L'economia si è davvero fagocitata la politica?

 

In questa formula ha trovato espressione una nostra profonda insoddisfazione. Con essa si vuol dire che l'economia e la politica non dovrebbero essere quel che sono: qualcosa non torna. Ma cosa precisamente?  

 

di Gabriele Zuppa

 

 

La tiritera trasversale è la stessa da anni.

 

« L’Europa dei banchieri, quella fondata sull’immigrazione di massa e sulla precarietà, continua a minacciare e insultare gli italiani e il loro governo? Tranquilli, fra sei mesi verranno licenziati da 500 milioni di elettori, noi tiriamo dritto! #primagliitaliani. » (Matteo Salvini, 6 ottobre 2018)

 

« L'Europa è dei cittadini europei, non dei banchieri. » (Matteo Renzi, 4 luglio 2014)

 

« Europa della finanza. » (Alessandro Di Battista, 13 aprile 2014)

 

Carlo Calenda, nel suo Orizzonti selvaggi, nondimeno rileva ciò è divenuto ormai un luogo comune: quello appena trascorso è stato «un trentennio in cui il potere politico è stato sottomesso da quello economico e finanziario».

 

Se l'Italia vede nell'Unione Europea un problema, è bene ricordare che non è nell'Italia conosciuta finora che possiamo trovare il modello cui fare riferimento per la sua risoluzione e che, difatti, il problema dell'Italia è ben lungi dall'esaurirsi nell'UE. L'Italia che perdura nella crisi è l'Italia di Tangentopoli, della Casta, del Sistema della corruzione.

 

Ma al di là del caso specifico italiano, è in generale un'enorme ingenuità ritenere che la soluzione risieda nel cambiare la legislazione europea, senza analizzare proprio il fatto che la legislazione europea non sia mai cambiata se non nella direzione deprecata. Senza iniziare a chiedersi quali siano le condizioni che hanno fatto sì che – nonostante da anni e decenni voci di denuncia si siano sollevate, da parte di intellettuali, movimenti, partiti – non ci siano state inversioni di tendenza o, se non altro, fasi altalenanti.

 

Invece, affermare che «il potere politico è stato sottomesso da quello economico e finanziario» – o similmente che «ciò che è venuto meno negli ultimi decenni è proprio l’autonomia della politica» (Giulio Azzolini, Dopo le classi dirigenti. La metamorfosi delle oligarchie nell'età globale, Laterza, Bari-Roma 2017) – è bensì all'ordine del giorno, ma questo rilievo è perfino più ingenuo del primo.

 

Certo, è noto a cosa ci si riferisca. Per esempio, a questo:

 

« Sulla carta sono tutti d’accordo a mettere fuori legge l’elusione fiscale chiudendo per sempre la porta ai tax ruling; nella pratica, invece, la politica preferisce scendere a patti con le grandi multinazionali. Tre anni dopo lo scandalo LuxLeaks che mise a nudo i rapporti fiscali segreti tra governi e colossi industriali, il numero di accordi in essere continua ad aumentare: secondo l’ultimo rapporto della Commissione europea sono cresciuti dai 1.252 del 2015 ai 2.053 del 2016. A nulla, dunque, è servita la maxi multa comminata all’Irlanda per aver favorito Apple. »

 

O a questo:

 

« Bruxelles supera Washington e si consacra capitale mondiale del lobbismo: sono 11.801 i gruppi di pressione elencati nel Registro della Trasparenza istituito dalla Commissione Europea. A Bruxelles si fanno le leggi che riguardano 508 milioni di cittadini e le lobby lavorano perché non contrastino gli interessi delle imprese e associazioni che rappresentano: industrie, aziende private, grandi studi legali, ma anche sindacati, ong, associazioni di consumatori. »

 

I rilievi sono però ingenui, perché non si tiene conto del fatto che la politica moderna da sempre – sottolineo da sempreè la politica del capitale e della finanza, dell'individualismo egoistico, del laissez-faire antistatalista; questa politica detta l'agenda dell'Occidente.

