#venerdìletterario: "Il Processo" di Kafka

 

Il tribunale – la burocrazia – si rivela un potente strumento totalitario, che, pervadendo la vita dei cittadini, li obbliga lentamente ad omologarsi ad esso, ad entrare nei suoi meccanismi, plasmando le loro menti a sua immagine.

 

di Alberto Giuseppe Pilotto

 

 

«Qualcuno doveva averlo calunniato, perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina Josef K. fu arrestato». Questo il memorabile incipit del romanzo incompiuto di Franz Kafka, Il Processo, scritto tra il 1914 e il 1915.

In un’epoca in cui i totalitarismi dovevano ancora emergere, ma dove la burocrazia degli Stati nazionali aveva già dispiegato il suo potere, Kafka intravedeva già le lunghe mani del potere centralizzato estendersi sulla vita dei cittadini, e nei suoi racconti ne diede tratteggiò le loro sagome in maniera inquietante e suggestiva: la rappresentazione offerta in Il Processo rimane una delle più pregnanti di sempre.

Intorno all’inquietante vicenda di un uomo innocente che viene ingiustamente arrestato e poi sottoposto ad un macchinoso e potenzialmente infinito processo da un misterioso tribunale ruota questa profetica descrizione di Kafka del funzionamento del potere burocratico.

 

Il nostro protagonista, l’imputato Joseph K., viene fatto arrestare da un non ben precisato tribunale, ma che si rivela essere parallelo rispetto tribunali della giustizia “ufficiali”. Si ritrova così immerso in un mondo di cui non conosce nulla, i cui funzionamenti sono oscuri e spesso contraddittori, dove si sovrappongono personaggi astratti e con misteriosi legami con il terribile tribunale, composto da guardiani ottusi, sorveglianti corrotti, giudici e magistrati, scrivani e servitori, ma dove nessuno in particolare è individuabile come antagonista principale. Privo di punti di riferimento, agli occhi del protagonista ma anche del lettore l’antagonista pare essere il sistema stesso, nelle cui mani il potere è concentrato, ma in cui le responsabilità sono distribuite tra i suoi funzionari, di modo che non sia possibile indicare il vero e proprio responsabile del (mal)funzionamento generale della macchina burocratica: non è chiaro a chi rivolgersi per sollevare una questione, non si sa chi abbia indetto il processo e chi lo porti avanti, non si conoscono nemmeno le accuse, ma gli ordini da qualche parte provengono comunque e sono eseguiti dai funzionari ad essi preposti. La capacità oppressiva di tale sistema è percepibile in ogni suo luogo: una volta al suo interno essi sembra ammantare e permeare completamente la vita dell’imputato.

 

Non sorprende che Hannah Arendt in Il futuro alle spalle abbia dedicato delle pagine ammirate all’opera di Kafka: in essa lo scrittore prefigura proprio quello che sarà il nucleo centrale de La banalità del male e uno dei temi fondamentali del pensiero della filosofa. Celebri sono le pagine dedicate alla strategia difensiva messa in atto da Eichmann, che appunto cercava di provare la sua innocenza affermando di aver semplicemente eseguito gli ordini. Ciò che l’opera di Kafka già metteva in luce anni prima degli orrori nazisti, è che la moderna burocrazia permette e legittima, almeno per il senso comune, questo tipo di difesa, perché il suo stesso funzionamento è atto a deresponsabilizzare i suoi funzionari, rendendoli semplici ingranaggi – peraltro sostituibili – di una macchina programmata per muoversi dà sé, senza nessuno che ne possa impedire l’azione. Una macchina che dunque aliena non soltanto chi ne viene oppresso, ma anche coloro che lavorano all’interno di essa, creando una separazione tra la persona concreta e il lavoro che essa svolge per conto della macchina.

 

Per districarsi all’interno di questa burocrazia totalitaria è necessario ricorrere ad esperti e conoscenze personali, dove tutto è valido per ottenere credito agli occhi dei giudici ma dove al tempo stesso tutto è inutile e vano, perché la sentenza di colpevolezza è già pronunciata sin dall’inizio del processo; cambiare tale sentenza è virtualmente impossibile, e l’unica soluzione è provare a rimandarne l’esecuzione, ma per far ciò è necessario entrare a far parte del meccanismo stesso del tribunale, allungando volontariamente i tempi del processo per evitare l’esecuzione della sentenza. Così, il tribunale – ossia la burocrazia – si rivela un potente strumento totalitario, che, pervadendo la vita dei cittadini, li obbliga lentamente ad omologarsi ad esso, ad entrare nei suoi meccanismi, plasmando le loro menti a sua immagine.

