Quanto di ciò che sentiamo, desideriamo o crediamo nostro appartiene realmente a noi?
Questa domanda apre uno spazio nel quale il counseling filosofico invita a sostare, ampliando il nostro sguardo verso luoghi inesplorati; è proprio lì che le riflessioni di Pascal ci accompagnano nell’esplorazione di noi stessi e dei rapporti che costruiamo con gli altri.
di Benedetta Norelli
Abitare la fragilità
Nei Pensieri, Pascal conduce un’indagine ancora aperta: chi siamo, perché fuggiamo da noi stessi, come reagiamo dinanzi al limite. In una stagione di grandi trasformazioni culturali e religiose, il filosofo francese esplora la condizione umana e il difficile equilibrio tra fede, ragione e ricerca di senso, esponendo dubbi e tormenti che tuttora risuonano nel lettore contemporaneo.
Interrogandosi sull’essenza dell’essere umano, Pascal descrive l’uomo sospeso tra i due abissi della grandezza e della miseria: è «un nulla a confronto dell’infinito, un tutto a confronto del nulla, una via di mezzo tra il nulla e il tutto». Questa condizione di sospensione, di una sorta di equilibrio precario, caratterizza le nostre vite; per questo, scrive il filosofo, è inutile cercare sicurezza e stabilità.
Sospinti come siamo da un estremo all’altro, in balia delle onde, non appena crediamo di aver trovato una base sicura su cui costruire una torre, una voragine si apre nella terra e le fondamenta si sgretolano sotto i nostri piedi.
Giungere alla consapevolezza che «nulla si ferma per noi» significa riconoscere i nostri limiti, vederci come creature al contempo grandi e fragili. La ''grandezza'' dell’uomo, che consiste, secondo Pascal, nella capacità di pensare, è sempre accompagnata da una profonda vulnerabilità, evidenziata dalla sua finitezza e dalla consapevolezza della morte.
« L’uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma una canna che pensa. (...) Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe sempre più nobile di quel che lo uccide, perché sa di morire ed è conscio della superiorità che l’universo ha su di lui; l’universo non ne sa nulla. »
Riflettere criticamente su se stessi vuol dire esaminare le credenze e i valori che muovono e motivano pensieri e azioni. In questo senso, l’introspezione funge da antidoto all’autoinganno e all’ignoranza, e la conoscenza di sé un esercizio imprescindibile per attribuire un significato e dare una direzione autentica al proprio percorso di vita. Bisogna conoscere se stessi: anche se questo non servisse a trovare la verità, almeno servirà a regolare la propria vita, e non vi è niente di più giusto.
La riflessione pascaliana richiama il concetto, caro all’ambito del counseling filosofico, di “visione del mondo”. Il counselor filosofico accompagna il suo ospite nella revisione di valori e convinzioni, e nella risignificazione della propria vita. Spesso i disagi vissuti da chi cerca aiuto derivano da concezioni alterate di se stessi, del contesto o delle ragioni di altri soggetti coinvolti.
Nel frammento intitolato ''Amor proprio'', Pascal si domanda come l’uomo, che non abbia scoperto e accolto la propria finitezza, possa riuscire ad amare se stesso, un oggetto pieno di difetti e di miserie. Un simile uomo, infatti, convinto che soltanto la perfezione sia degna di amore, si adopererà per negare la verità, nascondendo i propri difetti sia agli altri che a se stesso.
Accettare l’imperfezione come tratto universale è il punto di partenza verso la costruzione di una vita significativa. Smettere di ignorare le nostre debolezze rompe il rapporto di inganno instauratosi fra noi e noi stessi, fra noi e gli altri, liberandoci da quella ricerca insensata di perfezione che rende irrealizzabili lo sviluppo e la crescita dell’amor proprio.
La fuga da sé
Tutta l’infelicità (naturalmente in funzione di questo nostro discorso) degli uomini proviene da una cosa sola: dal non sapersene stare tranquilli in una camera.
Nascondersi nelle distrazioni ci allontana dall’istinto e consolida l’abitudine, che è una sorta di seconda natura. Spesso, però, l’abitudine contrasta la natura, e così ci ritroviamo a scegliere una professione che ci renderà insoddisfatti piuttosto che un’altra più in linea con le nostre corde, perché sin dall’infanzia abbiamo sentito lodare la prima e disprezzare la seconda.
