SanPa: le questioni filosofiche del Calvario e della Volontà

 

San Patrignano fu unica in Europa per l'afflusso, le disintossicazioni riuscite, ma anche per le controversie. Eden o stato poliziesco? Muccioli fu eroe o carceriere? Non tenteremo di rispondere, ma di dare una prospettiva filosofica a queste domande.

 

 

Una premessa giuridica

 

La serie, suddivisa in cinque intensissime puntate, si sofferma in un primo tempo sugli entusiasmi e l'ascesa di San Patrignano, per poi svelare anche le pratiche violente e gli abusi commessi al suo interno.

Catene, celle di isolamento e la tristemente famosa “piccionaia” dove i ragazzi più resistenti alla disintossicazione venivano rinchiusi al buio e al freddo anche per giorni. L'illegittimità di questi “metodi” venne affrontata nel primo processo che vedeva Muccioli imputato per sequestro di persona, il cosiddetto “processo delle catene”.

A livello giuridico risulta necessario condannare i “metodi” in virtù del rispetto della persona umana, del suo corpo e della sua volontà, ma anche per la tenuta dell'ordine sociale. La Legge lavora sul piano delle azioni e non delle intenzioni e non può permettere il contenimento violento e l'abuso.

Inoltre la Legge ha il compito di scoraggiare potenziali emulatori evitando di costituire un precedente: in una società civile nessuno può sentirsi in diritto di legare un altro essere umano perché intenzionato al suo benessere. 

 

Nel secondo dei due processi, quello per omicidio colposo, imputazione da cui Muccioli venne assolto, quest'ultimo dichiarò: «Se vedo uno che si sta buttando da un ponte non gli batto una pacca sulla schiena e gli dico scusi ci ripensi, non lo faccia, lo devo bloccare prima anche con la forza». La violenza sarebbe quindi solo una risposta estrema, dettata dalle circostanze, dalla necessità dei fatti e non da Muccioli stesso. La violenza obbedirebbe alla volontà di salvarsi del tossicodipendente stesso e dunque non costituirebbe un abuso. Non sarebbe un metodo della comunità, ma la conseguenza stessa delle azioni del tossicodipendente, quindi della sua volontà di salvarsi, affidata a Muccioli. Questa la difesa dell'imprenditore.

 

Muccioli, nel documentario, appare animato da convinzioni spirituali, da un'immensa fede e da un senso di missione ultraumana, ma anche da istanze narcisistiche: salvare per elevarsi a Salvatore. Per questo non accetta le disposizioni dei tribunali e le evidenze dei medici. Il fondatore della comunità presenta per certi versi quegli che gli psicologi chiamano tratti sociopatici, in quanto crede di essere al di sopra delle regole e delle leggi che valgono per gli altri, rivelandosi un audace manipolatore con manie di grandezza e di possesso sulle esistenze dei ragazzi della comunità: elementi inquietanti che alludono a un sistema settario.

 

Da questo difficile intreccio tra necessità, volontà e convinzioni di Muccioli, derivarono anche le scelte cliniche e ideologiche della sua comunità. Essa raggiungeva progressivamente un numero impressionante di ospiti, mentre non accoglieva professionisti e psicoterapeuti e respinegeva l'utilizzo di qualsiasi sedativo, psicofarmaco e metadone. 

 

Eppure fu proprio il fondatore di San Patrignano a rivoluzionare la prospettiva sulla tossicodipendenza: il drogato non deve essere criminalizzato, ma guarito. Per Muccioli il “drogato” non deve però in alcun modo essere deresponsabilizzato, altrimenti gli verrà a mancare anche l'opportunità di scegliere, di tornare a vivere pienamente. Chi non è responsabile di ciò che fa, non è libero di decidere cosa farà. Come la mettiamo quindi con le catene? La volontà può essere forse più libera mentre il corpo è legato e intrappolato? 

 

 

Filosofia della Volontà 

 

Se dal profilo giuridico gli illeciti emergono chiari, dal punto di vista etico il limite tra mezzi e fine, tra terapia e imposizione non sembra essere così evidente.

Le testimonianze raccontano dell'elaborazione di un piano condiviso tra Muccioli e i ragazzi, consistente nell'evitare uscite serali, eccessi e altre tentazioni che invitavano a “farsi”. 

Si può pensare di sostituirsi alla volontà altrui per rispettare proprio la volontà dell'altro stesso? Come regolare un simile paradosso?

Se definiamo la volontà in termini di obiettivi, e l'obiettivo è qui quello di estinguere la dipendenza, allora la volontà dell'ospite viene rispettata.

Sono infatti gli ospiti stessi che cedono la loro volontà a Muccioli, un po' come il cittadino cede le proprie libertà allo Stato per uscire dalla condizione di natura, a patto che lo Stato sia capace di difenderlo dai criminali e garantirgli lavoro. Nonostante questa cessione di poteri, ci sono leggi che limitano l'ingerenza politica nelle scelte personali (di esse si sta parlando molto in questi mesi per via dei Dpcm volti al contenimento della pandemia da Covid-19). 

