Verso una politica scientifica

 

Quando pensiamo alla politica, è difficile associarla ad una scienza: non solo per l’immagine che ci offre la nostra politica attuale, ma per il concetto stesso di politica che ci è sempre stato presentato dal punto di vista filosofico. Questa visione non è quindi frutto di un processo accidentale, ma un’eredità della filosofia stessa e del modo con cui si è sempre inteso la politica. È la tradizione filosofica a far sì che il discorso si concentri altrove e non sullo statuto scientifico della politica.

 

 

Partendo da Aristotele, passando per i pensatori cristiani e arrivando alla filosofia classica tedesca, la politica è stata intesa come qualcosa che è proprio dell’uomo nel caso dello Stagirita, come qualcosa che permette all’uomo di realizzare empiricamente il discorso trascendentale (Fichte) oppure come espressione dell’etica (Hegel). Anche il marxismo ha inteso la politica come orizzonte di possibilità per affermare la giustizia, l’uguaglianza, la libertà di ogni singolo individuo. Queste correnti di pensiero a mio parere sono da contrapporre a chi come Macchiavelli e Hobbes ha concepito la politica come qualcosa di necessario, come un prodotto, come qualcosa che serve all’uomo per la sua conservazione e non come ciò che è costitutivo, che permette la realizzazione della libertà.

 

Se prendiamo il primo filone di pensiero è concettualmente difficile conciliare la scientificità con la libertà, con la realizzazione di sé, con ciò che è mondano ed etico. Risulterebbe più facile pensare alla scienza quando abbiamo a che fare con un prodotto, con un calcolo, con una cosa necessaria. Richiede uno sforzo concettuale notevole conciliare la libertà, che negli intenti di chi porta avanti il primo filone di pensiero dovrebbe essere il fine della politica, con la necessità di un sistema scientifico: anzi, forse ci troviamo di fronte ad un’aporia.

 

D’altro canto però, se la politica non è una scienza, allora il suo operare viene lasciato al caso, alla fattualità, a qualcosa di relativo. Se la politica non è una scienza chiunque può farsene garante, anche chi non la conosce. Se la politica non è una scienza, allora le sue parti possono essere scollegate, i rapporti tra i soggetti in campo accidentali e l’obiettivo non prefissato. Se la politica non è una scienza, allora è chiacchera, un parlare senza pretesa di verità, che non ha niente a che fare con ciò che è giusto, ma che punta alla notorietà e al clamore del discorso. Se la politica non è scienza, allora si fa opportunismo, legge del più forte, violenza. 

 

Chiamando in aiuto Platone, vero faro nel cercare di rendere scientifica la politica, possiamo subito constatare che bisogna chiamare politico solo colui che dimostra di essere scientificamente in possesso dell’arte della politica. Così come non riteniamo un medico colui che ci propone di curare una nostra malattia con dei riti magici o con un miscuglio di erbe, allo stesso modo non dovremmo ritenere politico colui che dimostra di non possedere la scienza politica.

 

« È necessario, a quanto pare, che anche tra le costituzioni sia eminentemente corretta, anzi sia l’unica costituzione, quella in cui si possa riscontrare che coloro che esercitano il potere sono veramente dotati di scienza e non ne hanno soltanto l’apparenza ». (Platone, Politico, 293 c-d)

 

A questo punto sorge spontanea una domanda: la democrazia che abbiamo conosciuto fin ad ora cos’ha a che fare con la scienza politica? Eleggiamo persone che non conosciamo e di cui non possiamo constatare l’effettiva preparazione; una volta elette queste persone non hanno più nessun legame con noi, fanno quello che gli pare secondo le logiche di partito e di accaparramento dei voti per le future elezioni. Il problema della scientificità si presenta quindi da un doppio versante: da una parte il sistema è altamente astratto e non permette al cittadino di esprimere concretamente la propria volontà, dall’altra non c’è la possibilità di verificare l’effettiva preparazione e moralità dei candidati rappresentanti. Due problematiche che si intrecciano e che vanno affrontate assieme. 

 

Una delle caratteristiche peculiari del politico è quella di possedere una doppia lente: sia particolare, che generale. Il politico deve essere in grado di conoscere ciò di cui legifera, ma allo stesso tempo deve avere una funzione di raccordo con tutte le altre leggi e con il bene dei cittadini. Un politico non può che intendersi anche di morale, in quanto deve conoscere il bene e il giusto, ma allo stesso tempo saperlo bilanciare e calibrare applicandolo all’interno della legge.

