Utero in affitto. Stiamo davvero pensando ai bambini?

 

Quella della maternità surrogata è una questione etica che non può prescindere dal considerare le dinamiche relazionali etologiche e psicologiche umane.

 

di Giulia Bertotto

 

 

Su questo argomento dal punto di vista politico possiamo forse aspettarci il solito tam tam propagandistico e mediatico senza alcuna reale volontà di entrare nel merito della questione che invece qui si vuole affrontare proprio al di là delle diatribe politiche.

Sembra esserci scarsa attenzione nel panorama del dibattito per i bambini del futuro; pochi sembrano davvero essere preoccupati degli aspetti psicologici che investono i neonati: della strage emotiva e psicologica che viene compiuta con la maternità surrogata, nell’età più incisiva e formativa della capacità di relazione umana.

L’etologia umana alla nascita e nei primi mesi del lattante prevede contatto oculare tra il neonato e la mamma che lo nutre, allattamento continuo con presenza attiva della mamma naturale che il neonato sa perfettamente riconoscere, rassicurazione olfattiva, vicinanza corporea, perché il piccolo umano sviluppi un'esperienza di fiducia nel mondo e stima di sé. Si cercherà di dimostrare che quello che un neonato vive, quando viene separato dalla madre biologica per essere consegnato alla famiglia adottiva, è un trauma di abbandono. Anche laddove la famiglia adottiva sia emotivamente accogliente e immensamente grata per il figlio adottivo ricevuto.

 

Per coloro a cui non basta l'intuito e la sensibilità per sentire e comprendere che un neonato vive nello stato di assoluto bisogno della figura materna che lo ha concepito e con la quale si è relazionato già nel suo grembo, occorre fornire elementi della letteratura in merito.  

 

ARGOMENTAZIONI PSICOLOGICHE

 

Le scoperte dell'etologo Konrad Lorenz con l'oca Martina sull'imprinting, e l'esperimento delle due scimmiette dello psicologo Harlow sulla rassicurazione tattile, hanno dato avvio alle ricerche e alle scoperte di Bowlby sull'attaccamento umano e agli studi di Spitz sulla letargia e la morte per deprivazione di contatto negli orfanotrofi. Ricordiamo il testo fondamentale dell'ostetrico Frédérick Leboyer Per una nascita senza violenza in cui sviluppò i princìpi per un parto il meno possibile traumatico per madre e bambino, in quanto considerava il neonato una creatura totalmente senziente e che la nascita fosse elemento fortemente condizionante della personalità dell'individuo.

Nel saggio di Jean Liedloff Il concetto del continuum, scritto confrontando la nostra società con quella di una tribù di Indios venezuelani, troviamo studi sulla deprivazione affettiva infantile, la quale costituisce le «premesse per la formazione di individui ansiosi, sradicati e aggressivi».

Lo psichiatra Reich dimostrò che – controintuitivamente a quanto crediamo – quanto più un trauma avviene in età precoce, tanto più può essere difficile da superare, perché si situa in un archivio cerebrale più difficile da elaborare per la memora intellettiva e razionale (cfr. La memoria implicita di C. Pirrongelli).

 

 

 

Pensatori superati? Nemmeno per sogno, e le neuroscienze confermano.

Tutto ciò dovrebbe illuminarci sulla profonda capacità di fare esperienza dei neonati. Anche laddove l'esperienza non è ricordata in modo consapevole, determina quella che lo psicologo Spitz chiama fiducia originale.

Vogliamo davvero mettere al mondo neonati dal vissuto abbandonico già programmato?

 

Ma veniamo alle fasi previste dal “contratto di gestazione”, così definito su alcuni siti che offrono il servizio di maternità surrogata, viste nel loro percorso fisiologico.

 

Tralasceremo la questione del concepimento, accennando solamente al fatto che recenti studi evidenziano nelle scintille provocate dall'unione tra calcio e zinco durante la fecondazione diverse manifestazioni di vitalità bio-chimica. Occorrerebbe anche qui chiedersi se una fecondazione in vitro comporti la stessa carica di vitalità, lo stesso apporto emotivo al concepimento, ma non è questo il nostro argomento.

