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Essere gentili con Bergson

 

Cosa resta della gentilezza nella nostra epoca? Oltre le apparenze, sembra che un’ostilità diffusa stia erodendo i fondamenti del vivere civile. La breve conferenza ''La politesse'' del filosofo francese Henri Bergson ci offre una bussola preziosa per riscoprire il significato e il valore di questa virtù essenziale.

 

Premessa

 

Viviamo in una società segnata dalla dismisura, in cui la hybris si manifesta tanto nei difetti quanto negli eccessi. L’arroganza è divenuta un habitus quotidiano: prevaricazione, bisogno di essere sempre al centro, parole ostili, incapacità di ascoltare e di rispettare l’altro. Sono gesti ormai consueti, così radicati da passare inosservati, ma che lentamente corrodono una virtù essenziale alla convivenza civile: la gentilezza. Eh sì, la nostra è un’epoca segnata soprattutto dalla mancanza di gentilezza. Ma cos’è davvero la gentilezza? Cosa significa essere gentili?

 

Quando ci si confronta con parole di uso comune, è necessario evitare le trappole della retorica. È facile scivolare nel qualunquismo, ripetere l’ormai consunta esortazione al rispetto delle buone maniere, oppure abbandonarsi al rimpianto dei “bei tempi andati”. Per sottrarsi a questo tipo di semplificazioni, esamineremo un breve scritto di Henri Bergson (1859-1941), in cui si propone una disamina chiara e penetrante del concetto di gentilezza.

 

A voler essere rigorosi, è corretto affermare che Bergson procede alla concettualizzazione della gentilezza, elevando un termine comune a categoria filosofica. Tale precisazione riveste particolare importanza. Si può infatti disquisire a lungo sulla gentilezza, o su temi quali l’amore o l’amicizia, senza necessariamente conferire alla riflessione un carattere propriamente filosofico. La soglia del filosofare si raggiunge nel momento in cui si intraprende un processo di concettualizzazione, vale a dire quando si tenta di rappresentare fenomeni complessi attraverso discorsi coerenti e condivisibili. Esprimere semplici opinioni o ricorrere a esempi concreti di comportamenti gentili non equivale a fare filosofia. Quest’ultima prende avvio, invece, dalla formulazione della domanda fondamentale: “Che cos’è X?”, nel nostro caso, “che cos’è la gentilezza?”. In un certo senso, ogni operazione filosofica può essere considerata una forma di illuminismo, poiché mira a dissipare le tenebre dei pregiudizi e delle opinioni prive di fondamento.

 

D’altra parte, l’opera di concettualizzazione non è né astratta, né statica, né definitiva. Non è astratta: l’arte definitoria parte dall’esperienza e vi ritorna. Una definizione formalmente valida della gentilezza che non permetta di qualificare come gentile una determinata azione non è filosoficamente rilevante. Filosofare, al contrario di come spesso si crede, non è divagare, ragionare su questioni lontane dalla realtà. Si dipinge spesso il filosofo come un sognatore che si arrovella su problemi inutili. Certo, questa rappresentazione è oggi in parte passata di moda con i filosofi influencer e i divulgatori di filosofia che pullulano sui social. La filosofia si fa smart, entra nel mondo dello spettacolo. Eppure, anche nella saggezza in pillole, confezionata in reel simpatici e accattivanti, si perde il senso più profondo del filosofare. Se concettualizzare rappresenta un’operazione originaria del pensiero filosofico – e se essa si radica nell’esperienza e vuole chiarirla – è evidente che darsi del tempo è cruciale. Concettualizzare richiede sforzo, lentezza, calma, ascolto. Esattamente quello che manca nei social dove regna il rumore, la velocità, la frenesia e la leggerezza. 

 

Riprendiamo le caratteristiche intrinseche della concettualizzazione filosofica. Si è detto come, in filosofia, il concetto non sia una mera definizione astratta, bensì uno strumento volto a comprendere la realtà. Indagare questioni come la gentilezza, la giustizia, l’amicizia o l’amore significa non solo pensare, ma anche vivere meglio, trasformare la propria esistenza.

