L'attuale crisi ecologica richiede molto più di una soluzione tecnica; necessita di una ripoliticizzazione del rapporto tra umano e non-umano. Attraverso il dialogo tra la virtù di Machiavelli e l'umiltà di Montaigne, è possibile smascherare gli imbrogli del Capitalocene e riscoprire una parentela necessaria con il mondo animale.
di Andree Scalone
L’imbroglio ecologico e la narrazione del Capitalocene
La genealogia della frattura tra umano e non-umano non può prescindere dall'analisi di quello che Dario Paccino (1972) chiama "l'imbroglio ecologico". Questo inganno risiede nel divulgare e sostenere l'ecologia senza tenere presenti i rapporti sociali di produzione e di forza, trasformandola in un'ideologia che copre sia lo sfruttamento del lavoro sia i processi di messa a profitto della natura. Presentare la crisi come un guasto tecnico significa non guardare alle reali cause della catastrofe ambientale. Si tratta di modelli che il dominio e il capitalismo hanno prescelto in funzione del controllo e del profitto. A questo primo dispositivo si lega l'appello all'"uomo generico": se l'uomo è un'entità astratta e senza volto, la sua pretesa di dominare la natura resta intatta.
« Raramente chi tratta di ecologia nei suoi riflessi sociali, si riferisce a uomini reali, operanti nelle diverse società storiche. Generalmente il riferimento è all’uomo, fratello siamese del biblico peccatore senza volto storico, riconoscibile in ogni tempo e in ogni luogo per il marchio che gli viene dall’originaria ribellione contro dio. […] Che convenga, per le nostre necessità intellettuali, mantenere lo stesso nome di uomo per il cavernicolo e per l’attuale presidente degli Stati Uniti d’America, non c’è dubbio. Non pare però segno di chiarezza scambiare finzione e realtà al punto da non vedere che l’uomo, storicamente indefinito, altro non è che un convenzionale ingrediente di un discorso astratto. » (D. Paccino, L’imbroglio ecologico)
Occorre invece riconoscere che c'è una parte della società massimamente responsabile per il modo in cui ha organizzato l'uso delle risorse.
In questa prospettiva, il concetto di Antropocene rischia di configurarsi come una "storia semplice" e depoliticizzante che non mette in discussione le disuguaglianze naturalizzate. Sostituire questo termine con quello di Capitalocene, proposto da Jason W. Moore, significa politicizzare un concetto che altrimenti rimarrebbe confinato in una neutralità inesistente. Il capitalismo non è meramente un sistema economico esterno alla natura, ma è esso stesso un modo di organizzare la natura. Esso si nutre della "Natura a buon mercato", ovvero di un continuo processo di svalutazione atto all'appropriazione delle risorse più velocemente di quanto la terra possa rigenerarle.

Machiavelli: la Virtù come argine e la lezione del Centauro
Per smontare la pretesa di una tecnica neutrale, è necessaria una ripoliticizzazione del rapporto tra umano e non-umano. Se Paccino voleva riportare «l'ecologia con i piedi sulla terra», Machiavelli ci interessa perché è stato tra i primi a mettere la pratica politica concreta in primo piano. Risulta opportuno recuperare un metodo in cui l'attività politica non sia una mera astrazione, ma un agire conflittuale. Questa forza attiva del non-umano ha per Machiavelli un nome preciso: Fortuna. Parallelamente, la capacità umana di agire è la Virtù, intesa come capacità propria degli esseri umani ad agire con finalità politiche. Nel celebre capitolo XXV de Il Principe, Machiavelli assimila la fortuna a uno di quei "fiumi rovinosi" che allagano le pianure quando si adirano. Tuttavia, gli uomini, quando sono tempi quieti, possono fare «provedimento e con ripari e con argini». In questo senso, il fiume non è una materia inerte e il costruire argini non è mera manutenzione tecnica, ma una forma di negoziazione politica. La virtù che si fa argine non può prescindere dal superamento della separazione tra umano e animale. Saper usare la "bestia" significa fare i conti con la congiuntura, recuperando il momento della forza e della materialità. Machiavelli sostiene la necessità per il politico di farsi "centauro", avendo come precettore Chirone, mezzo uomo e mezzo bestia. Bisogna saper usare l'una e l'altra natura, perché «l'una sanza l'altra non è durabile». Come suggerito da Bruno Latour, non riusciremo mai a ripoliticizzare l'ecologia se non accettiamo di riconoscere l'esistenza di uno stato di guerra — una guerra dei mondi — superando l'illusione di un'ecologia pacifica e tecnica.

Montaigne: decostruire la verticalità antropocentrica
Dalla prassi politica è necessario passare al piano dell'ontologia per smantellare la radice stessa della frattura: la presunzione antropocentrica. Michel de Montaigne, nell'Apologia di Raymond Sebond, decostruisce quella gerarchia che il razionalismo cartesiano formalizzerà successivamente. Se Machiavelli ci suggerisce come usare la bestia, Montaigne ci ricorda che siamo bestia: «La presunzione è la nostra malattia naturale e originaria. L'uomo è la più funesta e fragile di tutte le creature, ma anche la più orgogliosa». Questa fantomatica verticalità non ci permette di entrare realmente in relazione col non-umano, ma ci legittima a guardarlo come merce. Riconoscere l'inconsistenza del nostro primato è un atto di umiltà ontologica: tra uomo e animale non c'è opposizione, ma interazione e continuità. L'animale, lontano dall'essere un oggetto osservato, diventa soggetto osservante. Scrive Montaigne: «Quando gioco con la mia gatta, potrebbe anche essere che sia lei a considerarmi un suo passatempo più di quanto faccia io». Il fatto di non comprendere il linguaggio degli animali non prova la loro inferiorità, ma la nostra limitatezza. Osservando le rondini o il ragno che tesse la tela, possiamo constatare quanto non saremo mai abbastanza capaci di imitarli. Riconoscere questa soggettività del non-umano significa smontare la pretesa di trattare la natura come una materia inerte, infinita e gratuita.
Conclusioni: abitare la frattura e generare parentele
Rileggere Machiavelli e Montaigne nell'era del Capitalocene significa rispondere agli imbrogli dell'ecologia astratta. Il percorso ha mostrato che la crisi non è un guasto tecnico da risolvere con una scienza neutrale. Machiavelli ci è utile per agire nella congiuntura e ricordarci che il rapporto tra Virtù e Fortuna è fatto di tensioni e negoziazione. Montaigne ci ha permesso di abbattere la verticalità antropocentrica: il mondo non-umano è dotato di forza e intelligenza, e non c'è motivo di rivendicare una superiorità di specie.
Abitare la frattura equivale a riconoscere la coesistenza e la parentela con l'alterità non-umana. Come suggerisce Donna Haraway, «nessuna specie agisce da sola, neanche una specie arrogante come la nostra». Generare parentele è un'urgenza del nostro tempo: solo provandoci potremo contribuire ad aumentare il benessere di un'umanità diversificata e delle altre creature, intese come fini e non solo come mezzi.
21 aprile 2026
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