Come la nostra pelle

 

« A volte vorrei lasciarmi, ma non saprei con chi altro andare. A volte mi innamoro di me, e ritorno a giocare. »  (Ex Otago)

 

Henri Matisse, "La musica" (1910)
Henri Matisse, "La musica" (1910)

 

Percepire la propria individualità è una sensazione ambigua. Essa reca con sé quella particolare gioia che deriva dal sentirsi dei soggetti autonomi, fatti di idee, sogni e passioni, ognuno con le proprie aspirazioni e convinzioni. D’altra parte la singolarità è anche smarrimento, una sorta di sgomento che si prova quando ci si accorge che non si potrà mai essere totalmente compresi da qualcun altro, che ci sono parti di noi che saranno sempre invisibili. Nessuno può vivere al posto nostro, nessuno può morire al posto nostro.

 

« C’è una solitudine che ciascuno di noi ha sempre portato con sé, più inaccessibile delle montagne ghiacciate, più profonda del mare notturno. La profondità del nostro essere che chiamiamo il nostro Io non è mai stata penetrata da sguardo o mano di uomo o di angelo. » (Elizabeth Cady Stanton, La solitudine dell’Io, 1892)

 

La sensazione di unicità che ci accompagna nella felicità e nel dolore appare irriducibile ad una rappresentazione esterna. Essere se stessi significa avere un paio di occhiali solo nostri con cui osservare e filtrare la realtà. Le nostre esperienze pregresse, i nostri pensieri, ricordi, sono una base vivida su cui lo scorrere della vita si appoggia e assume forme che non avrebbe se ad esperirlo fosse un’altra persona. La stessa realtà nasce e cresce assieme a noi, ci plasma ed è plasmata; la nostra esistenza si espande e ci regala emozioni e riflessioni che si sedimentano al nostro interno, mai completamente comunicabili.

 

Quell’abisso che ognuno vive dentro di sé è a tutti gli effetti un recinto, un confine che sembra contenere un oceano, a volte calmo, altre in tempesta. Il poeta francese Baudelaire paragonava così, nella raccolta Fiori del Male, l’uomo al mare:

 

Ivan Konstantinovič Ajvazovskij, "Nave nel mare in tempesta" (1887)
Ivan Konstantinovič Ajvazovskij, "Nave nel mare in tempesta" (1887)

« Uomo libero, sempre amerai il mare!

È il tuo specchio il mare: ti contempli l'anima

nell'infinito muoversi della sua lama.

E il tuo spirito non è abisso meno amaro.


Divertito ti tuffi in seno alla tua immagine,

l'abbracci con lo sguardo, con le braccia e il cuore

a volte si distrae dal proprio palpitare

al bombo di quel pianto indomabile e selvaggio.

 

Siete discreti entrambi, entrambi tenebrosi:

inesplorato, uomo, il fondo dei tuoi abissi,

sconosciute, mare, le tue ricchezze intime,

tanto gelosamente custodite i segreti!


Eppure ecco che vi combattete

da infiniti secoli senza pietà né rimorso,

a tal punto amate le stragi e la morte,

o lottatori eterni, o fratelli implacabili! »

 

Vi è un che di doloroso nello scarto tra ciò che percepiamo come nostro e ciò che ci appare come esterno. Questa distanza in certi momenti può aumentare, facendoci addirittura dubitare che esista davvero qualcosa al di fuori della nostra mente. E se tutto ciò che vediamo e con cui abbiamo a che fare fosse soltanto una proiezione? Il nostro modo di sentire, di vedere, di vivere, è una struttura universale o appartiene a noi? È possibile darsi una risposta? Un altro potrà mai capire davvero quello che portiamo dentro?

 

Nella sua opera La destinazione dell’uomo il filosofo tedesco J.G. Fichte stende su carta un ipotetico dialogo della coscienza con se stessa. Passando attraverso il labile confine tra libertà e necessità, nel quale rischia di arrendersi alla concezione di un universo meccanicistico, l'interiorità incontra uno spirito, un fantasma, che gli mostra come tutto ciò che essa esperisce sia vissuto attraverso una sua proiezione immaginativa. Non c’è esterno che non sia interno, non c’è alterità che non sia un’immagine della mente. Messo alle strette l’Io si trova sull’orlo del baratro: se ciò che esiste è solamente apparenza, la sua stessa coscienza potrebbe ridursi ad un’illusione.

 

Ma guardando dentro di sé l’Io individua la risorsa per uscire da questa impasse, e tale risorsa è chiamata fede. È fiducia nel fatto che una realtà ci sia, è desiderio di viverla, di poter volere, lottare per un obiettivo, avere la forza di agire e soprattutto di scegliere. Fichte individua il fondamento del vivere nell’estensione verso l’esterno del soggetto, portatore di una volontà che necessita di spazi in cui esercitarsi, di alterità con cui confrontarsi, di valori in cui credere.

 

 La nostra identità gioca sul sottile filo che corre tra interno ed esterno, tra l’oceano che abbiamo dentro e l’universo che scrutiamo fuori.


Essa è al contempo privata ed aperta, nascosta e alla luce. Come la nostra pelle.

 

 

 

 

 


7 agosto 2019

 








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