 

Se prima ci si accontentava delle opinioni comuni, adesso si seguono i propri concetti, delle cartine di senso che permettono di orientarsi nell’esistenza. Tuttavia, i concetti non sono equazioni matematiche che restano identiche a se stesse. La realtà è troppo complessa per essere imbrigliata dai nostri discorsi. È naturale imbattersi in esperienze che mettono in dubbio i punti di riferimento faticosamente acquisiti. Per restare nell’immagine della mappa, bisogna immaginare il filosofo come un esploratore di territori sconosciuti. Dopo anni di studi e di attraversamenti, è riuscito a tracciare la mappa di una zona per lui vitale. Pensa che non ci sia altro da indagare, ma all’improvviso scopre dei luoghi nuovi, che fanno vacillare (in parte o totalmente) le precedenti acquisizioni. 

 

Fuor di metafora, il filosofo costruisce concetti, ma l’esperienza non è sempre destinata ad accordarsi a essi. Anzi può capitare che eventi drammatici mettano radicalmente in discussione i concetti e che sia necessario ripensarli da cima a fondo. Più di frequente accade che occorra semplicemente modificarli, raffinare quanto già compreso. In ogni caso, chi filosofa non dorme sugli allori; sa che concettualizzare significa accettare il rischio di essere smentiti, di essere contraddetti. Solo chi è forte dei propri pregiudizi non ha dubbi e non si lascia contraddire. Irretito dalla sua saccenza, rifiuta il confronto e il dialogo, non interrogando l’esperienza

 

Insomma, il filosofare è tutt’altro che un’attività astratta, riservata a professori universitari o specialisti. Si inizia a filosofare appena si decide di non accontentarsi delle opinioni. Per dirla in modo ancora più semplice, filosofiamo quando scegliamo di pensare seriamente con la nostra testa.

 

Esercizio 

 

Rifletti su queste domande: 

 

1) Quando pensi alla “mancanza di gentilezza” nella società attuale, quali immagini o esperienze ti vengono in mente per prime?

 

2) Quali “territori sconosciuti” della tua vita o del tuo pensiero senti il bisogno di esplorare con maggiore lentezza e profondità?

 

3) Quando è stata l'ultima volta che un’esperienza ha “messo in dubbio” o “fatto vacillare” un tuo concetto o una tua convinzione radicata? Come hai reagito?

 

La gentilezza delle maniere

 

V. Van Gogh, Il buon samaritano, 1890
V. Van Gogh, Il buon samaritano, 1890

 

Veniamo subito al punto; entriamo nel cuore della questione. La domanda che siamo chiamati ad affrontare è la seguente: «che cos’è la gentilezza?» La risposta dovrà essere concreta, fondata sull’esperienza, utile alla nostra esistenza e, soprattutto, perfettibile – mai definitiva.

 

Da dove cominciare? Come annunciato, ti propongo di partire dalle riflessioni di Bergson, uno dei più grandi filosofi del Novecento.

 

In una breve conferenza rivolta a studenti liceali il pensatore individua tre forme di gentilezza che si intrecciano in un crescendo. Preciso che il termine utilizzato da Bergson è ''politesse'', una parola che copre uno spettro semantico molto ampio che va dalle buone maniere o buona educazione fino al rispetto degli altri. Nella sua disamina Bergson ne riscrive il significato, delineando una vera e propria filosofia della gentilezza come stile di vita. Bergson prende le mosse dal senso comune:

 

« Alcuni immaginano che la ''politesse'' consista nel saper salutare, entrare, uscire, sistemarsi, e nell’osservare, in ogni circostanza, i precetti enumerati con tanta condiscendenza nei codici di buone maniere » (H. Bergson, La politesse)

 

A un livello superficiale, la gentilezza consiste nell’essere educati. Ad esempio, è gentile una persona che cede il proprio posto sull’autobus a una donna anziana o che a tavola mangia con compostezza. «La condiscendenza nei codici delle buone maniere» sembra un prerequisito della gentilezza. Siamo di fronte a una prima caratterizzazione che non è però di grande aiuto. Il rispetto dei codici di comportamento è una condizione necessaria e sufficiente per essere definiti ''gentili''? Di sicuro non è una condizione sufficiente. Quante persone nella vita abbiamo incontrato che dietro le loro cerimonie celavano cattive intenzioni? 