 

Ciò non significa che queste forze abbiano sottomesso la politica, ma che l'indirizzo politico dei politici e degli Stati sia sempre stato il medesimo. Ora, in questa fase del processo, è diventato più facile rispondere a chi perseverasse nel negarlo.

 

 

Lo studio di Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo (2013), divenuto celebre a livello mondiale, indica, dal XVIII secolo ad oggi, «una perpetuazione senza fine della spirale disuguaglianza»: essa ha seguito un trend inarrestabile di crescita, con la sola eccezione del turbolento, catastrofico periodo segnato dalle due guerre mondiali con le sue ripercussioni economiche e politiche.

 

Il libro apre con una domanda: «La questione della distribuzione delle ricchezze è oggi una delle più rilevanti e dibattute. Ma che cosa si sa, davvero, del suo sviluppo sul lungo termine?»

 

Se la domanda è fondamentale e i risultati ottenuti rilevanti, c'è qualcosa di ancor più importante che nel libro non viene domandato e che rimane, comprensibilmente, presupposto. Ovvero: perché la «distribuzione delle ricchezze» è in questione?

 

L'aver dimenticato, trascurato, ignorato la costellazione concettuale che consente di mettere in questione la «distribuzione delle ricchezze» e di tenere ferma la questione sapendo perché essa vada posta – ciò costituisce la causa profonda per la quale la distribuzione delle ricchezze persegue nel suo inarrestabile trend.

 

Ai politici non giunge nemmeno più l'eco di una riflessione che possa allontanarsi dai paradigmi oggi imperanti, che abbia un respiro differente. Come viene messo in luce da uno sguardo più ampio, segnatamente quello dello storico Alessandro Barbero, che puntualizza:

 

« Dove forse in futuro, guardando il nostro mondo, vedranno il pensiero unico è nell'enorme predominio dell'economia, l'adorazione per l'impresa, per il lavoro, per il profitto e per la crescita come unica cosa che interessa.

 

Non si è mai visto al mondo un'epoca in cui gli statisti si occupano di creare lavoro o si preoccupano del Pil. Immaginare un imperatore romano o un imperatore della Cina che si preoccupasse di queste cose? Ma nemmeno per idea!

 

I governi fanno altre cose: si preoccupano semmai – se si preoccupano di qualcosa di positivo – della giustizia, di dare giustizia ai sudditi, o dell'eguaglianza, o della potenza del loro Paese, come tuttora fanno alcuni governanti ai margini delle democrazie occidentali. […]

 

Ma invece la preoccupazione ossessiva e totale nostra con l'economia, in una prospettiva esclusivamente imprenditoriale e capitalistica, per cui c'è solo quel tipo di economia possibile: quello effettivamente – secondo me – è un po' una cappa opprimente. »

 

Ma questo rilievo già lo condivideva un altro sopraffino conoscitore del passato, Leopardi, che, a tal proposito, nello Zibaldone, cita Rousseau:

 

« I politici antichi parlavano in continuazione di costumi e di virtù; i nostri non parlano che di commercio e denaro. » (J.-J. Rousseau, Pensieri, II, 230, citato in G. Leopardi, Zibaldone, 4500)

 

Nel cuore del Novecento particolarmente efficaci sono le parole di Gómez Dávila, contenute all'interno della profonda e lucida analisi del VI dei Textos:

 

« Il potere economico, nella società borghese, non soltanto accompagna il potere sociale, dandogli lustro, ma lo crea; il democratico non concepisce che la ricchezza, in società diverse, risulti dai motivi che fondano la gerarchia sociale. »  

 

Prendiamo ad esempio paradigmatico la risposta data dall'ex Ministro dell'Interno, Vicepresidente del Consiglio e vincitore come leader politico alle elezioni europee del maggio 2019, alla seguente domanda del giornalista Enrico Mentana: «Conferma che chiederete per la Lega il commissario che spetta all'Italia?». Mattero Salvini ha così risposto: «Mah, non abbiamo nomi e cognomi dei commissari. Sicuramente chiederemo per l'Italia un commissario che si occupi di economia e non di filosofia, come fece Renzi. E quindi di commercio, di industria, di agricoltura, di concorrenza, internazionale».

