Il lascito più importante di Platone: la dialettica

 

In questo articolo, attraverso il confronto con il Sofista di Platone, vorremmo supportare la tesi hegeliana secondo cui il concetto di dialettica è il lascito più importante della filosofia di Platone. Il risultato è un monito per tutti coloro che pensano di fare a meno dei classici e della filosofia: la dialettica è l’elemento costitutivo non solo della filosofia, ma di qualsiasi scienza.

 

Eduardo Barrón González, "Nerone  e Seneca" (1904)
Eduardo Barrón González, "Nerone e Seneca" (1904)

 

Nel Sofista Platone cerca di andare alle radici della retorica dei sofisti, per indagare che cosa c’è d’errato nel loro modo di procedere. Così facendo costringe i personaggi del dialogo a formulare ciò che è contrario al discorso sofistico, per approdare alla filosofia. Il sofista è colui che si nasconde nel buio del non essere, che fa apparire le cose, anche se non sono; il sofista è colui che pensa come vero ciò che non lo è. Confutando la posizione del sofista, i personaggi si scontrano subito con un’autorità importante: Parmenide. Com’è possibile che il sofista faccia essere ciò che non è? Dunque, come si deve pensare il non essere che viene prodotto dai ragionamenti sofistici? Qui è facile prestarsi ad una contraddizione e infatti i dialoganti ci cascano appieno: se diciamo che il non essere è ciò che non è, identifichiamo ciò che non è come un essere. 

 

Platone è costretto a trovare che cos’è il non essere: per definire il discorso falso, e quindi confutare i sofisti, è necessario mettere in relazione essere e non essere. Infatti si definisce falso quel discorso in cui «le cose che sono non sono e [...] le cose che non sono sono.» (Platone, Sofista) Platone è quindi costretto a compiere il parricidio di Parmenide «usando la violenza a ciò che non è, perché in una certa misura sia, e a ciò che è, perché, a sua volta, in qualche modo non sia.» (Ibidem)

 

L’essere, in quanto è essere che viene conosciuto, subisce un movimento e quindi è intrinsecamente soggetto al movimento. Quindi all’interno dell’essere abbiamo movimento, vita, anima e intelligenza: l’essere quindi vive e pensa, non è immobile e fermo. Come conciliare quindi la quiete dell’essere, ossia il suo permanere in se stesso e non diventare non essere, con il suo movimento, ossia il divenire delle cose? A questa domanda non possiamo far altro che rispondere che «l’essere non coincide con queste due cose, il movimento e la quiete, prese insieme, ma è effettivamente qualcosa di diverso da esse.» (Ibidem)

 

Se l’essere non si confà né alla quiete, né al movimento, allora è necessario comprendere a quale genere appartengono le cose che sono. La scienza dialettica, la filosofia, la scienza degli uomini liberi permette di «dividere per generi e non giudicare diversa una forma identica né identica una forma diversa» (Ibidem): chi è capace di scienza dialettica sarà in grado di cogliere le ramificazioni di un’idea e cogliere ciascun ramo come un’unità separata, sarà in grado di unificare molte idee, ricomponendo diverse idee a unità. Il sofista è colui che non fa tutto questo, è colui che rimane nell’oscurità dei legami apparenti tra le porzioni di realtà: si confonde talmente bene dietro a ciò che per lo più viene inteso come veritiero, da non venir identificato come un ciarlatano. Allo stesso modo è difficile avvicinarsi a colui che fa filosofia, in quanto è talmente forte la luce che emana dai legami tra le cose che svela, da far accecare chi è sempre stato abituato all’oscurità della parvenza.

 

« Il sofista, trovando riparo nell’oscurità del non essere e rimanendo a contatto con essa nella sua attività, è difficile da cogliere appunto per l’oscurità del suo ambito […]. Mentre il filosofo, attenendosi sempre nei suoi ragionamenti all’ambito dell’essere, non è affatto accessibile alla vista per la luminosità di quella regione, perché gli occhi dell’anima dei più sono incapaci di rimanere fissi su ciò che è divino. » (Ibidem)

 

 

Abbiamo quindi trovato che il movimento è assolutamente diverso dalla quiete; è in quanto partecipa all’essere; è diverso dall’identico, eppure è certo identico a se stesso, in quanto ogni cosa partecipa per parte sua dell’identico: dunque è identico e non identico; dunque essendo anche identico, partecipa in qualche modo alla quiete; quindi in quanto partecipa all’essere, all’identico e alla quiete il movimento è anche diverso da se stesso.

