Natura e potere

 

Comunicare l’ambiente. Un dialogo (im)possibile tra scienza e politica?

 

 

« La terra su cui viviamo non l’abbiamo ereditata dai nostri padri, l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli. » (Capo Seattle, 1852) 

 

Natura e potere è il titolo che è stato dato a un ciclo di incontri sul tema dell’ambiente, organizzato dagli studenti di Rethinking Economics dell’Università di Pisa. La stessa in cui è stato professore di Ecologia urbana e sociale, Psicologia socio-ambientale e attualmente di Analisi dell’interazione uomo-ambiente all’interno del corso di laurea in Scienze ambientali, il professore Paolo Rognini, autore di Comunicare l’ambiente, il testo che ha aperto la serie di incontri e di cui vogliamo parlare.

 

Il volume è il frutto di quattro anni di ricerca e si propone di indagare le forme di comunicazione tra scienza e politica alla luce del grande ritardo tra conoscenze scientifiche e azioni politiche, soprattutto in campo ambientale e sanitario, partendo da una considerazione drammatica: l’attuale crisi ecologica non è più un’ipotesi, ma una realtà concreta. Il decadimento di interi sistemi, l’esaurimento delle risorse, l’inquinamento, la produzione di rifiuti, il riscaldamento globale, l’estinzione di specie viventi, sono alcuni aspetti del degrado ambientale che ha subito un’accelerazione senza precedenti dalla rivoluzione industriale del XIX secolo, quando i processi combustivi divennero il mezzo principale utilizzato per le più svariate attività: produzione di calore e di energia (elettrica, cinetica), cicli produttivi e, in tempi recenti, per cementifici, inceneritori, ecc. Nell’era dell’industria, sono state emesse nell’atmosfera tonnellate di sostanze velenose che hanno comportato scompensi biologici, ecosistemici, depauperamento delle risorse, e prodotto enormi quantità di rifiuti; l’inquinamento urbano causato dalla combustione dei fossili ha contribuito a  costi sociali e sanitari enormi.

 

Tutto ciò è determinato da un atteggiamento di sovranità della specie umana sulla natura che affonda le proprie radici nelle civiltà preistoriche e arcaiche. La natura è, da sempre, stata concepita come “crudele”, “avara”, “demoniaca”, “matrigna”, insomma un’entità che renderebbe problematica e precaria la sopravvivenza degli uomini. Nei più grandi poemi epici si narrano le gesta di eroi che furono pensati tali, proprio perché in grado di dominare “le forze della natura”, mentre nell’attuale società, il mercato vede nel “progresso tecnoscientifico” l’unico mezzo per “vincere” l’attrito prodotto dal reperimento delle risorse. Gli umani sulla terra si comportano dunque per certi versi come un organismo patogeno o come le cellule di un tumore. L’impulso di dominio ha subito una spinta inarrestabile negli ultimi due secoli, che ha condotto all’attuale crisi dell’ecosistema – l’unica a cui la terra abbia assistito – in parte determinata da ciò che il Nobel Crutzen ha definito Antropocene, ovvero l’epoca nella quale il fattore di massima trasformazione dell’ambiente è rappresentato dall’uomo. 

 

« Il bisogno di dominare la natura ha fornito la giustificazione per altre forme di dominio umano creando una netta separazione tra mondo sociale e mondo naturale, tra ragione e fisicità, tra corpo e anima. L’immagine di una natura che deve essere addomesticata dall’umanità razionale ha portato a teorie che identificano l’ordine come sottomissione e dominazione, corrompendo lentamente ogni legame familiare, economico, estetico, ideologico e culturale che dava un senso al posto e al significato dell’individuo in una vitale comunità umana. » (M. Bookchin, The modern crisis)

 

