La finanza italiana a colloquio con i cambiamenti climatici

 

I cambiamenti climatici sono uno scenario del tutto certo che sconvolgerà l'esistenza dell'essere umano e anche se non si riesce a calcolare precisamente con quali tempi e modi, la prospettiva possibile non è quella di evitarli bensì di limitarli il più possibile. Qual è la posizione istituzionale della finanza italiana in questo senso?

 

 

Pare che nel 2021 il cambiamento climatico sia effettivamente arrivato a preoccupare il settore economico e finanziario, finalmente. In realtà, già negli ultimi mesi dell’anno precedente il governo aveva anticipato che un’ampia parte del Recovery Fund, ossia quel fondo emanato dall’Europa a favore dell’Italia messa in crisi dalla pandemia, sarebbe stato destinato al settore ambientale. La recente approvazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) da parte del governo successore tutto sommato non smentisce quelle parole e stabilisce che circa 68 miliardi di euro sui 248 totali vada a supporto delle misure per la cosiddetta Rivoluzione verde e la transizione ecologica.

 

Risulta quasi superfluo specificare che questa formula dai tratti un po’ sensazionalisti dovrà poi fare i conti con la realtà del territorio italiano che, solo per fare un esempio, è fiaccata da oltre un anno di contrazione economica e sociale e potrebbe seguire un cliché di ripresa che accantoni un’altra volta le misure per la riduzione drastica degli impatti climatici a fronte di un rilancio emergenziale. Sebbene i settori che si intende promuovere con questi investimenti, che sono l’economia circolare e la gestione dei rifiuti, le energie rinnovabili, l’efficienza energetica delle infrastrutture e l’attenuazione del rischio idrogeologico, trasmettano l’idea che l’approccio del governo alle misure in ambito ambientale sia integrale, la concretizzazione delle singole iniziative non è esente da possibili, e forse probabili, distorsioni e deterioramenti dei principi che stanno a monte, a volte anche per incompatibilità tra le soluzioni adottate nei diversi settori. Un esempio può essere la promozione dell'idroelettrico come energia rinnovabile, che, come è noto, necessita di dighe e sbarramenti, i quali però a loro volta possono rappresentare degli elementi critici per l'assetto idrogeologico di aree adiacenti ai corsi d'acqua dove vengono installati, prendendo atto che, secondo gli istituti meteorologici italiani, precipitazioni estreme e relativi dissesti saranno più frequenti nel prossimo futuro, specialmente al settentrione.

 

Ecco perché a monte di tutto, l'attuazione del Recovery Plan dovrebbe partire da una discussione e successiva organizzazione di principi e linee guida da seguire oltre l’ambito tecnico e applicativo, soprattutto per scongiurare decisioni politiche contraddittorie nel caso di misure in contrasto reciproco che già possono presentarsi all'interno del settore ambientale e che con buona probabilità si moltiplicano considerando gli altri target del PNRR. Basti pensare alla digitalizzazione massiccia prevista dal Piano nell’ambito amministrativo e dei servizi, che attuata su ampia scala richiederà un ulteriore input di energia nel sistema e quindi un aggravarsi della sfida sulle fonti di produzione che già oggi presenta criticità. Allo stesso modo, l'aumento di infrastrutture civili, come strade e ponti, può infliggere un'ulteriore ferita agli ecosistemi che intercettano, portando ulteriore frammentazione e squilibrio di questi ultimi e come conseguenza disagi talvolta anche importanti alle comunità locali. 

 

 

La pianificazione preventiva è quindi una condizione necessaria per la buona riuscita degli investimenti e questa è la conclusione generale che traspare anche da un interessante documento pubblicato dalla Banca d'Italia lo scorso marzo. Esso fa parte della rassegna Questioni di Economia e Finanza e ha come titolo Banche centrali, rischi climatici e finanza sostenibile, il quale avalla la sensazione che il cambiamento climatico desti crescente preoccupazione per settori tradizionalmente distanti dai temi ambientali, anzi quasi sempre antitetici. Il testo è diviso in sei capitoli che trattano, nell'ordine, gli impatti, sia odierni sia attesi dai quattro diversi scenari climatici ipotizzati, sui diversi settori dell'economia italiana, il processo di decarbonizzazione previsto dagli impegni presi a livello mondiale ed europeo e l’adeguamento dell’Italia, l’identificazione dei rischi climatici per il sistema finanziario, la loro quantificazione, le iniziative delle banche centrali, le soluzioni possibili per una finanza sostenibile per evitare o almeno diminuire tali rischi e, in ultimo, come la Banca d’Italia si impegna nel rendere concreta la finanza sostenibile attraverso i suoi investimenti.