 

Probabilmente non è neanche una condizione necessaria, visto che a volte un individuo burbero, poco educato, può rivelarsi ''gentile'' quando meno ce lo aspettiamo. Dobbiamo ancora capire in che senso usiamo il termine ''gentile'', ma credo di dare voce a intuizioni condivise. Nel lavorare alla costruzione di un concetto, non si deve dimenticare che si oscilla costantemente dalla dimensione logico-razionale all’esperienza, dalla comprensione alla precomprensione

 

Anche per Bergson la gentilezza non è riducibile al rispetto delle buone maniere. Tuttavia, l’aver cominciato dal senso comune non è stato un buco nell’acqua, perché il filosofo capovolge la prospettiva più diffusa pervenendo a una prima definizione di gentilezza – questa volta significativa: 

 

 « Nel fondo dell’autentica politesse troverete un sentimento, che è l’amore per l’uguaglianza. Ma ci sono molte maniere di amare l’uguaglianza e di comprenderla. La peggiore di tutte consiste nel non tenere affatto conto della superiorità di talento o di valore morale. È una forma di ingiustizia, generata dalla gelosia, dall’invidia, o da un incosciente desiderio di dominio. L’uguaglianza che la giustizia reclama è un’uguaglianza di rapporto, e di conseguenza una proporzione, tra il merito e la ricompensa. Chiamiamo educazione di modi, se volete, una certa arte di testimoniare a qualcuno, con l’atteggiamento e con le parole, la stima e la considerazione alle quali ha diritto » (Ivi). 

 

L’autentica gentilezza non si limita a un rispetto formale degli altri. Non si tratta di adeguarsi ai codici di comportamento della società. È qualcosa di più profondo: «l’amore per l’uguaglianza». Bergson aggiunge subito una precisazione. L’autentico amore dell’uguaglianza non consiste nel ritenere tutti uguali, ma nel dare a tutti il rispetto che meritano in base alla superiorità di talento o di valore morale. Lungi dall’identificarsi con un accordo superficiale ai costumi che regolano la convivenza civile, la vera gentilezza è un essere in ascolto dell’altro come soggetto morale. Si rispetta e dunque si è gentili con chi è degno di politesse

 

Le considerazioni di Bergson evocano un importante passaggio della Critica della ragion pratica di Kant: 

 

« Il rispetto si riferisce sempre soltanto alle persone, non mai alle cose. Le cose possono far nascere in noi la propensione; e, se sono animali (per es. cavalli, cani ecc.), perfino l’amore; o anche la paura, come il mare, un vulcano, una bestia feroce; ma non mai il rispetto […] Un uomo può essere per me un oggetto d’amore, di paura, o d’ammirazione fino allo stupore, e, con tutto questo, può non essere un oggetto di rispetto […] Fontenelle dice: “A un gran signore io m’inchino, ma il mio spirito non s’inchina”. Io posso aggiungere: a un uomo di umile condizione e del popolo, nel quale io vedo una integrità di carattere in un certo grado che non sento in me stesso, il mio spirito s’inchina, ch’io voglia o no, e per quanto io vada con la testa alta per non lasciargli dimenticare la mia superiorità » (I. Kant, Critica della ragion pratica).

 

Il concetto espresso da Kant non è molto lontano da quanto sta sostenendo Bergson. Il rispetto è indirizzato all’integrità morale. Di fronte a un gran signore, dice Fontenelle, seguo le buone maniere e mi inchino; esibisco una gentilezza superficiale. Il mio spirito invece non si inchina, a meno che questa persona non lo meriti. Viceversa, aggiunge Kant – andando nella stessa direzione di Fontenelle – di fronte a un uomo umile ma di specchiata integrità morale posso mostrarmi superiore, mentre il mio spirito si inchina. Nella prima forma di autentica gentilezza, l’aspetto morale non è l’unico a essere preso in considerazione da Bergson. Il filosofo francese parla anche della “superiorità di talento”. La gentilezza come “amore per l’uguaglianza” riconosce chi merita di più: più stima, più considerazione. Il valore morale non esaurisce quindi la richiesta di gentilezza: bisogna affiancare le attitudini che rendono una persona degna di sincera politesse