 

Franz Kafka (1883-1924)
Franz Kafka (1883-1924)

 

Il “crimine” commesso da K. è la semplice “esistenza”, esistenza viene costantemente scandagliata con occhio inquisitorio dal tribunale, nel tentativo di scovare ogni minima traccia di colpevolezza. Una dimenticanza, una legge violata, un comportamento iniquo: tutto viene sottoposto a processo nel tentativo di trovare una qualche violazione alla Legge, Legge che si fa sempre più particolareggiata ed oscura al comune cittadino, che ha così bisogno di ricorrere alle consulenze di avvocati, i quali, in realtà, poco riescono a fare nei confronti di un meccanismo da cui loro stessi dipendono.

 

Verso la fine del romanzo, il sistema burocratico rivela tutta la sua contraddittorietà nel momento in cui si comprende che essa non è interessata alla verità, alla realtà all’interno della quale essa opera, ma solo a riprodurre e perpetuare i suoi automatismi secondo la Legge che ne costituisce il programma. Che K. sia innocente o colpevole, al tribunale pare non interessare granché: ad esso interessa solo svolgere la sua funzione inquisitoria a prescindere da ciò che la realtà può provare. Il vero, per la burocrazia, diventa solo un possibile corollario della sua realtà, del suo mondo, dei suoi procedimenti. E alla fin fine, è la burocrazia stessa a diventare l’unica realtà in cui si muove l’imputato, alienandolo dalla sua vita, includendolo in meccanicismi che, se all’inizio gli sembrano inutili, alla fine gli appaiono necessari – in essi è necessario entrare anche solo per portare avanti il processo.

Nella parte finale del romanzo, K. arriva a parlare con il cappellano del carcere. Nel lungo discorso tra i due, viene a galla che al tribunale non importa tanto della verità, ossia dell’innocenza di K., quanto solo di perpetuare il suo funzionamento e svolgere i suoi compiti, per quanto assurdi ed insensati: «“No” disse il sacerdote, “non si deve credere che tutto è vero, e si deve credere soltanto che tutto è necessario”. “Malinconica opinione” commentò K. “Così della menzogna si fa una norma universale”». È indifferente se le norme che regolano il funzionamento del tribunale siano buone o meno: esse sono norme e in quanto tali vanno rispettate, indipendentemente dalla realtà effettiva in cui si applicano. Ciò che conta per il tribunale, dunque, non è la verità o la bontà di ciò che compie, ma solo compiere ciò per cui è stato creato; fare ciò che le norme che ne regolano il funzionamento comandano necessariamente di fare. 

 

La verità è indifferente, conta solo ciò che è necessario, ossia la Legge: non è importante che l’innocenza o la colpevolezza siano provate o verificate, perché sin da quando il tribunale indice il processo la colpevolezza è presupposta anch’essa come necessaria, e tutto il funzionamento della macchina burocratica si basa su questa menzogna, che funziona da pretesto al tribunale per avviare i suoi procedimenti, e che viene elevata a norma universale da cui discende la sua autorità e il suo potere. Una necessità che può essere portata avanti grazie alla connivenza dei suoi funzionari, i quali, invece di ritenersi responsabili di perpetrare processi e sentenze ingiuste – nessuno impartisce gli ordini ma tutti sono solo esecutori –, obbediscono alle necessità richieste per far funzionare la macchina burocratica, senza porsi altro tipo di problema, perché tale necessità viene percepita come più originaria di ogni verità.

 

L’oppressione alienante del tribunale mostra dunque tutta la sua potenza nel momento in cui, con la forza delle sue leggi, riesce a traghettare i suoi funzionari e i suoi imputati nella sua realtà, creata con la forza delle leggi. In questa realtà parallela avviene una necessaria scissione tra la vita quotidiana dei personaggi e ciò che essi svolgono per conto del tribunale, rendendoli semplici ingranaggi di una macchina che si muove come un automa in base a ciò per cui è stata programmata. Al suo interno, non è possibile individuare né un colpevole, né un responsabile, nascosti dietro l’anonimato delle leggi che regolano l’operare della macchina.

Credere che ciò che si compie perché comandato, perché necessario, sia qualcosa di indipendente da noi e dal nostro assenso, che il modo in cui ci guadagniamo da vivere e in cui partecipiamo, nel bene e nel male, alla società non ci qualifichi come persona è la credenza alla base della spersonalizzazione che il mondo burocratico, finanziario, capitalistico e totalitario ci chiedono, è la premessa di ogni tirannide e la fine dell’umano concretamente inteso.

 

14 gennaio 2022