Il vittimismo politico

 

Anche lo Stato molto spesso viene preso come bersaglio dal vittimista. Le istituzioni e le leggi vengono viste solamente come qualcosa di esterno, costrizioni immotivate nei confronti del cittadino.

 

di Giacomo Lovison

 

Pieter Bruegel il Vecchio, "La Torre di Babele" (1563)
Pieter Bruegel il Vecchio, "La Torre di Babele" (1563)

 

Il vittimismo è una delle categorie più sfruttate dai partiti politici contemporanei. Di fronte ai problemi della società contemporanea i dirigenti politici non offrono soluzioni, ma preferiscono inventare nemici astratti a cui addossare tutta la colpa della situazione difficile.

 

La scommessa di affidare tutto il proprio successo alla creazione di un capro espiatorio è la strategia adottata dalla totalità dei partiti politici. Questo clima di vittimismo e di individuazione di nemici inesistenti è fatto suo anche dalla maggior parte della popolazione.

 

I problemi della realtà non vengono più visti come conseguenze di errori, ma come produzioni maligne spontanee. Non cercando le ragioni del problema non si trova nemmeno la soluzione della contraddizione. Le proposte politiche non hanno più significato perché non ha più senso cercare le soluzioni ai problemi, l’unica cosa che importa è la forza con cui si attacca il proprio avversario. Il miglior fanatico diventa il miglior politico.

 

Anche lo Stato molto spesso viene preso come bersaglio dal vittimista. Le istituzioni e le leggi vengono viste solamente come qualcosa di esterno, costrizioni immotivate nei confronti del cittadino. Chi vede lo Stato soltanto come esterna costrizione, dimentica che le istituzioni e le leggi sono prodotti della nazione.

 

« Il fanatismo religioso, come quello politico, bandisce ogni istituzione dello Stato e ogni ordinamento legale come barriere angustianti e inadeguate all’infinità interna, all’infinità dell’animo. […] Il vero però di contro a questo vero involgendosi nella soggettività del sentire e rappresentare è l’immane trapasso dell’interno nell’esterno, dell’immaginazione della ragione nella realità, al che ha lavorato l’intera storia del mondo, e grazie al quale lavoro l’umanità civilizzata ha conquistato la realtà e la coscienza dello Stato e delle leggi. » (G.W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto)

 

 

Gli uomini hanno in mente l’idea di non poter modificare la realtà che li circonda. Non cercano le ragioni delle contraddizioni, ma preferiscono autocommiserarsi di fronte alle difficoltà. Bisogna capire che l’ordinamento politico è frutto dell’agire individuale, un insieme di leggi universali che possono essere modificate dall’individuo. Se non si crede di poter migliorare la situazione, anche i più piccoli problemi si trasformeranno in catastrofi.

 

Il vittimismo dei politici e del popolo deriva dalla mancanza di partecipazione popolare al governo del proprio Stato. Lo scollamento tra popolo e istituzioni è una conseguenza della struttura problematica della rappresentanza e del rapporto tra volontà generale e volontà particolare.

 

L’antinomia che si viene a creare consiste da questo: mentre il popolo autorizza dei rappresentanti a governare lo Stato al posto loro, dall’altra parte i cittadini percepiscono le leggi che derivano dalla propria autorizzazione come qualcosa di imposto. Il popolo si ritrova nella contraddittoria situazione in cui le leggi sono da una parte l’espressione della propria sovranità, mentre dall’altra parte vengono percepite come una costrizione.

 

Con la rappresentanza moderna si cerca di eliminare la differenza tra la volontà del popolo e la volontà dei rappresentanti, ma questa cosa non è possibile. I rappresentanti, per quanto irreprensibili possano essere (cosa che spesso non avviene nella realtà), non potranno mai eliminare dalle proprie azioni la particolarità della propria persona.