 

Pensiamo ad esempio a un giovane che manifesta un grande talento pittorico. Questa sua superiorità richiede da parte di educatori e familiari una particolare gentilezza, ossia premura e attenzione. Occorre prestare la massima cura affinché il fiore del talento sbocci pienamente. Non è un caso allora che Bergson – sia in riferimento alla superiorità morale che alla superiorità di talento – parli di un amore per l’uguaglianza intesa come uguaglianza di rapporto, associando la gentilezza a una forma di giustizia. La vera giustizia non è dare a tutti lo stesso, ma distribuire in base al merito; la vera giustizia non è uguaglianza, ma equità. D’altronde sarebbe un errore far coincidere l’autentica gentilezza con la giustizia. Se la seconda si oggettiva in azioni, leggi, istituzioni, la prima resta sul piano della ''disposizione'', dell’attitudine. 

 

Bergson ritorna infatti sui modi della persona gentile. Richiamo l’ultimo passaggio:

 

« Chiamiamo educazione di modi, se volete, una certa arte di testimoniare a qualcuno, con l’atteggiamento e con le parole, la stima e la considerazione alle quali ha diritto ».

 

La gentilezza testimonia l’amore per l’uguaglianza, la giustizia lo attua. In quanto disposizione, attitudine, atteggiamento, la gentilezza è qualificata da Bergson come un’arte, perché non esiste una regola, una misura che definisca una volta per tutte come testimoniare l’uguaglianza. L’educazione dei modi va adattata alle persone a cui ci si relaziona. È interessante come la posizione di Bergson sia in parte diversa da Fontenelle e da Kant: il rispetto non va solo provato, ma anche dimostrato, assumendo un comportamento “giusto”, consono all’amore per l’uguaglianza che si testimonia. 

 

Esercizi 

 

a) Rifletti su queste domande: 

 

1) Bergson distingue tra una gentilezza superficiale (le buone maniere) e una gentilezza autentica, radicata nell’amore per l’uguaglianza. Riesci a pensare a situazioni nella tua vita in cui hai sperimentato o osservato queste due diverse forme di gentilezza? Quali erano le differenze percepibili?

 

2) Sia Bergson che Kant sottolineano l’importanza di riconoscere l’integrità morale e il talento di una persona. Quanto peso dà oggi la nostra società al valore morale dell’individuo? Pensi che la nostra società premi il talento?

 

 b) Leggi con attenzione questo brano di M. J. Sandel:   

 

« Per quanto sia d’ispirazione, il principio del merito può prendere una piega tirannica non soltanto quando le società non riescono a rispettarlo, ma anche – anzi, soprattutto – quando lo rispettano. Il lato oscuro dell’ideale meritocratico è racchiuso nella sua promessa più seducente: la promessa di essere padroni di se stessi e di farsi da sé. Questa promessa porta con sé un fardello difficile da sopportare. L’ideale meritocratico attribuisce un grande peso all’idea di responsabilità individuale. Ritenere le persone responsabili per ciò che fanno è una buona cosa fino a un certo punto. Rispetta la loro capacità di pensare e di agire per se stesse, come agenti morali e come cittadini. Ma una cosa è ritenere le persone responsabili dell’agire moralmente, un’altra è postulare che noi – ciascuno di noi – siamo totalmente responsabili della nostra sorte in vita » (M. J. Sandel, La tirannia del merito).

 

Il testo sottolinea come la meritocrazia attribuisca un “grande peso all’idea di responsabilità individuale”, arrivando a postulare che siamo “totalmente responsabili della nostra sorte in vita”. Qual è il confine tra una sana attribuzione di responsabilità individuale, che rispetta la capacità di agire e di pensare, e una pressione eccessiva che può diventare un “fardello difficile da sopportare”? In quali situazioni ritieni che la società o la cultura dominante tendano a superare questo confine, imponendo un’idea di responsabilità che ignora fattori esterni o condizioni di partenza?

