Che cosa accade a una società quando il criterio di legittimazione precede quello di competenza?
È una domanda che non riguarda soltanto la comunicazione, ma il modo stesso in cui oggi si struttura il potere. Non si tratta di un cambiamento superficiale dei linguaggi, ma di una trasformazione più profonda: il passaggio da un sistema in cui la legittimità era il risultato di un processo di formazione, verifica e riconoscimento, a uno in cui la legittimità è sempre più spesso un punto di partenza, non di arrivo. Un tempo la fatica era un dato materiale: si studiava, si lavorava, si costruiva lentamente un’autorità riconosciuta. Oggi la fatica si è spostata su un piano immateriale e, per certi versi, più crudele: non si tratta più di diventare qualcosa, ma di essere accettati. Prima da un sistema di selezione sempre più opaco, poi da una molteplicità di sguardi che non costituiscono più una comunità, ma una massa di reazioni. È una fatica narcisistica e al tempo stesso servile, perché richiede un adattamento continuo a regole che non sono mai esplicite, ma sempre operanti. Il riconoscimento non passa più attraverso istituzioni che filtrano e stabilizzano, ma attraverso dispositivi che selezionano in base all’intensità della visibilità. E qui si produce il primo scarto decisivo: la competenza non è più il fondamento della visibilità, ma una sua eventuale conseguenza. Si esiste perché si è visibili, non si è visibili perché si esiste. Non esibirò qui una mia presunta superiorità morale, né una competenza astratta. Mi limiterò a dire questo: mi è capitato più volte di osservare – da vicino, e non per sentito dire – giovani perfettamente capaci, perfettamente formati, costretti a reinventarsi come immagini prima ancora che come persone. E mi è bastato questo per capire che non siamo davanti a una degenerazione individuale, ma a un meccanismo. Non è la capacità che produce la visibilità: è la visibilità che decide retroattivamente che cosa debba valere come capacità. É un’inversione che altera progressivamente (quasi) ogni ambito lavorativo. Non si diventa più una funzione sociale attraverso un processo lineare di formazione, ma si costruisce prima una figura esposta, e solo successivamente si tenta di darle contenuto e legittimità. Il ruolo non precede più la sua rappresentazione: ne è spesso un derivato tardivo.
In questo quadro si colloca la trasformazione più ampia del nostro ecosistema simbolico, governato sempre più da logiche algoritmiche. L’algoritmo non giudica: seleziona. E poi, selezionando, impone un’estetica, un ritmo, una forma del pensiero.
Si dirà che ogni forma di selezione è sempre esistita. Ed è vero. Ma mi si mostri un’altra epoca in cui il criterio di selezione sia stato così radicalmente separato da ogni contenuto. Qui non siamo davanti a un filtro che discrimina tra qualità diverse: siamo davanti a un dispositivo che prescinde dalla qualità. E se qualcuno sostiene il contrario, produca un solo esempio in cui la complessità, in quanto tale, sia premiata dal meccanismo che oggi governa la visibilità.
Ciò che non è immediatamente traducibile in interazione tende a scomparire non perché venga esplicitamente escluso, ma perché non rientra nei parametri della visibilità.
In questo scenario emergono nuove figure ibride, che rendono visibile la trasformazione in atto senza esaurirla. Tra queste, la sovrapposizione tra ruoli diversi – comunicativi, educativi, politici – non è la causa del fenomeno, ma uno dei suoi effetti più riconoscibili. È il segno di una progressiva convergenza tra sfera pubblica e logiche dell’intrattenimento, in cui ogni funzione tende a essere riorganizzata secondo il principio della visibilità. Il problema non è dunque la comparsa di singoli soggetti o categorie ibride, ma la struttura che rende possibile e persino inevitabile questa ibridazione: una struttura in cui la legittimazione precede la competenza, e in cui la rappresentazione tende a sostituire progressivamente la realtà che dovrebbe rappresentare.
