Vestirsi da uomini schifosi: la scrittura di David Foster Wallace e il rap di Fabri Fibra

 

Il libro di David Foster Wallace Brevi interviste con uomini schifosi, e il suo equivalente sonoro, l'album di Fabri Fibra Mr. Simpatia, hanno segnato un momento di profonda riflessione su quell'oscurità nascosta dentro l'uomo postmoderno.

 

Lorenzo Puglisi, "Nell'orto degli ulivi"
Lorenzo Puglisi, "Nell'orto degli ulivi"

 

Il passaggio tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio ha segnato dal punto di vista culturale e artistico la necessità di comprendere gli sviluppi storico-sociali che avevano caratterizzato il mondo occidentale post-bellico: dalle installazioni piene di pathos onirico, alle taglienti rime del rap, alla nuova scrittura postmoderna. Sembrano nascere nuovi linguaggi che si pongono contro tutto ciò che precede: le installazioni contro l’arte figurativa, il rap contro la musica disco delle feste dei ricconi in abiti scintillanti, la scrittura postmoderna contro il pesante realismo di inizio Novecento.

 

Barbara Kruger, "I shop therefore I am"
Barbara Kruger, "I shop therefore I am"

Nonostante questa sua natura “avversa”, l’arte del passaggio al nuovo millennio propone anche brillanti ritratti del cambiamento antropologico in corso. Basti pensare al cinico I shop therefor I am (1990) di Barbara Kruger, che ricostruisce messaggi pubblicitari per mostrare la distanza dall’uomo cartesiano, che pensa e dunque è; l’uomo postmoderno ha perso ogni forma di razionalità per annullarsi in un impulso che si ripete: quello capitalistico dell’acquisto. L’uomo postmoderno è perché agisce e l’unica azione – l’unica sfera vissuta – è quella dell’acquisto.

Che l’uomo sia ormai cambiato è quindi assodato, ma in che modo? Cosa si annida sotto la nostra società? Sembra esserci, nascosta in essa, una oscura materia dove hanno libero sfogo frustrazioni, rabbia, strane manie, pulsioni orribili.

 

David Foster Wallace aveva percepito e rappresentato tutta questa abietta "melma sociale" in un controverso insieme di racconti del 1999 dal titolo di Brevi Interviste Con Uomini Schifosi. Come il titolo suggerisce esse son sì interviste, ma nelle quali il lettore veste i panni dell’intervistatore (verso cui il lettore prova maggiore empatia, anche se Wallace in quasi tutte le interviste eclissa le sue domande, non rendendocele note), mentre Wallace interpreta l’uomo “schifoso”.

D’altronde, per scrivere determinate cose, devi, anche se esse non sono approvate, pensarle. In Brevi Interviste ci sono – come dice Zadie Smith – personaggi «stupidi, rozzi e ciechi» immersi in racconti oltre ogni limite del cinismo.  Quando uscì Brevi Interviste questa oscurità venne fuori in maniera lampante: certe cose si sapevano, era ovvio, ma ritrovarsi faccia a faccia con esse e non poter voltare lo sguardo significava essere coscienti di essere sprofondati nell’abisso e mettere moralmente in dubbio la separazione tra uomo sociale/individuo nella sfera privata che il capitalismo aveva creato; separazione che permetteva all’uomo moderno lo sfogo di disequilibri psicologici. E lo stesso Wallace temeva che esse fossero viste come qualcosa di strettamente personale, un celato racconto biografico e non, come lui le aveva definite, una descrizione del «vuoto spirituale nella interazione eterosessuale nell’America postmoderna».