 

Innanzitutto l'utero. L'utero non è un'incubatrice di carne, come il feto non è un'escrescenza cellulare. La gestazione non è un tempo neutro, esclusivamente biologico. Mamma e figlio vivono un rapporto fatto di messaggi ormonali e chimici, l'embrione e poi il feto ricevono vibrazioni di accoglienza o rifiuto, gioia o dolore, ansia o serenità dalla mamma. Come spiega Anna Della Vedova, «molti studi hanno verificato che il feto è influenzato da intensi turbamenti degli stati emotivi materni e manifesta questo restando per alcune ore successive all’evento disturbante in uno stato di agitazione motoria; se la situazione di stress materno persiste nel tempo, l’eccitazione motoria fetale diventa un tratto stabile riflettendosi nel basso peso alla nascita. A livello dell’ambiente, il ruolo maggiormente patogeno verso il benessere del feto sembra sia assunto dalla presenza prolungata di elementi stressanti che comportino una continua minaccia per la sicurezza emotiva della madre, tensioni continue ed imprevedibili sulle quali essa sente di avere poche o nulle possibilità di controllo» (La vita psichica prenatale: breve rassegna sullo sviluppo psichico del bambino prima della nascita, in «Psychomedia. Telematic Review»).

 

Come si può accettare che un individuo umano venga artificialmente e deliberatamente posto nella condizione di assorbire la confusione emotiva e identitaria della maternità surrogata? Quale manipolazione deve operare la donna per negare la sua assolutamente reale esperienza bio-psichica di maternità? Come può sentirsi un feto nella freddezza di un corpo materno distaccato, consapevole del suo ruolo importante ma pur sempre subordinato e contrattuale?

 

La nascita. Alla nascita è fondamentale che il neonato venga posto il prima possibile vicino o sopra alla mamma perché è l'unico odore e voce che riconosce da sempre e che lo rassicura. Si pensi che quando alla nascita un bambino viene messo sul ventre materno, anche se non vede e riesce a malapena a strusciare, viene guidato dal suo olfatto verso il capezzolo che ha lo stesso odore dell'utero dove è stato concepito e dove si è sviluppato durante il suo passato intrauterino.

 

Un neonato che si è sviluppato in un utero e poi si trovi tra le braccia di un'altra donna o uomo, che cosa dovrebbe apprendere dell'accudimento? Quali basi dovrebbero fondare la sua fiducia olfattiva?

 

Orazio Gentileschi, "Madonna con bambino" (1609)
Orazio Gentileschi, "Madonna con bambino" (1609)

L'allattamento. L'allattamento funziona in modo relazionale: l'ossitocina che la puerpera produce nel provare gioia e tenerezza nel contatto induce l'organismo femminile a produrre latte; a sua volta la suzione stimola l'apparato femminile a produrne dell'altro. La madre si carica di stima (enpowerment) e produce ulteriore ossitocina e così ancora più latte. L'allattamento al seno è raccomandato dall'OMS-UNICEF per almeno i primi sei mesi perché riduce il rischio di depressione post-partum nella madre e il rischio di morte in culla per il neonato, rinforza il sistema immunitario, riduce anche la possibilità di malattie cardiovascolari, diabete, asma e altre patologie.

 

I primi 40 giorni di allattamento sono considerati un periodo delicatissimo e altamente formativo nel rapporto tra mamma e bambino, nei quali il piccolo apprende il senso di fame e sazietà e impara a gestirlo creando dei ritmi tollerabili senza la paura di morire di fame. In molti paesi latinoamericani viene chiamato la cuarantena, e così veniva chiamato anche in Italia. Alcuni consulenti per l'allattamento OMS-UNICEF spiegano che molti neonati che durante queste settimane rimanevano attaccati al seno per mezz'ora arrivano a saziarsi in 15 minuti, oppure che il neonato che faceva 12 poppate al giorno arriva a 8. Alcuni studi hanno dimostrato che l'allattamento al seno rende le cosiddette “battaglie della pappa” durante lo svezzamento meno comuni e problematiche perché mamma e bimbo hanno imparato a fidarsi reciprocamente attraverso il loro rapporto fondato sul nutrimento.