La figura dell’influencer-politico è, in questo senso, paradigmatica. Non è un politico che utilizza nuovi mezzi, ma un soggetto che nasce dentro la logica della visibilità e la trasporta integralmente nella sfera pubblica. Il consenso non è più il risultato di una mediazione complessa tra interessi, idee e responsabilità, ma l’effetto immediato di una performance. La politica diventa così una funzione derivata dell’intrattenimento. Il punto più critico non è la superficialità – che pure è evidente – ma la mutazione del criterio di verità. In un ecosistema governato dall’algoritmo, non è vero ciò che corrisponde alla realtà, ma ciò che genera interazione. Non è giusto ciò che regge a un’analisi, ma ciò che funziona nel tempo breve della visibilità. Questo spostamento produce una forma di deresponsabilizzazione radicale: se il valore è determinato dalla reazione, allora nessuno è più responsabile del contenuto, ma soltanto della sua efficacia. È qui che emerge il pericolo sistemico. Una società che delega all’algoritmo la selezione delle sue voci pubbliche accetta implicitamente che la complessità venga espulsa. L’algoritmo non può tollerarla, ha bisogno di semplificazione, polarizzazione, ripetizione. E ciò che non rientra in queste categorie semplicemente scompare. Non viene censurato: non esiste. In questo quadro, il contagio è inevitabile. Ogni ambito lavorativo subisce una torsione: prima si costruisce una presenza, poi si tenta di legittimarla. L’essere precede il fare, ma è un essere puramente esposto, privo di radicamento. Si lavora per mantenere la propria visibilità più che per produrre qualcosa di reale. È una forma di alienazione nuova, perché non si fonda sull’estraniazione dal proprio lavoro, ma sulla coincidenza totale con la propria immagine. È per questo che trovo intollerabile – e non semplicemente discutibile – vedere professori che si trasformano in influencer, e influencer che si preparano a diventare politici. Non è una contaminazione: è una resa. E ci vuol poco a trarne una deduzione. Quando una funzione educativa o politica accetta di essere riorganizzata secondo i criteri dell’intrattenimento, non si limita a cambiare forma: cambia natura. Non educa più, non governa più. Intrattiene. E ciò che intrattiene non può, per definizione, entrare in conflitto con chi lo consuma.
Il professore, nel momento in cui accetta di entrare nella logica della visibilità, tradisce la natura stessa del suo compito. Perché insegnare significa introdurre alla complessità, e la complessità non è visibile, non è immediata, non è premiata. Richiede silenzio, lentezza, perfino rifiuto. Un professore che cerca consenso non sta più insegnando: sta adattando il sapere a una domanda che, per definizione, dovrebbe essere messa in crisi. Eppure oggi questo adattamento viene esibito come virtù. Si chiama “divulgazione”, ma troppo spesso è una semplificazione che non apre, chiude. Non ho nulla contro la divulgazione in quanto tale. Ma mi si mostri dove finisce la divulgazione e dove comincia l’adattamento servile. Perché nel momento in cui un contenuto è progettato in funzione della sua accettabilità immediata, esso ha già rinunciato alla sua funzione critica. E ciò che non critica, conferma.
Ancora più grave è il caso di chi, nato dentro la logica dell’influencerismo, aspira a governare. Perché qui non si tratta di usare strumenti nuovi, ma di portare dentro la politica una forma mentale che è incompatibile con essa. L’influencer non risponde delle conseguenze: risponde delle reazioni. Il politico, al contrario, dovrebbe rispondere delle conseguenze anche quando sono impopolari, anche quando non producono consenso immediato.
Quando queste due figure coincidono, non nasce un politico più moderno. Nasce qualcosa di diverso: un soggetto che non può permettersi di dire ciò che è necessario, ma solo ciò che funziona. E questo non è un difetto individuale. È una mutazione del ruolo.
Si dirà che è inevitabile, che i tempi cambiano, che bisogna “stare dove stanno gli altri”. Ma è esattamente questo il punto: ci sono luoghi in cui non si deve stare. Ci sono logiche che devono restare esterne, se non si vuole che tutto venga ridotto alla stessa misura.
Un professore non deve essere popolare. Un politico non deve essere amato (detto in poche e semplici parole). Si potrebbe obiettare che si tratta di strumenti, e che gli strumenti sono neutrali. Ma questa è un’illusione. Ogni strumento porta con sé una forma del mondo, e l’algoritmo impone una temporalità – immediata, accelerata, compulsiva – che è incompatibile con la profondità del pensiero e con la responsabilità politica. Se vogliamo essere un paese serio, la questione non è morale, ma strutturale. Non si tratta di condannare gli individui, ma di riconoscere il dispositivo. Stabilire che esistono ambiti in cui la legittimazione non può derivare dalla visibilità. Che la competenza deve tornare a precedere l’esposizione. Che non tutto può essere tradotto in consenso immediato senza perdere significato. Altrimenti, continueremo a produrre una classe dirigente che sa perfettamente come apparire, ma ha smarrito le condizioni stesse del pensare. E quando il pensiero viene sostituito dalla sua rappresentazione, ciò che resta non è una società più libera, ma una società più docile, perché incapace di distinguere tra ciò che è reale e ciò che semplicemente appare. Non c’è nulla di più ingenuo che pensare di poter abitare questo sistema senza esserne trasformati. La trasformazione è già avvenuta, ed è avvenuta nel punto più vulnerabile: nel desiderio. Ci hanno insegnato a desiderare di essere guardati, e noi abbiamo chiamato questo libertà. Ma è una libertà che coincide perfettamente con la nostra obbedienza. Non c’è più bisogno di censura, quando ciascuno si offre spontaneamente al giudizio, quando ciascuno modella se stesso secondo un codice che non ha scritto e che tuttavia difende. Questa è la nuova forma del potere: non vi dice cosa pensare, ci insegna cosa desiderare di essere. E noi desideriamo esattamente ciò che ci rende intercambiabili. Non è una questione di corruzione della politica – che è sempre stata corruttibile – ma di scomparsa del politico. Perché dove tutto deve essere immediatamente comprensibile, immediatamente reagibile, immediatamente condivisibile, non c’è più spazio per ciò che è impopolare, complesso, irriducibile. E dunque non c’è più spazio per la verità.