 

La gentilezza dello spirito 

 

F. Overbeck, Italia e Germania, 1811-1828
F. Overbeck, Italia e Germania, 1811-1828

 

La dimensione interiore della gentilezza come atteggiamento, disposizione è approfondita con le due forme successive di politesse. La seconda è la gentilezza dello spirito: 

 

« In questo consiste la politesse dello spirito, che non è altro […] se non una specie di elasticità [souplesse] intellettuale. Il perfetto uomo di mondo sa parlare a ciascuno di ciò che gli interessa; entra nei punti di vista altrui senza farli sempre suoi; comprende tutto senza per questo scusare tutto. Ciò che ci piace di lui è la facilità con cui circola tra i sentimenti e le idee; è forse anche l’arte che possiede, quando ci parla, di lasciarci credere che non sarebbe il medesimo con tutti; perché la caratteristica di questo uomo così ben educato è quella di preferire ciascuno dei suoi amici agli altri e di riuscire così ad amarli tutti in egual misura. Eppure, un giudice troppo severo potrebbe mettere in dubbio la sua sincerità e la sua franchezza. Ma non ingannatevi; ci sarà sempre tra questa politesse raffinata e l’ipocrisia ossequiosa la stessa distanza che c’è tra il desiderio di servire le persone e l’arte di servirsi di loro » (H. Bergson, La politesse).

 

La gentilezza dello spirito risiede nella capacità di mettersi in ascolto dell’altro, di entrare in risonanza con punti di vista diversi. L’uomo gentile ha una grande elasticità (souplesse) intellettuale, perché riesce a comprendere dall’''interno'' i propri interlocutori. Quando dialoga, non esalta senza sosta – come fanno molti – il proprio io; non è pieno di sé; non ha la rigidità di coloro che rapportano a sé ogni azione ed evento; non pretende di essere la misura di tutte le cose. La persona che esercita la gentilezza dello spirito è così attenta ai suoi amici, da far sentire ognuno di loro il “migliore amico”, sebbene in realtà ami tutti in egual misura. 

 

Nuovamente Bergson evita fraintendimenti: l’attenzione di cui si parla non ha nulla a che vedere con il servilismo. L’ossequioso si serve degli altri, mentre l’uomo gentile è al servizio degli altri. Se nella nostra società la gentilezza come amore per l’uguaglianza è molto rara, lo è ancora di più la gentilezza dello spirito. Viviamo in un’epoca in cui dominano il narcisismo, l’egocentrismo, il desiderio di primeggiare. Durante i confronti si assiste più a monologhi che all’interazione con profitto di opinioni diverse. Si vuole avere sempre ragione e basta poco perché la conversazione si interrompa bruscamente. Lo squillo di uno smartphone, una critica velata alle fragili fondamenta dell’amor proprio è subito lo scambio di battute termina. Del resto, per evitare situazioni spiacevoli, si mantiene volutamente il dialogo a un livello superficiale, in una comfort zone che tacitamente si decide di non violare. Che si tratti di amici, di conoscenti, di colleghi di lavoro, l’altro non è mai al centro. I punti di vista sono stilizzati, colti in maniera disincarnata; non si riesce a immedesimarsi. 

 

Tuttavia per Bergson la vera gentilezza non è una comprensione che scusa tutto, ma l’entrare in risonanza con idee diverse, mantenendo a un tempo l’autonomia di giudizio. Anche questo è un aspetto importante da sottolineare. In effetti, se oggi prevale la lettura superficiale del pensiero altrui – che spesso sfocia in una completa sordità psichica –, non mancano gli inviti a sposare le posizioni più disparate. Se da un lato la nostra è una società dell’indifferenza, dall’altro è anche la società dell’empatia estrema, dove ogni punto di vista va accolto. In tal senso il politicamente corretto nelle sue derive aberranti è l’espressione più compiuta dell’apologia di una diversità che dovrebbe essere accettata in modo acritico. Il “non si può più dire nulla” è l’altra faccia della medaglia del “si può dire tutto”. L’ego smisurato che ignora l’altro non si contrappone al principio di una legittimazione piena e completa di ogni punto di vista, semmai ne è una riformulazione. La presunzione dell’io di essere centro assoluto obbliga a un riconoscimento incontestabile. Ogni posizione è legittima, perché nessun io è in relazione gentile con gli altri. Si vuole l’assimilazione, la perfetta coincidenza con il proprio io, non la risonanza simpatica dove gli io si comprendono riconoscendo la differenza feconda alla base dell’autentico dialogo