 

Ad essere subito del tutto onesti, la lettura di un documento come questo non è estranea ad un certo grado di sospetto, in ogni caso lecito in quanto la verifica da più fonti è sempre doverosa, considerato il fatto che le soluzioni green e le conclusioni a cui si arriva in ambito economico-finanziario potrebbero comunque adeguarsi ad una visione del mondo che caratterizza i soggetti della finanza, senza troppi sforzi nel mettersi radicalmente in discussione. Fa pensare, per esempio, che il rapporto tra finanza e cambiamento climatico venga esposto essenzialmente in termini di rischi per gli istituti finanziari, i quali possono essere fisici, riferiti ai danni subiti dalle varie attività e infrastrutture umane in seguito a trend ed eventi climatici estremi, e di transizione, generati cioè dalle misure di transizione energetica progettate a livello politico o su previsione del mercato futuro che intaccheranno le attività umane pericolose per l’ambiente. Il rovescio della medaglia, fatto di una grande parte di finanza che non solo persevera nei finanziamenti al fossile ma in più li pianifica per i prossimi decenni, contribuendo in modo attivo e determinante al surriscaldamento globale, non viene mai esplicitato e da tutto ciò risulta quasi che gli impegni nella finanza sostenibile siano mossi più dall’emergenza di salvarsi dai rischi sopra citati, generati da un interesse di natura essenzialmente utilitarista, prima che dalla presa di coscienza del proprio ruolo chiave e la volontà di arginare i danni che già sappiamo colpiranno l’essere umano.

 

Ad ogni modo, se c’era da aspettarsi un’impostazione molto tecnica, tale documento rimane, se vogliamo indirettamente, comunque di sostanziale valore. Infatti, emerge chiaramente, e questo viene anche esplicitato, che sia doveroso un approccio integrato per l’identificazione dei rischi e la realizzazione di investimenti sostenibili. In altre parole, i contributi a tali obiettivi devono arrivare per forza di cose da mondi che tradizionalmente non hanno mai interagito in modo costante, così che questi condividano le ricerche sviluppate in modo individuale nel proprio ambito di competenza e arrivino così a delle sintesi più complete possibile. In quest’ottica, ogni traguardo raggiunto all’interno di una cooperazione ne presuppone uno nuovo che segue, dal momento che periodicamente si assisterà ad un aggiornamento nei singoli ambiti, il quale a sua volta richiede una revisione dello stato dell’arte della sintesi ottenuta in precedenza. Ecco per esempio che tale approccio dovrebbe ampliare il tavolo di lavoro in modo da mettere in connessione la finanza con le scienze naturali, o con le scienze umane.

 

Questa pubblicazione della Banca d’Italia va a dimostrare, forse senza che questo sia lo scopo principale, per l’ennesima volta la necessità dell’integrazione delle conoscenze tra i diversi saperi e forse per la prima volta lo fa in modo estremamente concreto e pratico, partendo da concetti a volte anche molto tecnici, come i vari indici e parametri finanziari, rendendo evidente una tra molte connessioni che attraversano l’ecosistema antropico, le quali da sempre sono oscurate da un settorialismo strutturale che caratterizza lo sviluppo dell’essere umano. L’estrema frammentazione e allontanamento dei diversi aspetti e attori di questo sviluppo è ciò che genera un’eterogeneità geografica e sociale dello sviluppo e continui sbandamenti nelle decisioni politiche.

 

Dove invece tutto ciò si vuole evitare, un dialogo interno tra i diversi binari di sviluppo che si attui mette a nudo nuovamente la necessità di interrogarsi su principi e criteri, su quella che si potrebbe definire una metafisica dello sviluppo della società e che si vede poi nel concreto del confronto costituirsi di domande e analisi di carattere essenzialmente filosofico.

 

 30 aprile 2021