Forse mi darete del passatista, di uno che non sta al passo con il tempo, e già vi sento pronunciare questa parola come un’accusa sufficiente a liquidare ogni obiezione. Mi direte che il mondo è cambiato, che i linguaggi evolvono, che rifiutare l’algoritmo equivale a rifiutare la realtà. E forse aggiungerete, con una punta di compatimento, che è sempre stato così: ogni generazione rimpiange la precedente e teme quella che viene. A questo punto, se volessi difendermi, potrei farlo sul vostro stesso terreno. Potrei dirvi che conosco questi strumenti, che so come funzionano, che potrei usarli anch’io, se lo volessi. Potrei dimostrarvi che non è ignoranza la mia, ma scelta. Ma sarebbe un errore. Perché accettare questo piano significherebbe già aver perso. Non è vero che ogni mutamento è progresso. Non è vero che ogni adattamento è necessario. Non è vero, soprattutto, che la storia sia un tribunale che assolve automaticamente ciò che viene dopo. Questa è la vostra fede, non la mia. Voi chiamate “passato” tutto ciò che resiste alla vostra misura del presente. Ma ciò che chiamate passato è, spesso, l’unico luogo in cui certe parole conservano ancora un senso. Responsabilità, verità, autorità: termini che oggi sopravvivono come gusci vuoti, perché sono stati esposti a una luce troppo forte, troppo continua, che li ha consumati.
Io non rimpiango un’epoca. Non difendo una nostalgia. Constato una perdita. E la perdita non riguarda gli strumenti, ma l’uomo che li usa. Abbiamo accettato – senza quasi accorgercene – che il valore di ciò che facciamo coincida con la sua visibilità. Abbiamo interiorizzato un criterio che non abbiamo scelto, e ora lo difendiamo come se fosse naturale. Ma naturale non è: è imposto, anche quando si presenta come libertà. Mi direte che è elitismo, che è paura, che è incapacità di stare nel proprio tempo. Ma è esattamente il contrario. È il rifiuto di chiamare “tempo” ciò che è soltanto accelerazione. È il rifiuto di chiamare “libertà” ciò che è soltanto esposizione. Non tutto deve essere condiviso. Non tutto deve essere mostrato. Non tutto deve essere tradotto in consenso. E soprattutto: non tutto deve essere accettato solo perché esiste.
Se questo significa essere fuori tempo, allora è il tempo che va interrogato, non chi lo rifiuta. Perché un’epoca non si giudica dalla sua capacità di imporsi, ma dalla sua capacità di essere messa in discussione. E se oggi questa discussione appare impossibile, non è perché manchino le voci, ma perché manca lo spazio in cui possano esistere senza essere immediatamente trasformate in spettacolo. Chiamatelo passatismo, se volete. Le parole non cambiano la sostanza delle cose.
Ma ricordate: ogni volta che una società deride chi non si adatta, sta già preparando il terreno per qualcosa che non potrà più nemmeno essere deriso — perché non sarà più riconoscibile. Ci accorgeremo di questo non quando vedremo il falso trionfare – perché quello lo vediamo già – ma quando il vero ci sembrerà semplicemente inaccettabile. Allora capiremo che non ci è stato tolto il diritto di parola: ci è stata tolta la possibilità stessa di pensare qualcosa che non sia già previsto. E a quel punto sarà troppo tardi per opporsi. Perché il potere che abbiamo di fronte non è esterno a noi: coincide con noi. E non si può disobbedire a ciò che si è diventati.
23 giugno 2026
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