 

Forse sembrerà fuori luogo, rispetto alla “concretezza” richiamata dal Ministro, obiettare che non è possibile occuparsi di economia senza avere una visione del mondo che orienti le scelte da compiere, senza che esse non rispondano ad una determinata filosofia. Ma chi pretenda di occuparsi “solo” di economia, si occuperà poco e male di economia, se ingenuo; altrimenti si occuperà di attuare progetti che rispondano ad una ben determinata visione del mondo, ad una filosofia alla quale non sarà chiamato a rendere conto, perché data per presupposta, taciuta, celata, come dimostra il caso paradigmatico di Greenspan.

 

Tuttavia, è propria di alcuni grandi economisti la consapevolezza che l'economia è l'accesso, attraverso la considerazione di quell'ambito particolare che essa principalmente studia, a qualcosa di molto più ampio, nel quale soltanto essa appropriatamente ha senso e per la comprensione del quale deve sviluppare il suo sapere particolare: la società. L'economia, se non cerca di uscire dal suo perimetro particolare iniziale, inserendosi consapevolmente nella comprensione della società nella sua totalità di aspetti, essa diviene economia di una società di cui sa poco, quindi un'economia di nulla, un'economia da nulla.

 

 

Leggiamo le parole di Piketty:

 

« La disciplina economica non è mai guarita dalla sindrome infantile della passione per la matematica e per le astrazioni puramente teoriche, sovente molto ideologiche, a scapito della ricerca storica e del raccordo con le altre scienze sociali. Troppo spesso gli economisti si preoccupano di piccoli problemi matematici che interessano solo loro, problemi che, con poco sforzo, li fanno sentire scienziati e che li esonerano dall'impegno di rispondere alle questioni ben più complesse poste dal mondo circostante. […]

 

In realtà, l'economia non avrebbe dovuto mai cercare di scindersi dalle altre discipline delle scienze sociali, poiché non può che svilupparsi nel loro ambito. […] Dobbiamo partire dalle domande di fondo e tentare di rispondervi: i campanilismi e le differenze di appartenenza sono secondari. »

 

Naturalmente ciò vale anche per i burocrati della “filosofia” e di tutte le “scienze”. Ogni scienza, che non sappia di determinare e di determinarsi in una visione filosofica del tutto, è scienza che decade presto in tecnica, che decade a sua volta in burocrazia. All'inizio del XIX secolo successe il contrario di quel che succede ora: i tentativi di comprensione filosofica globale e il dibattito conseguente erano accesi, mentre le scienze sociali gettavano le prime basi e non godevano di una tradizione secolare: così questa esigenza di indagine del particolare, empirica, positiva – come si diceva all'epoca –, veniva espressa con enfasi opponendosi a ciò che denunciavano, ma con termini non meno astratti: il caso paradigmatico è offerto da Marx che denuncia la «miseria della filosofia» e auspica l'abbandono del «terreno della filosofia». Ma, benché questa contraddizione sia stata rilevante nella storia del pensiero seguente, Marx manterrà quel respiro filosofico entro cui si era formato anche nel particolarizzarsi dei suoi studi, e guidato dalla questione sociale che intendeva risolvere.

 

Significativo è che economics, il termine oggi in uso per designare l'economia, sia stato introdotto da Marshall nel 1890 a rimarcare la discontinuità con la political economy (l'economia politica), quasi a certificare come il fondamento politico e filosofico dell'economia debba essere indifferente all'economista. Per questo dobbiamo ritenere le teorie classiche (marxiste, socialiste, ricardiane, ecc.) tutt'altro che superate, ma pietre miliari da cui riprendere un discorso oggi funestamente interrotto.