 

Ancora una volta Bergson ha molto da insegnarci. L’attenzione estrema dei nostri tempi a quello che si dice, il misurare con cautela e circospezione ogni parola per non “urtare” la sensibilità altrui, il timore esasperato di esprimere un giudizio – perché “non bisogna giudicare” – sono i segnali di una gentilezza ipocrita, di un perbenismo di facciata. Basta scrostare un po’ la vernice e si scorge il volto speculare della parola ostile, dell’offesa gratuita, del disprezzo, della saccenza. La sovrapposizione tra l’inchino ipocrita e il ghigno beffardo è ben visibile nei social, dove l’indignazione e l’odio, il finto rispetto e il bullismo camminano a braccetto. 

 

Esercizio 

 

Leggi con attenzione i due brani che seguono e rifletti sulle domande. 

 

1) « L’empatia ha i suoi meriti. Può essere una grande fonte di piacere, se riguarda l’arte, la fantasia e lo sport, e può essere preziosa nelle relazioni intime. E, a volte, può spingerci a fare del bene. Ma, nell’insieme, è una guida morale scadente. Getta le basi per giudizi insensati e spesso genera motivazioni che ci spingono a crudeltà e indifferenza. Può condurre a decisioni politiche irrazionali e ingiuste, può corrodere certe relazioni importanti, come quella tra medico e paziente, e può renderci peggiori come amici, genitori, mariti e mogli. Io sono contro l’empatia, e uno degli scopi di questo libro è persuadere anche voi a esserlo » (P. Bloom, Contro l’empatia).

 

2) « Mentre io vivo quella gioia che è provata da un altro, non avverto alcuna gioia originaria: essa non scaturisce in maniera viva dal mio Io, né ha il carattere di essere stata viva in precedenza come in una gioia ricordata, tanto meno essa è meramente fantasticata, priva cioè di una reale vita, ma è precisamente l’altro Soggetto quello che prova in maniera viva l’originarietà, sebbene io non viva tale originarietà; la sua gioia che scaturisce da lui è originaria, sebbene io non la viva come originaria. […].

È possibile che un altro mi “giudichi in modo più giusto” di quanto io non giudichi me stesso e mi dia chiarezza su me stesso. Egli può accorgersi, per esempio, che, quando faccio una gentilezza, mi guardo intorno in cerca di approvazione, mentre io stessa penso di agire per pura generosità. In questo modo empatia e percezione interna lavorano l’una accanto all’altra per dare me stessa a me » (E. Stein, Il problema dell’empatia). 

 

a) Perché Bloom vede nell’empatia un pericolo? 

 

b) Il concetto di empatia di Stein ti sembra compatibile con la gentilezza dello spirito di cui parla Bergson?

 

c) Cosa è per te l’empatia? 

 

La gentilezza del cuore 

 

F.-A. Vincent, Alcibiade riceve una lezione da Socrate, 1776
F.-A. Vincent, Alcibiade riceve una lezione da Socrate, 1776

 

Per Bergson le parole sono importanti. La persona gentile deve saper cogliere l’effetto che esse possono avere. Non bisogna però tacere o edulcorare ogni pensiero; è necessario piuttosto esercitare nel dialogo, accanto alla gentilezza delle maniere (l’amore per l’uguaglianza) e alla gentilezza dello spirito, la gentilezza del cuore: 

 