 

Che cos'è la Volontà?

 

La volontà in filosofia è concepita in modo diverso in base alle epoche, ma è sempre legata all'orizzonte morale in cui si abita. 

«Concetti come bene e male, in situazioni così estreme, non possono essere usati in modo assoluto. Educare è come far volare un aquilone, se tiri troppo o troppo poco la corda, l’aquilone cade. E questo era il metodo di Vincenzo che creava un rapporto diretto con ognuno di noi e sapeva quando era il momento di tirare la briglia» dichiara Fabio Cantelli Anibaldi, ex ospite, filosofo e responsabile dell'ufficio stampa della comunità. 

 

Dunque il bene e il male, stabiliti dalla Legge o validi nella vita “comune”, non sembrano sufficienti ad esaurire le dinamiche di San Patrignano.

Secondo il Socrate platonico l’azione malvagia può essere motivata solo dall’ignoranza; la volontà infatti tende naturalmente e necessariamente al bene e dipende dalla conoscenza di questo: nessuno fa il male volontariamente. 

Nello stoicismo la volontà è tra le funzioni psichiche superiori, deputate al controllo degli istinti, pulsioni, desideri. La volontà è guida per raggiungere il distacco e la virtù.

Nel Medioevo la volontà umana deve accordarsi a quella divina e deve aderire alla fede, non solo alla ragione, per portare l'anima al sommo bene.

Mentre in epoca moderna la volontà è associata e valorizzata nella capacità individuale e razionale che orienterebbe il progresso umano. Concezione peculiare, mutuata dalle religioni d'Oriente è quella di Schopenhauer, per il quale la volontà va sostituita con la nolontà, spegnere ogni desiderio per sfuggire la tragicità dell'esistenza.

Originale anche la concezione di Nietziesche per il quale la volontà è Volontà di Potenza, di rifondare valori, affermare l'energia vitale e costituire l'uomo nuovo.

Oggi la volontà è strettamente individualistica, di riuscita nella carriera e nella vita sentimentale, con l'accento sulle aspirazioni terrene e personali del soggetto più che sul suo ruolo nella società, nell'universo e nei piani divini. La volontà oggi sembra esprimersi nella sfera sentimentale di “essere amati” o “trovare l'anima gemella”, avere un “lavoro gratificante e tirare su dei figli”.

Che cos'era e come si esprimeva la volontà dell'ospite di San Patrignano? 

 

Elementi biologici e psicologici legati all'eroina

 

Possiamo affermare che questa droga, l'eroina, oscuri la volontà? Che il tossicodipendente non sia in grado di intendere e volere?

Questa sostanza causa alterazioni psichiche transitorie, ma non vi è un oscuramento cognitivo come ad esempio nello schizofrenico.

Il tossico dipendente esprime nella droga la ciclicità compulsiva di estasi e terrore, euforia-anestetizzante e angoscia della mancanza, come avviene nella dipendenza affettiva dal partner o genitore nei legami simbiotici. Come se il drogato ripetesse in un rito “perverso” qualcosa che è già avvenuto al di fuori della “roba”. La droga è la manifestazione e non la causa di una personalità depressa e demotivata. Anche se poi è la droga stessa ad alimentare la depressione.

L'eroina inizialmente sembra amplificare l'intensità della vita con le sue sensazioni potentissime, travolgenti, orgasmiche, ma poi diviene rinuncia alla vita. Sembra offrire una deresponsabilizzazione dai problemi, ma al prezzo della perdita di protagonismo della propria esistenza, come spiega Umberto Galimberti in diversi interventi.

Nella storia della cosiddetta “lotta alla droga” si è puntato molto sulla forza di volontà, elemento sicuramente fondamentale, ma si deve lavorare molto anche sulle alternative: la riaccettazione in famiglia, recuperare interesse per la realtà fuori dallo schema buco-astinenza, le relazioni con gli altri, acquisire autostima e interiorizzare una disciplina costruttiva per la propria persona. Queste opportunità nutrono la volontà. 

 

Qual è l'autentica volontà del tossicodipendente? Si può volere il male e l'abbandono di se stessi? O qualsiasi strada si scelga è sempre funzionale ad evitare un dolore peggiore? Il tossico sceglie la droga perché tutto sommato essa appare preferibile allo scontro con la sua vera vita? Può davvero esserci una volontà autolesionista oppure anche ciò che sembra esserlo ha una funzione di sopravvivenza?

Si tratta di quesiti filosofici e metafisici e non solo psico-clinici. Due interpretazioni della questione furono date da Freud e Reich.