 

L'economia, isolata dalla complessità in cui è inserita, è una filosofia misera e, quindi, come tale, le riesce pure male di essere una scienza. Ciononostante, se la ricchezza e il benessere economico sono il fulcro attorno cui per lo più ruota l'attività politica dei governi e la vita delle singole persone, ciò non significa che l'economia abbia assoggettato la politica, ma che la filosofia di vita dell'Occidente è la ricchezza e che l'organizzazione politica ha come scopo la crescita della ricchezza.

 

La prima celebre opera di economia è senz'altro La ricchezza della nazioni di Adam Smith.

 

« Il lavoro annuale di ogni nazione è il fondo da cui originariamente provengono tutti i mezzi di sussistenza e di comodo che essa annualmente consuma, e che sempre consistono del prodotto diretto del lavoro o di ciò che con esso viene acquistato dal altre nazioni. »

 

Con questo esordio e nel corso dell'opera Smith ci dice che la fonte della ricchezza è il lavoro e che la ricchezza consiste nei mezzi che consentono un aumento della capacità di soddisfare i propri bisogni (cioè nella tecnica). Trascura però di considerare quella fonte più originaria che consiste nell'aumento della capacità di soddisfare i propri bisogni (la conoscenza tout court). Infatti, fondamentale è sapere cosa fare con quei mezzi e, quindi, quando e in che misura impiegarli.

 

Difatti se ci si prodiga non tanto per la conoscenza dell'impiego del potere, cioè delle possibilità fornite dall'aumento dalla ricchezza, ma per l'aumento stesso, accade allora che si sacrifichi tutto, più o meno consapevolmente, a quell'aumento. Non perché l'economia usurpi il ruolo della politica, ma perché il fine dell'economia diviene il fine della politica, il fine della nostra filosofia.

 

 

Per capire la sostanza di questa asserzione ci si può rivolgere alle attività, ai rapporti con gli altri, agli errori e alle frustrazioni della nostra quotidianità. Oppure, per collocarla in un orizzonte più ampio, possiamo ricordare parole che sono divenute celebri: quelle pronunciate da Robert Kennedy, fratello di John Fitzgerald Kennedy (35esimo presidente degli Usa), senatore statunitense e candidato alla presidenza, in un discorso che tenne in università il 18 marzo del 1968, tre mesi prima dell'attentato a Los Angeles del quale fu vittima, all'indomani della sua vittoria nelle elezioni primarie di California e Dakota del Sud.

 

« Con troppa insistenza e troppo a lungo, sembra che abbiamo rinunciato alla eccellenza personale e ai valori della comunità, in favore del mero accumulo di beni terreni. Il nostro Pil ha superato 800 miliardi di dollari l'anno, ma quel Pil – se giudichiamo gli USA in base ad esso – comprende anche l'inquinamento dell'aria, la pubblicità per le sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Comprende le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l'intelligenza del nostro dibattere. Il Pil non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in poche parole, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull'America ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani. »

 

«Ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta» è esattamente quella ricerca filosofica auspicata da Socrate, nell'Apologia:

 

« Una vita senza ricerca non è degna per l'uomo di essere vissuta. »

 

L'intero ragionamento sul rapporto tra ricchezza (tecnica) e conoscenza è svolto con ampiezza e chiarezza da Platone nell'Eutidemo.

 

