, per volere del fato, all'ordinamento del tutto. » (Crisippo, in Roberto Radice, Stoici Antichi)

 

« Che il mio mantello non vada in brandelli non dipende solo dal fato, ma anche dalle cure che gli si prestano; e così lo scampare alla guerra dipende anche dall'essere sfuggito ai nemici; e l'aver figli non si darebbe senza la volontà di giacere con una donna. » (Crisippo, in Roberto Radice, Stoici Antichi)

 

Bisogna ricordarsi che anche l'essere umano fa parte del destino e, dunque, l'uomo stesso partecipa all'intrecciarsi del destino. Se vi è una necessità nell'ordine delle cose, non è una pura necessità opprimente, che da fuori colpisce l'uomo. Se si trattasse di una spinta nella totalità eterogenea all'uomo, allora questi non avrebbe nessun tipo di peso nell'accadere degli eventi. Ma, come ricorda Hobbes, anche se non esiste il libero arbitrio, esiste la libertà, intesa come libertà di scelta. Nessuno si sente "necessitato", incatenato dal destino quando sente di fare una scelta. Quella scelta può benissimo essere determinata da dei fattori (tanto eventi "esterni" che capitano quanto il modo in cui il singolo riflette e agisce di conseguenza, quindi lo sviluppo del suo pensiero nel tempo, con l'educazione, l'influenza genetica, ecc.); tuttavia, verrà sentita come propria e quindi come determinata liberamente dal singolo. Per essere coerenti, si tratta di una libertà intesa come scelta di cosa è bene secondo il proprio pensiero; una scelta, come affermato in precedenza, determinata da cosa porta il singolo a concludere che essa sia l'alternativa migliore.

 

Ci si sente, nella situazione empirica, "incatenati dal destino" quando la scelta attuata la si sente vacillare: non si è sicuri che sia la migliore (come nei dilemmi morali) o si pensa a come, se il contesto fosse migliore, si potrebbero attuare alternative migliori. In tal senso, è giusto il monito stoico di accettare il destino, inteso come non richiedere l'impossibile (contesti che non esistono o la certezza totale quando, molto spesso, nell'agire si ha un tempo limitato per valutare una scelta). Non bisogna però intenderlo come l'idea che non si abbia un peso nel corso degli eventi. La storia umana è costellata di avvenimenti dove singoli e gruppi collettivi hanno spinto per un cambiamento e lo hanno ottenuto, determinando il corso della storia. Un cambiamento voluto per necessità, in quanto considerato da loro la scelta migliore.

 

« Ma ci sia pure qualcosa in nostro potere, purché questo stesso essere in nostro potere sia compreso dal destino. » (Crisippo, in Roberto Radice, Stoici Antichi)

 

La libertà allora, come capacità di valutare quale sia l'alternativa migliore per sé, sarebbe sempre disponibile. Una libertà che riesce ad affermarsi nel momento in cui comprende il contesto in cui si agisce (coi limiti che impediscono certe scelte) e qual è, fra le disponibili, la scelta che meglio affermi il proprio bene. 

 

1° settembre 2022

 








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