Educare i giovani a seguire il bene, non a scappare dalla punizione

 

Bisogna avere la capacità di educare il proprio figlio a compiere azioni volte al bene, non per paura di una possibile punizione nel caso dovesse compiere azioni ingiuste, ma perché ha avuto gli strumenti per comprendere da sé ciò che è giusto e ciò che è ingiusto fare.

 

Delle Notti, "Gesù nella bottega di san Giuseppe" (1617-1618)
Delle Notti, "Gesù nella bottega di san Giuseppe" (1617-1618)

 

Una delle mansioni più difficili e più importanti che si possa pensare è sicuramente quella di essere genitori ed educare i propri figli. Un argomento su cui ci sono stati moltissimi dibattiti, proprio come ce ne sono ora e ce ne saranno sempre in futuro. Vorrei soffermarmi un momento su un’opera in particolare che tratta l’educazione, per rimarcare il fatto che tutte le domande, gli atteggiamenti, i pensieri che si facevano in passato, sono molto vicini, per non dire identici a quelli che oggi vengono fatti. L’opera in questione è una commedia di Publio Terenzio Afro, un noto autore latino, composta nel II secolo a.C., dal titolo Adelphoe, che tradotto in italiano si può esprimere con I due fratelli. Tralasciando la trama completa dell’opera che qui a poco ci serve, è molto interessante andare ad analizzare il comportamento dei due personaggi principali dell’opera, ovvero proprio i due fratelli da cui deriva il titolo di quest’ultima. Essi, Demea e Micione, hanno entrambi un figlio e ognuno dei due fratelli educa il proprio giovane in maniera diversa. Nella commedia i due fratelli si ritrovano spesso a dibattere sul metodo di educazione dei figli, su quale sia il più adeguato per far sì che la prole possa crescere nella maniera migliore possibile. Come si può forse intuire, Demea e Micione hanno idee differenti a riguardo e, nelle loro discussioni, ciò viene palesato in maniera chiara. Micione è un uomo di mentalità aperta e liberale: educa il figlio adottivo con un metodo basato sulla reciproca fiducia e liberalità, ed è convinto che tra padre e figlio vi debba essere un dialogo aperto e senza paura da parte del giovane, garantito da un comportamento tollerante e generoso del padre. Demea vive in campagna e rispecchia la figura del padre all'antica: burbero, severo e autoritario. Educa il proprio figlio con il metodo tradizionale, basato sui principi del mos maiorum e sull'esercizio della patria potestas. Egli è fermamente convinto che solo usando le maniere forti con i figli, essi si guarderanno dai comportamenti sbagliati e staranno ai buoni insegnamenti dei genitori. Tale differenza d’opinioni è posta in risalto in un intervento di Micione nella commedia di Terenzio che così recita:

 

Publio Terenzio Afro
Publio Terenzio Afro

« […] Che poi non è figlio mio [Eschino], ma di mio fratello [Demea], il quale fin da ragazzo aveva un'indole del tutto diversa dalla mia: io ho condotto una tranquilla e agiata vita cittadina e non ho mai preso moglie, cosa che la gente reputa una fortuna. Lui tutto al contrario: vita in campagna, economia attenta e rigorosa, matrimonio, due figli. Io ho adottato il maggiore, l'ho allevato fin da bambino, l'ho considerato e amato come se fosse mio, è tutta la mia gioia e consolazione. Faccio di tutto perché mi contraccambi: gli concedo, lascio correre, non ritengo necessario che faccia tutto come voglio io e poi, quelle ragazzate che gli altri fanno di nascosto dal padre ho abituato mio figlio a non nascondermele. Perché chi avrà l'abitudine di mentire a suo padre, o avrà il coraggio di ingannarlo, tanto più lo avrà con gli altri. Sono convinto che sia meglio frenare i figli col rispetto e con l'indulgenza piuttosto che con la paura. Su questo mio fratello non è d'accordo con me, non gli va. E spesso viene da me e grida: «Che fai, Micione? Perché mi rovini quel ragazzo? Perché fa l'amore? Perché si ubriaca? Perché favorisci tutto questo spesandolo? Perché sei così generoso nel vestirlo? Sei davvero una pappamolla!» Lui come padre è troppo severo, al di là del giusto e del lecito, e, a mio avviso, si sbaglia di grosso se crede che l'autorità basata sulla forza sia più salda e sicura di quella ottenuta con l'affetto. Io la penso così (e mi regolo di conseguenza): chi fa il proprio dovere per timore di un castigo, finché pensa che la cosa si verrà a sapere, sta attento; ma se spera di farla franca, torna a seguire la propria indole. Quello che ti sei conquistato trattandolo bene, agisce spontaneamente, cerca di contraccambiarti: che tu ci sia o no, si comporterà allo stesso modo. Questo è il compito di un padre, abituare suo figlio ad agire onestamente da solo, anziché per paura degli altri: è questa la differenza che c'è tra il padre e il padrone. Chi non ci riesce ammetta di non saper comandare ai figli […]. » (Terenzio, Adelphoe)

 

L’argomentazione che qui offre Micione pare essere convincente ed esaustiva. L’idea di fondo che sta dietro a questo intervento sembra essere molto efficace, ovvero avere la capacità di educare il proprio figlio a compiere azioni volte al bene, non per paura di una possibile punizione nel caso dovesse compiere azioni ingiuste, ma perché ha avuto gli strumenti per comprendere da sé ciò che è giusto e ciò che è ingiusto fare. Per far ciò, per Micione, è importante trasmettere affetto, vicinanza e accompagnare i passi del figlio, in particolare all'inizio; lasciandogli magari commettere degli errori, sempre però assicurandosi che questi vengano assimilati e compresi così da evitare lo stesso atteggiamento errato in futuro.

 

G. Reni, "San Giuseppe e il bambino Gesù" (1635)
G. Reni, "San Giuseppe e il bambino Gesù" (1635)

Crescere un figlio è un qualcosa di estremamente complicato: ognuno durante la crescita risponde in maniera differente agli stimoli che vengono dall’esterno e spesso è difficilissimo prevedere la reazione a certe situazioni. È per questo che non esiste una “guida universale” per allevare un figlio nel modo migliore. Non esisterà un metodo universale valido sempre: a seconda della situazione un certo approccio si rivelerà migliore di un altro. Nella sua mente un genitore può vagliare diverse possibilità e alla fine scegliere quella che ritiene migliore in una data situazione. La linea tracciata da Micione nella commedia sembra un’ottima base di partenza, che a mio avviso può essere implementata solo con le varie esperienze che ognuno vive. Ritengo sia dunque dannoso avere una mentalità chiusa, intenta a seguire solo una certa linea, non aperta ad accogliere la possibilità di mutare, trasformare la condotta che si ha nell’educazione dei giovani  se i cambiamenti si rivelano migliori di quanto si faceva in precedenza; perché, riprendendo ancora una volta le parole di Micione:

 

« Non c'è persona più ingiusta dell'inesperto, che ritiene che sia ben fatto solo quel che fa lui. » (Terenzio, Adelphoe

 

14 aprile 2018