« “Ebbene: se uno possedesse ricchezza e tutti i beni di cui parlavamo poco fa, ma non li usasse, sarebbe felice per il possesso di questi beni?” “No di certo, Socrate.” “Bisogna quindi”, dissi, “a quanto pare, che chi vuole essere felice non solo possieda tali beni, ma li usi anche: altrimenti non gli deriva nessuna utilità dal possesso.” “Dici il vero.” “Perciò, Clinia, per rendere felice qualcuno, è sufficiente possedere i beni e servirsene?” “A me sembra di sì.” “Forse”, chiesi, “se uno se ne serve rettamente, oppure anche se non se ne serve rettamente?” “Se se ne serve rettamente.” “Dici bene”, risposi. “Infatti è peggio, credo, se qualcuno si serve di una cosa qualsiasi non rettamente che se la trascura: il primo caso è un male, l'altro, invece, non è né un male né un bene. O non diciamo così?.” Ne convenne. […] “Allora”, proseguii io, “anche riguardo all'uso dei beni di cui parlavamo prima, ricchezza, salute, bellezza, l'uso corretto di tutti questi era una scienza che guidava e dirigeva l'azione o qualcos'altro?” “Era una scienza”, rispose. «Dunque, come sembra, la scienza procura agli uomini non solo buona fortuna, ma anche buon uso in ogni possesso e azione.” Fu d'accordo. “Deh, per Zeus”, dissi, “c'è forse qualche utilità nel possedere altri beni, senza intelligenza e sapienza? Trarrebbe forse profitto un uomo dal possedere molte ricchezze e compiere molte azioni, senza avere intelligenza, o piuttosto dal possedere poche ricchezze e compiere poche azioni con intelligenza? Rifletti così: agendo meno non sbaglierebbe meno, e sbagliando meno non starebbe meno male, e stando meno male non sarebbe meno infelice?” “Certo”, rispose. “Si potrebbe, dunque, agire meno da povero o da ricco?” “Da povero”, rispose. “Da debole o da forte?” “Da debole.” “Da persona che gode di onori o che non ne gode?” “Da persona che non ne gode.” “Si potrebbe agire meno da coraggioso e saggio o da vile?” “Da vile”. “Allora anche da inoperoso piuttosto che da attivo?” Ne convenne. “E da lento piuttosto che da veloce e con la vista e l'udito deboli piuttosto che acuti?” Su tutto questo ci trovammo d'accordo. “Insomma”, dissi, “Clinia, è probabile che di tutte le cose che prima dicevamo essere beni, in merito, non si possa dire che siano beni in sé per natura, ma, come sembra, la cosa sta così: se le guida l'ignoranza sono mali maggiori dei loro contrari, quanto più sono capaci di prestare servizio alla loro cattiva guida, se, invece, le guidano l'intelligenza e la sapienza sono beni maggiori, ma in sé nessuna di esse vale qualcosa.” “Sembra, a quanto pare, così come tu affermi”, rispose. “Che cosa deriva allora per noi da quanto è stato detto? Deriva qualcos'altro se non che nessuna delle altre realtà è buona o cattiva, ma di queste due la sapienza è un bene, mentre l'ignoranza è un male?” Fu d'accordo. “Consideriamo ancora il resto”, dissi. “Poiché tutti desideriamo essere felici, ma è risultato che diveniamo tali per l'uso delle cose e per l'uso corretto, ed era la scienza quella che forniva la correttezza e la buona fortuna, bisogna, quindi, come sembra, che ogni uomo procuri in ogni modo di essere il più sapiente possibile, o no?” “Sì”, rispose. [...] “Ora, dunque, poiché a te sembra che si possa insegnare e che sia l'unica cosa a rendere felice e fortunato l'uomo, potresti dire altro se non che è necessario filosofare? E tu stesso hai in mente di farlo?” “Certamente, Socrate”, rispose. »

 

Oggi, invece, non si ha in mente di farlo.

 

Il grado dell'attuale disprezzo per la filosofia certifica evidentemente due aspetti notevoli: la nostra età crede di avere già da tempo tutte le risposte e, perciò, crede che la ricerca non sia più propria di una vita degna di essere vissuta: lo è semmai il fare; le crisi che si susseguono non hanno ancora spinto ad interrogarsi sul fondamento della nostra civiltà. Una civiltà che, come abbiamo più volte indicato, non solo persegue l'illusorio e indefinito potenziamento della propria potenza attraverso il perseguimento della ricchezza, ma ritiene che non ci sia alcuna verità valoriale per cui valga la pena o il piacere di lottare. Il capitalismo che conosciamo è l'esito del nichilismo, di ciò che da qualche decennio è stato normalizzato con il nome di postmoderno.

 

L'economia non ha assoggettato la politica, ma la politica che perseguiamo è dettata dalla concezione filosofica – il postmoderno capitalistico – che domina ogni aspetto della nostra vita, anche quello economico.

 

10 ottobre 2019