In un lungo e documentato excursus, Paolo Rognini esamina lo stato di fatto dell’acqua, del suolo, del riscaldamento globale, dell’inquinamento sonoro e dell’aria, delle estinzioni, del generale problema delle combustioni che producono livelli apocalittici di polveri sottili, 625 mg per metro cubo, molte di più di quelle permesse dall’OMS, e riconosce a Pechino, il triste primato, mentre il governo cinese promette invano di ridurle. In Italia, la Pianura padana supera ampiamente i livelli soglia di inquinamento previsti dall’Agenzia Europea dell’Ambiente. A soffrire sono anche le grandi città italiane, Roma, Napoli, Firenze, Bologna, Milano,  per non parlare del caso di Taranto, dove si scontrano da sempre la visione produttivistica e quella della tutela della salute. A rendere drammatica e veramente preoccupante la situazione non sono unicamente le polveri sottili, ma anche la combustione di biomasse, ozono, biossido di azoto che hanno un forte impatto sulla salute di adulti e bambini, e sull’incremento delle morti premature. Di fronte a questo quadro, i costi sociali sono altissimi: 12 milioni e 600 mila persone al mondo muoiono ogni anno a causa dell’inquinamento, di cui 66.000 in Italia, mentre l’aspettativa di vita degli italiani è in decremento. Bruciare è assurdo: noi esseri umani usiamo la materia per produrre energia che è una follia dal punto di vista della termodinamica. E chi sostiene che non abbiamo alternative, sostiene il falso. Perché l’energia che ci invia il sole sulla Terra è enorme: basterebbe un decimillesimo dell’energia solare per coprire il fabbisogno energetico. Basterebbe la volontà di usarla.

 

 

Rognini entra così nel vivo del tema portante del suo libro: come possono comunicare scienza e politica in modo proficuo sia per la salute dell’umanità che per uno sviluppo sostenibile, preservando l’ambiente? Mentre la neonata epidemiologia ambientale ha prodotto una grande quantità di studi che appurano la responsabilità dell’inquinamento sulla salute, la sanità pubblica, i sindaci, le amministrazioni locali e nazionali, faticano a recepire le informazioni della scienza. Tanto che le politiche messe in atto sia localmente che globalmente sono ben lontane dagli obiettivi; al contrario, le politiche sono contraddittorie, ad esempio, si autorizza ancora l’uso del diesel, si promuovono incentivi statali sull’impiego di biomasse, quando si conoscono gli effetti negativi sull’ambiente e il benessere fisico. Nonostante gli appelli degli scienziati sui decisori politici per azioni più energiche, siamo ancora ben lontani dal dialogo. La comunicazione appare dunque cruciale. Se il mondo della politica deve imparare ad ascoltare gli scienziati, questi dovranno fare uno sforzo, uscendo dalla loro torre d’avorio, per comunicare meglio e con più efficacia. La formazione di professionisti della comunicazione nel ruolo di mediatori culturali potrebbe svolgere un ruolo decisivo. Tuttavia rimane un nodo non di poco conto, la pressione di lobbies e gruppi di interesse che possono avere più influenza degli scienziati sui politici, i quali a loro volta scelgono i consulenti non tanto e sempre per capacità, ma per relazioni personali.

 

Infine, una riflessione sulla nostra percezione dei rischi: spesso i problemi ambientali non vengono avvertiti dall’opinione pubblica, al contrario vi è un adeguamento delle mentalità, drammaticamente indietro rispetto alle sfide contemporanee. Avvertiamo, carestie, pandemie, la necessità del calo demografico (8 miliardi di individui sul pianeta!), ma non i problemi legati al rispetto dell’ambiente, ai cambiamenti climatici, alle radiazioni. Esiste dunque un gap tra il pericolo percepito e il pericolo reale. Dal punto di vista antropologico, avendo noi perso il contatto con la natura, costruiamo le nostre visioni attraverso la cultura che nei confronti della stessa, sappiamo, ha un atteggiamento predatorio e manipolatorio. Di fronte a questo scenario, la qualità della vita umana, potrebbe precipitare vertiginosamente, conducendoci verso un tragico epilogo. La sfida che ci attende è enorme: scienza, politica, comunicazione, rivestono un ruolo decisivo in questo passaggio.

 

25 gennaio 2021