 

Sigmund Freud nei suoi ultimi scritti teorizzò un istinto di morte, una tensione misteriosa all'autodistruzione che in tutti noi si divincola e confligge con la pulsione alla vita. Il suo allievo Wilhelm Reich respinse questa visione, chiarendo che nell'uomo non c'è alcuna volontà di morte. Vi è solo volontà di vita che sembra distorcersi a causa dei traumi che deve affrontare per emergere. Così formulò l'idea di una corazza emozionale: quando la pulsione di vita non può esprimersi a pieno, essa trova altri sbocchi, come quegli atteggiamenti che sembrano autodistruttivi ma che in realtà sono funzionali alla conservazione della vita psichica. Una corazza di eroina per evitare la morte psichica: ecco la logica sconcertante, ma fenomenale, di un autolesionismo apparente, secondo Reich.

 

 

La questione ontologica del Calvario

 

La lucidità e le testimonianze toccanti di Fabio Cantelli Anibaldi raggiungono le più oneste profondità e le più alte vette di speculazione del documentario. E ci suscitano un altro tipo di riflessione, diverso da quello precedente della volontà, ma non da esso slegato. 

 

Cantelli racconta di aver dato a Muccioli alcuni suoi scritti di pensieri personali, riflessioni sulla sua condizione e sulla vita. Si autodescrive come “Intellettuale dal bel faccino”, un sorta di anti-tipo del tossico. 

Muccioli lesse nel refettorio quelle pagine con tono solenne e ironico, ridicolizzando le sue alte speculazioni. Lo umiliò nella mensa piena di ragazzi, ma Cantelli capì la funzione psicologica e pedagogica. Smontare il personaggio “dannato”, decostruire la personalità drammatica, la “recita” tragica che metteva in atto per non guardare davvero la sua rinascita a portata di mano. La recita che tutti noi mettiamo in atto quando scegliamo di soffrire invece che di contemplare le salvifiche verità spirituali che alcuni filosofi ci hanno insegnato.

 

Cantelli testimonia che quando scappò lo andarono a riprendere a casa, un sequestro vero e proprio eseguito da “due omoni”. Venne messo in catene al buio. Tentò il suicidio con un brandello di lenzuolo, poi sbattendo la testa al muro. Poi, a un tratto, quando il tremendo lo aveva sopraffatto, sentì salire una pace, una calma: «se non mi fossi trovato in quella situazione non sarei uscito dalla dipendenza». Se non fosse arrivato al fondo oscuro del panico non sarebbe emerso nuovo. Se non si attraversa l'inferno non si arriva alla luce. È la questione del calvario.

 

Badiamo bene, le riflessioni che seguono non hanno in alcun modo il fine di giustificare i fatti di San Patrignano, sono volte esclusivamente a comprendere la natura trasformativa del dolore e la necessità ontologica di attraversare il trauma che ciascuno ha in dote.

La parola calvario deriva dal latino Calvarium “luogo del cranio”, traduzione dell'aramaico gūlgūtā “cranio, teschio”, collina a Gerusalemme dove fu crocifisso Gesù Cristo. Non c'è modo di trasformarsi senza attraversare dolore, di risorgere senza passare per la Croce. Cristo, prima di risorgere, passò per l'inferno. Anche nel buddismo non c'è affrancamento senza la Prima Nobile Verità: l'esistenza è sofferenza. Se Siddharta non avesse incontrato la malattia e la morte non avrebbe potuto avere accesso all'illuminazione.

Crescere implica inevitabilmente sofferenza. L'educazione di ciascuno di noi da piccoli ce lo mostra. L'educazione da parte della famiglia, della scuola, le esperienze amorose e con gli amici sono fatte di complicità e comprensione, ma c'è sempre anche coercizione e frustrazione. La trasmutazione alchemica è ontologicamente legata al calvario. 

Qualsiasi sia la nostra storia ci sarà un trauma che dobbiamo riconoscere e superare, nel dolore e oltre il dolore. Come Cantelli ha affermato: «Quello che io sono è grazie a San Patrignano e nonostante San Patrignano».

 

La riuscita filosofica del documentario 

 

La riuscita del documentario sta nel fatto che esso riesce a mostrare le ragioni di tutti gli attori della vicenda, ed è in questo che vive la sua complessità disturbante: hanno ragione i ragazzi che hanno vissuto e sperimentato la comunità affermando che questo percorso li ha letteralmente salvati; hanno ragione coloro che denunciano l'orrore e la cattività. E tutti hanno le proprie responsabilità, perfino i disperati genitori che non sapevano cosa farsene di figli bugiardi e spesso criminali e la classe dirigente italiana, perché San Patrignano faceva risparmiare alle casse dello Stato risorse che altrimenti sarebbero state spese per la detenzione in carcere e il ricovero negli ospedali.

Ha ragione il giudice nel suo ruolo che condanna quella che definisce la “cultura delle catene”, e ne ha avuta l'opera di Vincenzo Muccioli che fu un portento che ha dell'incredibile: aver riabilitato migliaia di persone degradate, violente, disposte a vendersi, prostituirsi, perdere la dignità.

 

25 febbraio 2021