 

« Il non essere dunque è, per necessità, rispetto al movimento e in relazione a tutti i generi, giacché, in relazione a tutti, la natura del diverso, rendendo diverso dall’essere ciascuno dei generi, lo rende non essente e, per la stessa ragione, sarà esatto dire che sono tutti non essenti e viceversa, in quanto partecipano dell’essere, che sono e che sono essenti. » (Ibidem)

 

Lo stesso discorso che abbiamo appena fatto per il movimento è possibile farlo per l’essere. Sotto un certo aspetto dobbiamo dire che l’essere non è: non è le altre forme. Si arriva così a formulare un concetto di non essere che deve essere inteso non come ciò che è contrario all’essere, ma soltanto come ciò che è diverso. Affermando il molteplice e portando alla luce il non essere, Platone vorrebbe compiere il parricidio di Parmenide. Questo però avviene solo in modo apparente, in quanto Platone introduce il diverso e non il non essere. Questa sarà una critica che gli sottoporrà soprattutto Emanuele Severino, ma che qui non tratteremo. 

 

« Ma noi, non solo abbiamo dimostrato che sono le cose che non sono, ma abbiamo perfino portato alla luce quella che si trova a essere la forma del non essere; giacché, una volta mostrato che la natura del diverso è e che risulta frammentata in riferimento a tutte le cose che sono le une rispetto alle altre, abbiamo osato sostenere che proprio questo è realmente il non essere, ossia quella parte di essa che si oppone all’essere di ciascun genere. » (Ibidem)

 

Dato che il pensiero è un dialogo dell’anima con se stessa, e all’interno del discorso ci sono giudizi veri e falsi, così si può pensare in modo vero e in modo falso. Con questo ragionamento Platone pone la possibilità che i sofisti possano epistemicamente sostenere il falso. Da qui nasce la necessità della dialettica, come elemento imprescindibile per unire ciò che è diverso in vista del vero. Non ci può essere vera scienza e vera filosofia prescindendo dalla dialettica. Proprio grazie ad essa il diverso, ciò che non è una determinata cosa, viene portato alla luce come ciò che è ontologicamente legato. Senza questa visione d’insieme la filosofia non può nemmeno iniziare, mentre la scienza (qui intesa come le varie scienze particolari) produrrebbe solamente un risultato sterile, fine a se stesso, che non tiene conto del contesto in cui è inserito. 

 

« Se è dunque vero che vi sono un discorso vero e un discorso falso, poiché il pensiero ci è apparso fra essi come un dialogo dell’anima con se stessa, il giudizio come la conclusione di un pensiero è ciò che diciamo che “appare” come una mescolanza di sensazione e giudizio, risulta perciò necessariamente che, essendo anche questi generi di conoscenza congeneri ai discorsi, almeno alcuni di essi siano a volte falsi. » (Ibidem)

 

In Platone la forma più elevata di dialettica è l’identità dell’essere e del non essere: ciò che è identico con sé, il medesimo, è anche l’altro: essi sono identici dal medesimo punto di vista. «Quel che esprime l’aspetto più intimo e l’autentica grandezza della filosofia platonica è l’unione delle differenze per la rappresentazione (essere e non essere, uno e molti, e così via), cosicché non si passi semplicemente da una all’altra.» (Hegel, Lezioni di storia della filosofia) Che sia un discorso politico, una ricerca di laboratorio o un trattato filosofico, è necessario far vedere che cosa unisce intrinsecamente ogni punto del proprio ragionamento, pena il dare una visione parziale della realtà. Ma non è tutto, Hegel ci pone di fronte ad un ruolo ancora più profondo della dialettica, la quale ci porta a sperimentare che cos’è la libertà

 

 

Il pensiero, nel suo anelare l’eterno e il divino, è aiutato dalla dialettica. In quanto pensiero esso è portato a limitare lo spazio dell’eterno e del divino dovendolo determinare. La dialettica apre all’universale, alla libertà che può essere ottenuta solo scoprendo che nel ritornare a sé ci si apre all’altro. La dialettica, in quanto libertà, è vita, rifugge quindi l’indistinto, ciò che si isola, per abbracciare la complessità e l’alterità. Per addolcire il lettore, al termine di questo povero articolo, lo lascio in compagnia delle parole di Hegel che sopra ho cercato di spiegare. Mi auguro che con la lettura di questo piccolo passaggio, che a mio parere suona poetico, il lettore possa perdonare le mancanze del sottoscritto.

 

« Che l’idea del divino, dell’eterno, del bello sia ciò che è in sé e per sé costituisce l’inizio dell’innalzamento della coscienza a ciò che è spirituale ed alla consapevolezza che l’universale è autentico. Per la rappresentazione può essere sufficiente entusiasmarsi e soddisfarsi dell’immagine del bello, del buono, eccetera. Ma il pensare, il conoscere pensante, esige la determinazione dell’eterno e del divino, la quale è essenzialmente una determinazione libera: tale da non neutralizzare l’universalità. È una limitazione (giacché ogni determinazione è limitazione) che però lascia libero, per sé, ciò che è universale nella sua infinitezza. La libertà è il ritorno in se stesso, è ciò che si differenzia da sé; l’indistinto è ciò che è privo di vita; pertanto l’universale è attivo, vivente, concreto è ciò che si distingue da se stesso, e che, nel far questo, resta libero. La libertà nel distinguersi da sé consiste nel fatto che l’uno è identico con sé nell’altro di se stesso, nei molti, in ciò che è distinto. » (Ibidem)

 

7 aprile 2021