 

« Ognuno ricerca la popolarità promettendo più di quello che ha promesso il suo avversario. […] E poi, come ci dimostra il gioco delle fazioni in parlamento, la tradizionale lealtà ai capi supera questioni che attengono il merito delle proposte in discussione. I parlamentari sono privi di scrupoli al punto da votare a favore di leggi che essi stessi credono siano sbagliate in linea di principio, e lo fanno per spirito di partito e perché immaginano serva per vincere le prossime elezioni. » (H. Spencer, L’uomo contro lo Stato)

 

Le elezioni nel sistema vigente non fanno altro che conferire il potere di governare su noi stessi a chi ci sembra più degno di fiducia. Nelle elezioni è dove viene creata la volontà generale, che però, come abbiamo visto sopra, è un’espressione del popolo che pecca già della contraddizione del rapporto rappresentanti-rappresentati.

 

Questo sistema politico si esprime nella contraddizione della continua e impossibile ricerca dell’identità tra volontà dei rappresentanti e dei rappresentati. Il sistema politico democratico si trasforma in quello che voleva eliminare: un governo dell’uomo sull’uomo.

 

Questo distacco tra la volontà del popolo e dei rappresentanti viene acuita nel momento in cui il numero dei cittadini votanti è di milioni di persone. In questi casi l’elemento dell’insignificanza del proprio voto è ancora più importante. 

 

Il sistema delle democrazie odierne si esplicita nella creazione della volontà generale attraverso delle elezioni. Questa volontà generale è un’autorizzazione a governare le nostre vite per cinque anni, che concediamo a coloro che ci sembrano più degni di fiducia. 

 

La partecipazione popolare non è la base delle costituzioni democratiche occidentali. E anche se a parole la partecipazione sembra il fondamento delle costituzioni democratiche, nei fatti vediamo come sia preferito il concetto di autorizzazione. 

 

Chi sostiene che ogni cittadino può aver la possibilità di entrare a far parte del governo della cosa pubblica fa un’obiezione che non tiene conto del funzionamento delle istituzioni. Se il governo dello Stato si basa sull’autorizzazione del popolo, è necessario che ci siano delle persone che legittimano i rappresentanti a governare.

 

La spoliticizzazione della società è una caratteristica intrinseca al sistema politico vigente. Lo Stato e le sue istituzioni sono percepite dall’individuo come qualcosa di esterno. Questa percezione dello Stato come entità non giustificata provoca le reazioni contro lo Stato sopra esposte.

 

Pieter Bruegel il Vecchio, "Il trionfo della morte"(1562-1563)
Pieter Bruegel il Vecchio, "Il trionfo della morte"(1562-1563)

 

I politici che si proclamano come anti-sistema ricadono anch’essi nelle contraddizioni del sistema. Gli errori del governo vengono sempre visti come problemi di applicazione del sistema. Le forze politiche non conformiste non propongono un’alternativa che sappia superare le contraddizioni del sistema politico in uso. Senza una critica radicale delle strutture politiche moderne non è possibile un effettivo miglioramento.  

È inutile cercare di perfezionare un sistema che è alla base sbagliato. Senza la partecipazione del popolo all’interno delle strutture politiche, nemmeno lo Stato più efficiente al mondo verrà riconosciuto come legittimo dai propri cittadini. 

 

Lo Stato deve essere un tutt’uno con i suoi membri, non può ridursi ad un insieme di costrizioni che lega tra loro gli individui. Le istituzioni e le leggi devono essere il mezzo attraverso cui l’individuo agisce eticamente, d’accordo con i propri scopi e i propri valori. La differenza tra privato e pubblico deve diventare qualcosa di astratto, non può essere una contrapposizione insanabile a cui lo Stato deve sopravvivere.

 

« Lo Stato è lo stesso individuo nella sua universalità. Impossibile quindi che non gli competa la stessa moralità dell'individuo, quando nell'individuo lo Stato non sia un presupposto — limite della sua libertà — ma la stessa attualità concreta del suo volere. » (G. Gentile, Genesi e struttura della società)

 

2 marzo 2020