« Al di sotto di questa politesse […] ne concepisco un’altra, che sarebbe quasi una virtù. Vi sono animi timidi, avidi di approvazione perché non si fidano di se stessi, che uniscono, ad una vaga consapevolezza del proprio valore, il desiderio e il bisogno di sentirlo lodare dagli altri. È vanità, è modestia? Non lo so; ma mentre il vanitoso ci ripugna con la sua pretesa di imporre agli altri la buona opinione di sé, invece ci sentiamo attirati verso coloro che attendono ansiosamente di avere del proprio valore quello stesso riconoscimento favorevole che volentieri vogliamo dargli. Un elogio meritato, una parola amabile potrà produrre su questi animi l’effetto di un raggio di sole che cade improvvisamente su di una campagna desolata; come questo, essa li farà riprendere vita e persino, più efficace, trasformerà talvolta in frutti dei fiori che si sarebbero seccati senza di esso. Al contrario, un’allusione involontaria, una parola di biasimo uscita da labbra autorevoli, possono gettarci in quella tristezza in cui, scontenti di noi, disperando del futuro, crediamo di veder chiudersi davanti a noi tutte le strade della vita. […] Chi è che non si è sentito, in certi momenti, dolorosamente colpito nel suo amor proprio e d’un tratto ferito nello slancio che avrebbe potuto prendere, mentre invece in altri momenti un’armonia deliziosa lo invade, perché una parola scivolata all’orecchio, insinuandosi nell’animo e frugandolo fin nelle pieghe più segrete, è venuta a toccare questa fibra nascosta che non può risuonare senza che tutte le potenze dell’essere si scuotano con essa e vibrino all’unisono? Non sarà forse questa appunto, giovani allievi, la politesse più elevata, la politesse del cuore, quella che chiamiamo virtù? È la carità che si esercita nella regione dell’amor proprio, laddove talvolta conoscere il male è così difficile quanto desiderare guarirlo. Una grande bontà naturale ne è il fondo; ma questa bontà resterebbe forse inefficace se la penetrazione dello spirito non vi unisse la finezza e una conoscenza profonda del cuore » (Ivi).     

 

La persona gentile sceglie le parole con cura. Non tace e non elogia, assume invece il rischio di esporsi. Un rischio calcolato, misurato dalla simpatia (il sentire-con). Sa che la parola giusta al momento giusto può illuminare l’anima, portare speranza e gioia, scuotere l’intero essere. Chi ascolta veramente non dice all’altro ciò che vuole sentirsi dire, ma ciò di cui ha bisogno. 

 

Come esempio di gentilezza del cuore, Bergson pensa all’effetto che può avere un incoraggiamento sincero in un animo timido. In questo caso le parole devono illuminare i luoghi dove dimora l’ombra del dubbio, scaldare i freddi anfratti in cui si trovano tesori nascosti. La gentilezza del cuore si esplica in un’opera di intensificazione della vita: aumenta la consapevolezza, rafforza con delicatezza quei fili dell’anima che iniziano appena ad annodarsi. 

 

Vorrei però andare oltre il testo bergsoniano – pur senza contraddirlo –, in quanto la gentilezza del cuore si esercita anche per altre vie. La lezione socratica insegna come possa essere gentile la parola che punzecchia (come il tafano), che paralizza (come la torpedine marina), che morde il cuore (come la vipera). Nell’Apologia Socrate afferma di essere 

 

« stato posto dal dio a fianco della Città come – anche se potrebbe sembrare piuttosto ridicolo a dirsi – al fianco di un grande cavallo di razza, che proprio per la grandezza è un po’ pigro e ha bisogno di venir pungolato da un tafano » (Platone, Apologia, 31e).

 

Menone convinto di essere diventato un grande sapiente grazie ai sofisti è confutato da Socrate. Sommerso dalle incertezze dichiara: 

 

« Se mi è lecito scherzare, mi somigli davvero, nella figura e nel resto, alla piatta torpedine di mare: perché anche questa, se qualcuno le si avvicini e la tocchi, sùbito lo fa intorpidire. Ora mi sembra che tu abbia avuto su di me lo stesso effetto, poiché sono veramente intorpidito nell’anima e nella bocca, e non so più cosa risponderti  ». (Platone, Menone, 88 a-b). 

 

Infine l’ambizioso Alcibiade – che non riesce a seguire gli insegnamenti socratici – confessa l’effetto doloroso delle parole del maestro: 

 

« Mi sento come uno che sia stato morsicato da una vipera. Dicono, infatti, che chi ha subito questo, non vuole parlare di ciò che ha provato se non con coloro che sono stati pure morsicati, poiché solo loro possono capire e compatire se, sotto il dolore, ha osato fare e dire di tutto. Ora, anch’io sono stato morsicato, e da un morso più doloroso nel punto in cui è più doloroso essere morsi. Perché è nel cuore o nell’anima, o comunque si debba chiamare questo in cui io sono stato colpito e morso dai suoi discorsi di filosofia, i quali si attaccano in modo più brutale della vipera, quando prendono un’anima giovane e non priva di doti, e le fanno fare e dire qualsiasi cosa » (Platone, Simposio, 217e-218b).