Il latte poi, cambia consistenza e composizione chimica durante la stessa poppata e tra una poppata e l'altra, per andare incontro alle richieste di crescita del piccolo. Insomma il latte, mamma e figlio, lo producono insieme. Alti studi hanno dimostrato che un allattamento efficace rende un bambino più disponibile a intraprendere scoperte, giochi, attività che richiedono una minima autonomia.

Quello tra madre e figlio è un legame che fonda per il piccolo la capacità di riconoscere ed elaborare le proprie sensazioni, l'autostima di poter creare un legame efficace e soddisfacente con gli altri. Per quanto il genitore adottivo sia disposto ad amare o capace di amare il neonato acquisito, nessun genitore adottivo dal punto di vista emotivo e cognitivo del bambino risponde a quella formula bio-chimica-ormonale-affettiva della mamma.

 

Quale “diritto” può interrompere questo intimo, sacro, ancestrale, assolutamente unico, Diritto Ontologico che unisce mamma e bambino? Questo apprendimento naturale insostituibile? Questa opportunità che la vita intrattiene elusivamente tra chi viene al mondo e chi concepisce? (Tutte le informazioni relative al latte materno e all'allattamento naturale sono contenute nel manuale OMS-UNICEF per la formazione del personale che opera per la promozione dell'allattamento al seno).

 

Charles Sillem Lidderdale (1831-1895), "Ritorno dal mercato"
Charles Sillem Lidderdale (1831-1895), "Ritorno dal mercato"

MADRE BIOLOGICA E GENITORI ADOTTIVI

 

La madre biologica invece, di quale ambiguità tra istinto materno, emotività, attaccamento e perdita dovrà farsi carico? Come si può pensare che possa eseguire questo “servizio” che investe completamente il suo corpo, il suo umore, la sua emotività, il suo vissuto infantile, in maniera razionale? Come si può ignorare il fatto che inconsciamente essa possa sviluppare sentimenti contrastanti, rivendicazione di maternità, nostalgia repressa, senso di colpa?

Non dimentichiamo inoltre, che anche i genitori adottivi devono affrontare la ferita di non aver potuto concepire e anche loro devono elaborare il loro ruolo genitoriale non svolto biologicamente. L'adozione è sempre un processo complesso, che mette in gioco l'autostima dei genitori adottivi, proiettando verso il piccolo emozioni che possono contemplare anche la rabbia e la delusione.

Se e quando il nostro neonato “per conto di” andrà in psicoterapia da uno specialista, di quale immane frode del suo passato dovrà rispondere?

Il nostro neonato di quali, quanti e contorti disordini dell'attaccamento e della perdita dovrà farsi carico? Che tipo di relazioni sentimentali potrà instaurare?

 

A metà maggio diverse testate hanno mostrato foto e video di decine di neonati in attesa dei genitori adottivi a Kiev, in Ucraina. Le immagini delle stanze d'albergo arredate a nursery con file di neonati di cui si prendono cura operatrici con guanti in lattice hanno fatto il giro del mondo. Quelle scene rappresentano l'orto in culla delle sindromi abbandoniche, delle dipendenze affettive, delle depressioni “inspiegabili”, degli anoressici “misteriosi”, dei sociopatici “insospettabili”, dei potenziali tossico-dipendenti, ecc. Non si vuole e non si può certo prevedere che adulti saranno, per via della complessità dell'interiorità umana, ma certamente le basi emotive e affettive sono drammaticamente inadeguate.  