Scelte di questo tipo, segnate dal carattere dell’inautenticità, talvolta sono all’origine del malessere del consultante (colui che si rivolge al counselor), che è, a seconda dei casi, più o meno consapevole del conflitto in essere fra il proprio istinto interiore e le opinioni esterne.
Tentiamo di distrarci attraverso sostanze eccitanti o anestetizzanti, relazioni fugaci e reificate, acquisti dettati dalla noia e dalla brama di avere, viaggi compulsivamente documentati e condivisi, giornate strozzate da impegni sociali e lavorativi. Tutto ciò non è di per sé un male; il pericolo è credere che il possesso di quelle cose, il raggiungimento di quel numero di likes, o la conquista di quella posizione lavorativa possano bastare a sentirci realizzati, evitandoci la fatica di volgere di tanto in tanto lo sguardo verso l’interno.
Le emozioni, la materia prima con cui lavora il counselor filosofico, hanno almeno in parte un’origine sociale, dal momento che implicano una buona dose di apprendimento, che avviene per l’appunto all’interno della società. Le società trasmettono alle persone per cosa valga la pena arrabbiarsi, rattristarsi, provare timore, rallegrarsi; insegnano inoltre come esprimere le varie emozioni, quali siano i modi più appropriati; veicolano idee su come considerare la propria paura, la propria ira, il proprio dolore.
Al contempo, le cause che provocano la nascita di un’emozione si originano a livello sociale:
« un antico romano si adirerà con il proprio ospite se questi lo farà accomodare a tavola in un posto poco onorevole (...) È probabile invece che un americano di oggi non faccia molto caso al posto che gli viene riservato a tavola »
Se scopro che l’offesa che reputo grave in realtà è lieve, la mia ira automaticamente si placa.
Quando il consultante è sopraffatto da un’emozione, interrogarla, andando alla ricerca della sua origine sociale e portando alla luce l’eventuale conflitto in essere fra le credenze inculcate dall’esterno e il sentire vero del soggetto, può sciogliere in maniera sorprendentemente semplice il blocco che il consultante sta vivendo, conducendolo alla scoperta di desideri e bisogni vivi in lui, ma fino a quel momento rimasti senza voce.
Le circostanze in cui ci troviamo, le differenze di religione, di razza, di genere, di identità sessuale, di classe e di origine, non solo influenzano le nostre possibilità di azione, ma orientano anche la nostra interiorità, i pensieri, i desideri, gli obiettivi, le paure, il modo in cui ci rapportiamo con il mondo.
Una seduta di counseling filosofico costringe il consultante a fermare il trambusto della vita quotidiana, riscoprendo il riposo tanto accuratamente evitato fino a quel momento, all’interno di un luogo tranquillo e protetto, in compagnia di un altro simile a sé. È come se il counselor sia chiamato a intervenire laddove il singolo, perso nella ricerca incessante del rumore e del movimento, non è più in grado, da solo, di ritrovarsi. Il professionista, lungi dal fornire soluzioni o consigli affrettati, si fa specchio del suo ospite, aiutandolo così a conoscersi di nuovo, o per la prima volta, autenticamente.
La distrazione, scrive Pascal, ci fa giungere alla morte insensibilmente; impegnati costantemente nel ricordo del passato o nell’anticipazione del futuro, non poniamo mai il presente come nostro fine, il passato e il presente non sono altro che dei mezzi per raggiungere l’unico fine che è il futuro. Così facendo, «non viviamo mai, ma speriamo di vivere; e, disponendoci sempre a essere felici, è inevitabile che non lo siamo mai».
Il filosofo francese si sofferma sull’importanza che siamo soliti concedere al “parere”: siamo più concentrati sulla vita immaginaria che viviamo nell’idea degli altri, che su quella vera. Se possediamo tranquillità, generosità o coraggio, ci preoccupiamo di farlo sapere agli altri; siamo talmente impegnati ad abbellire il nostro essere immaginario che talvolta scambiamo quello per il vero. Riflessioni che, rilette oggi, nell’epoca dei social media, risuonano sorprendentemente attuali.
Questa condizione, anch’essa, concorre all’emersione di quel senso di inadeguatezza che spesso conduce le persone a rivolgersi a un counselor filosofico. Il colloquio, nel caso specifico, servirà allora a ristrutturare il sé autentico e a ripristinare una distinzione fra il sé reale, corrispondente all’interiorità del cliente, e il sé artificioso, costruito per gli occhi esterni.
12 luglio 2026
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