 

La parola gentile può anche essere fastidiosa, paralizzante e dolorosa, perché è franca. Chi entra in risonanza con gli altri sa che a volte bisogna scuotere, distruggere le certezze e smascherare le illusioni. La sofferenza indotta non è gratuita come le parole ostili dei social. Non si vuole giudicare il prossimo con l’obiettivo di umiliarlo o, come spesso si sente dire, di “asfaltarlo”. Si mira a una trasformazione che, sebbene travagliata, comporti una conversione dello sguardo. La gentilezza del cuore è caritatevole nel senso che è sempre in vista dell’elevazione del prossimo, del suo miglioramento. È una gentilezza salvifica, perché aiuta a uscire dalla caverna delle menzogne e dei pregiudizi. 

 

È evidente che essere gentili nell’accezione bergsoniana non è semplice. L’esercizio della gentilezza dell’''uomo di mondo''– così Bergson chiama l’uomo gentile – va prima di tutto praticato su se stessi. Se non si rispetta se stessi, se non si è in risonanza con il proprio io più profondo, se non si è onesti e sinceri con se stessi, non si può essere gentili con gli altri o almeno non alla maniera di Bergson

 

Esercizio 

 

Rifletti sulle seguenti domande: 

 

1) Come si può sviluppare la capacità di discernere ciò di cui l’altro ha realmente bisogno, specialmente quando questo potrebbe essere scomodo o doloroso da ascoltare?

 

2) Quali sono le responsabilità etiche di chi sceglie di usare parole “pungenti” con l’obiettivo di stimolare la trasformazione del proprio interlocutore? Come si evita che tale approccio degeneri in mero giudizio o umiliazione?

 

Conclusione

 

Con Bergson abbiamo visto come la costruzione di un concetto filosofico sia un’operazione molto concreta dove vita e pensiero si intrecciano. Per rendere ancora meglio l’idea mettiamo a confronto le nostre riflessioni sulla gentilezza con la definizione fornita dalla Treccani

 

Così recita il vocabolario: 

 

« gentilézza s. f. [der. di gentile]. – 1. ant. Nobiltà, sia ereditaria sia (secondo l’interpretazione degli stilnovisti) acquisita con l’esercizio della virtù e con l’elevatezza dei sentimenti: prende amore in g. loco (Guinizzelli). 2. a. La qualità propria di chi è gentile, nei varî sign. dell’aggettivo: g. d’aspetto, g. di modi; e in senso morale: g. d’animo, di costumi, di sentimenti. Più com., amabilità, garbo, cortesia nel trattare con altri: persona di squisita g.; la sua innata g.; è di una g. rara, incomparabile; per g., formula di cortesia nel chiedere un favore, un’informazione e sim. b. Atto, espressione, modi gentili: fare una g., usare molte g., colmare di gentilezze; gli disse delle g.; trattare, accogliere con gran gentilezza. Spesso iron.: fammi la g. di levarti dai piedi; m’ha dato tutti questi epiteti e m’ha detto altre simili g. (cioè insolenze, impertinenze) » (https://www.treccani.it/vocabolario/gentilezza/).

 

Tutto esatto, ma questa definizione non è filosofica. Un concetto filosofico non è una semplice rappresentazione adeguata della realtà. Nel concetto filosofico circolano la vita, i sentimenti; esso è, per ricorrere ancora a una bella immagine di Platone, «il migliore dei discorsi umani, quello che meno può esser smentito e su quello, come su una zattera, [si prova] ad affrontare il mare della vita» (Platone, Fedone, 85 c-d).

 

Un concetto che non sia a prova di vita, che non ci guidi, che non metta in discussione il nostro modo di vivere; un concetto che non sia un monito, che non sia ascetico, che non implichi un esercizio costante di elevazione; ebbene un concetto che non è tutto questo non è filosofico. I concetti sono i discorsi terapeutici attraverso cui la filosofia insegna a vivere. Perché la vocazione più autentica della filosofia è l’arte di vivere.  

 

 8 agosto 2025