 

ARGOMENTAZIONI FILOSOFICHE

 

1. Obiezione della problematicità naturale. Coloro che utilizzano l'argomento secondo il quale «Anche chi viene cresciuto da madre naturale può essere una persona sofferente o gravemente disadattata» sfruttano in maniera gretta e logicamente inappropriata l'essenza complessa e dolorosa dei legami umani, facendo della possibilità di una crescita gravemente problematica, una dimostrazione per sostenere la legittimità di una pratica che si presenta già per sua natura violenta e alienante per via dei suoi fondamenti psichici e nelle sue premesse etiche. Inoltre tale argomentazione non tiene conto in alcun modo del vissuto abbandonico del lattante, assolutamente ingiustificabile e incompresnibile dal suo punto di vista. Perché il desiderio di un adulto, dovrebbe scavalcare il diritto naturale, inalienabile e ontologico del lattante di essere cresciuto da sua madre?

Il fatto che si possa nascere ed essere abbandonati giustifica forse l'imposizione dell'abbandono sulla base di trattative giuridiche? Sarebbe come dire che, poiché potenzialmente può accadere di essere uccisi, l'omicidio può essere effettuato se normato legalmente.

 

2. Obiezione della sacralità della vita umana al di sopra delle sue opportunità. Altri adducono l'argomento che sia preferibile far nascere qualsiasi vita umana, ogni umano che potenzialmente può nascere, piuttosto che impedire anche solo ad uno di essi di venire al mondo. Secondo questa obiezione ogni vita umana “a venire” deve emergere, ha più valore del suo oblio nel regno delle possibilità non realizzate. Dal punto di vista meramente logico il ragionamento può essere accettato, ma per coerenza a patto di considerare l'aborto un omicidio, la masturbazione maschile un crimine e la contraccezione un delitto contro la specie umana.

 

 

 

Quello che il neonato vive quando viene separato dalla figura che ha costituito la sua prima relazione è un abbandono, qualsiasi sia il trattamento e l'accoglienza ricevuta dalla famiglia adottiva. Qualsiasi sia la tenerezza e l'attenzione che riceva nella famiglia adottiva. Per il piccolo si tratta della perdita e del lutto assoluto di ciò che ha sperimentato come realtà unica e totale che può farlo sopravvivere.

La percezione emotiva che un essere umano ha avuto del proprio vissuto neonatale non è negoziabile con la maternità surrogata perché tale percezione emotiva non può essere falsata o falsificata.

Dunque come può essere legittimo strutturare una falsificazione genitoriale/sociale su quella che è una verità istintuale trasparente dell'umano con se stesso? Come si può dire a qualcuno «Anche se tu hai provato quella esperienza della relazione materna, ora la tua esperienza materna è lei, perché noi lo decidiamo»? Come può una verità ontologica inalienabile, percepita con la dimensione primordiale dell'istinto, la quale non conosce falsificazione, essere alterata con la dimensione fittizia di un accordo giuridico?

 

Il filosofo non può non accorgersi della barbarie ontologica e morale che si maschera da società dell'equità, figlia di una visione capitalistica dell'esistenza umana in cui si diventa da prole-tari a proprietari di bambini, di esseri umani. In nome dei diritti fatti mercato, viene avallata la produzione di gravidanze emotivamente ambigue e vissute come servizio commerciale per le donne, memorie uterine confuse, allattamenti frustrati e orfani di identità distribuiti al chilo.

Nel 2016 si è tenuto a Parigi un convegno per l'abolizione universale della surrogazione di maternità. Le femministe francesi, insieme a ricercatori, medici, giuristi, attivisti per i diritti umani sono intervenuti perché questa pratica venga resa illegale in tutto il mondo in quanto contraria alla dignità delle donne, dei neonati e della vita umana.

 

L'amore non è solo il desiderio legittimo di avere un figlio, ma è costituito da regole biologiche e psicologiche dell'intrauterino e dei primi mesi e anni di relazione, che solo madre e bambino naturalmente condividono e possono spontaneamente assestare e accomodare. Quella proposta come “opportunità civile” dalla pratica dell'utero in affitto è una degenerazione etologica e psicologica delle dinamiche relazionali umane, che diventa un abominio etico, un’aberrazione sociale. L’orrore infinito di un pianto interiore che non verrà mai consolato in tempo.

 

10 giugno 2020