 

« Perché la scienza regale che sia realmente tale non deve operare in prima persona, bensì deve esercitare il potere su quelle che sono capaci di operare, poiché essa conosce quando è il momento opportuno di dare avvio e impulso alle faccende più importanti nelle città e quando il momento non è opportuno, mentre le altre devono fare quanto è stato loro ordinato. » (Ivi, 305 d)

 

 

Il vero politico dovrebbe avere questa doppia visione, mentre troppo spesso, i politici che conosciamo, sono carenti in almeno una delle due. La problematicità del discorso si può rilevare quando sentiamo parlare dei cosiddetti tecnici: persone ritenute competenti che non sono iscritte solitamente a nessun partito e che vengono chiamati per amministrare un ministero ritenuto fondamentale per il paese come ad esempio l’economia. Qui si presentano due tipi di assurdità: la prima sta nel pretendere che una persona sia imparziale dal punto di vista politico, che attraverso il suo agire non sia testimone di un valore politico; la seconda che i veri competenti devono essere ricercati al di fuori del partito, come se le idee politiche fossero una cosa e le competenze tecniche un’altra. I competenti devono essere politici e i politici devono essere competenti, la separazione tra queste due figure provoca mancanza di fiducia nel politico, astrattezza nella proposta e quindi mancanza di visione d’insieme nell’agire politico.

 

Per capire come conciliare la scienza politica e la pretesa di realizzare l’eticità e la libertà dell’uomo sarebbe ora necessario dispiegare un ordinamento statuale e politico. Dato che questo non è il fine dell’articolo, vorrei solo proporre alcune caratteristiche che l’ordinamento statuale e politico dovrebbe avere, per far sì che ci sia aspirazione e ricerca della scientificità e della libertà.

 

Tutto ruota attorno alla concretezza della volontà: dare valore alla volontà. Come si può ascoltare veramente la volontà del singolo cittadino? Mettendolo nelle condizioni per pensare, per interrogarsi e per scegliere. Per far questo è necessario prevedere piccoli gruppi formati da persone che si conoscono, che vivono assieme, che condividono certe problematiche e certi interessi. Solo a partire da questi gruppi può essere espressa la propria volontà, perché solo qui l’individuo ha la possibilità di confrontarsi, di fare ricerca, di sbagliare, di venire contraddetto. Quando si va a votare nel sistema attuale, la volontà concreta non viene ascoltata e rimane qualcosa di astratto, che non si è confrontata con nulla e, se l’ha fatto, è stato solo frutto di un processo accidentale. È come se in una famiglia ogni genitore prendesse iniziativa per conto suo ed iniziasse ad imporre qualcosa al proprio figlio, senza confrontarsi con l’altro componente della coppia. Sarebbe una cosa assurda, soprattutto se si trattasse di una scelta di vita importante. Prima di questi gruppi d’interesse la volontà dovrebbe venire forgiata concretamente nella scuola. Anche qui riscontriamo dei grossi problemi perché il processo educativo è astratto, accidentale, violento. Ai ragazzi si impongono nozioni, valori, metodi, non si dà loro la possibilità di confrontarsi e di produrre un pensiero.

 

Il concetto che racchiude la necessità di rendere concreta la volontà è quello di democrazia. La democrazia è quel contesto in cui il sapere può confrontarsi, vedere se poggia su basi valide o se va rivisto. La democrazia è l’essenza stessa della scienza, in quanto qualsiasi scienza non può far altro che essere sempre in discussione. Nessuna scienza è esatta, tantomeno la politica, in quanto nessuna scienza è mai definitiva, deve sempre fare i conti con una porzione della realtà che la metta in discussione. Il modo migliore per far emergere l’inadeguatezza di un concetto è quello del confronto in gruppo, il quale potrebbe essere una classe, una congregazione di persone con interesse comune, un’equipe di ricerca. Solo attraverso il gruppo, l’assemblea, la volontà ha la possibilità di farsi concreta, scientifica, democratica, altrimenti risulterà sempre accidentale, astratta e violenta. 

 

20 agosto 2021