 

« Devo ammettere che era un ottimo motivo per sposarla, pensando che meglio di così non mi poteva andare visto che aveva un bel corpo anche dopo aver sfornato un figlio. Bellissime stupende gambe – aveva sfornato un figlio ma non era tutta sformata e venosa e floscia. Farà l’effetto di essere superficiale, ma è la verità. Avevo sempre avuto questo terrore incredibile di sposare una bella donna che poi ti sforna un figlio e si ritrova col corpo sformato ma tu devi continuare a farci sesso perché hai firmato di continuare a fare sesso con lei per tutta la vita. Farà un effetto orribile, ma nel suo caso lei era come garantita – il figlio non le aveva sformato il corpo, perciò sapevo che con lei potevo firmare a occhi chiusi e farci i figli e cercare comunque di continuare a fare sesso. Fa un effetto superficiale? Dimmi che ne pensi. O la pura verità su questo genere di cose fa sempre un effetto superficiale, sai com’è, le vere ragioni di ognuno? Che ne pensi? Che effetto fa? » (David Foster Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi)

 

La copertina dell'album di Fabri Fibra, "Mr. Simpatia"
La copertina dell'album di Fabri Fibra, "Mr. Simpatia"

Così come per Brevi Interviste, anche l’Italia fu scossa nel 2004 dall’uscita dell’album Mr. Simpatia di un rapper semisconosciuto di nome Fabri Fibra. L’album è il risultato di uno sfogo rabbioso di un ragazzo che crede di aver fallito nell’unica cosa in cui crede. Il rap. Turbe Giovanili del 2002 doveva infatti essere l’album del successo: Neffa aveva in un certo senso consegnato le redini dello scenario underground a Fibra realizzando tutte le basi dell’album, che però non sancì questo effettivo passaggio di consegne. E questo spiega il cambio di tono drastico, sin dalla copertina che ritrae il cantante accasciato sul tavolo dopo essersi sparato un proiettile in testa. Proprio in un’intervista a proposito dell’album, Fibra racconta: «È la caricatura della reazione di tutti noi ad una serie di fenomeni in un determinato arco temporale [...] ho avuto un periodo veramente negativo che mi ha portato a non nascondere la parte peggiore di me che era comunque quella che mi stava tenendo in vita, ho preferito portare avanti questo discorso piuttosto che nascondermi davanti a finti ottimismi o preconcetti di perbenismi completamente fasulli. L'essere umano ha un sacco di contraddizioni in sé e a volte la parte razionale prende il sopravvento, a volte è la parte irrazionale ci fa reagire come mai avremmo pensato di reagire» (Fabri Fibra, Intervista a Hotmc).

 

Fibra spiega sin dalla prima rima cosa fa nell’album («Io non rimo, inietto veleno in questo casino»), rappresentando qualcosa, come afferma nel ritornello successivo («il destino mio è fare l’uomo nel mirino. Mi bagno di benzina, tu passami l’accendino»).

Rappresenta quindi quel magma sociale sotterraneo che le televisioni non fanno vedere. Penso alla prima parte del film Fight Club, in cui Edward Norton è inghiottito in una monotona vita da single/impiegato d’ufficio – come tra l'altro è il personaggio che Fibra rappresenta in Mr. Simpatia – per poi incontrarsi con il suo alter-ego (interpretato da Brad Pitt) che lo introduce in un tentativo di manomissione del sistema bancario. Serve una via d’uscita dal quotidiano che si ripete: questo è chiaro. Ne ha bisogno Tyler Durden, che sceglie di partecipare a un gruppo segreto di lotta a mani nude; ne ha bisogno Fabri Fibra, che riversa il suo malessere nel rap.

 

Questa vita è paranoica così come è

Io scrivo rime e senza queste ucciderei

Vengo dal settantasei con il suono assassino

Io voto SI per l'aborto al mio primo bambino

Noi veniamo dal buio ed è li che torneremo

Con il rosso negli occhi ormai gonfi di veleno

Sento la frustrazione, il sangue in ebollizione

Piango in continuazione senza motivazione

Per questa educazione ci mette in soggezione

Sentendomi colpevole anche senza l'intenzione

Cristo che religione, mi azzera ogni emozione

Mi vedo in punizione dopo l'eiaculazione

Se provo l'attrazione, ma quale protezione

Coprendo il mio organo di riproduzione

È la deformazione

Bella consolazione

Ragazza col pancione

Madonna che impressione

(Fabri Fibra, Mr. Simpatia)

 

 

Colpisce anche il registro, simile a quello usato da Wallace, che Fibra sceglie: infezioni, deformazioni, termini sessuali espliciti e le urla in sottofondo che in più tratti descrivono la disperazione in ballo.

Le rime taglienti spesso affrontano in maniera apparentemente superficiale alcuni temi come l’invalidità (sia fisica che mentale), la psicopatia, le droghe, lo stato e l’influenza della Chiesa cattolica, lo sfruttamento del lavoro, ma soprattutto il rapporto con le donne al limite della misoginia, tanto da far diventare Fibra colui che ha rivestito alla perfezione l’abito dell’uomo schifoso wallaciano. Nei testi di Fibra, così come nelle brevi interviste, la donna è sempre vista come un oggetto e mai come un’alterità con cui rapportarsi, tanto che anche il “rapporto sessuale” risulta essere qualcosa di squallido e macchinoso, puro sfogo biologico. È evidente, così come ne parla Wallace a proposito dei personaggi del suo libro, una “paura delle donne, dell’intimità e dell’amore”. Lo si percepisce nei pezzi di Fibra, così come nelle varie interviste di Wallace, così come nei due saggi Mondo Adulto I e II intercalati tra esse:

 

« La pura verità davanti a Dio è: non lo so. Io non lo so. Non sono riuscito a capirlo. Se mi sono messo qui seduto a parlare con te è perché cerco di provare che ci tengo davvero a te e perché voglio essere onesto su me stesso e i miei trascorsi amorosi e per farlo nel mezzo di qualcosa invece che alla fine. Perché guardando ai miei trascorsi a quanto pare è solo alla fine di un rapporto che sembro disposto a parlare chiaramente di certe mie paure su me stesso e i miei trascorsi di tipo che fa soffrire le donne che lo amano. Cosa che, naturalmente, le fa soffrire, l’improvvisa onestà cioè, e serve a tirarmi fuori dal rapporto, che a posteriori temo possa essere stato il mio piano inconscio fin dall’inizio, nel senso di tirarlo in ballo e alla fine essere onesto con loro, forse. Non ne sono sicuro. » (David Foster Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi)

 

Sto in città a lavorare, non passarmi a trovare

Che ti immagino già rotolare giù per le scale

E ti continui a incolpare, e continui a irritare

E io vorrei che il tuo cuore cominciasse a gelare

E ti continuo a dannare, sento in tele parlare

Che la gente come noi dovrebbe sdrammatizzare

Io e te non dobbiamo stare, neanche esistere insieme

Abbiamo solo scopato e io neanche ti voglio bene

Puoi tagliarti le vene, puoi donarmi anche un rene

Tocchi solo 'sto pene che neanche ti appartiene

Io ti strapperei gli occhi, mi smetterei di fissare

 

Chiudi sta cazzo di bocca che neanche sai ingoiare.

(Fabri Fibra, Niente male)

 

Le rime pesanti di Fibra colpiscono quasi con un senso di disgusto in chi ascolta il testo, nonostante il fitto umorismo che accompagna il modo di rappare, perché come nota Daniele Bettinelli del blog Rapologia, «osservando più da vicino le canzoni però ci si rende conto che quanto appena detto rimane oggettivamente vero ma con un senso ben più profondo». E una certa dose di ironia è necessaria per fare digerire una pillola tanto amara quanto questa. Il critico Giacomo Stefanini della rivista Noisey definendolo il miglior album hip hop italiano, scrive che

 

« si potrebbe costruire il profilo psicologico di una persona osservando le sue barre preferite tratte da questo disco. Preferite quelle autodistruttive, quelle violente, quelle stupide? Quelle sulle celebrità o quelle sul suo capoufficio o sua madre? Le rime misogine, quelle sulla droga, sull'alcol? Mr. Simpatia, il personaggio, riesce sempre a essere fuori luogo, estremo, ma soprattutto ridicolo. Perché se questo album non fosse attraversato da uno spesso filone di umorismo, per quanto nerissimo, sarebbe impossibile da ascoltare. »

 

Ed ascoltare Mr. Simpatia, così come leggere Wallace ti lascia un certo dramma interiore, perché sembra scontato tirarsi indietro e dire “No, io non sono così”. Ma, la contraddizione del nostro tempo è questa: nonostante le varie, tutt'altro che disinteressate, campagne di sensibilizzazione politically correct in atto, non è questo il secolo del cinismo nero? 

 

2 dicembre 2019