A scuola di inclusione

 

Non risulta possibile impostare la formazione delle persone solo su un’unica forma di intelligenza, bensì è auspicabile fornire un insegnamento che abbracci la totalità degli approcci, affinché ciascun alunno possa percepirsi riconosciuto nelle sue caratteristiche peculiari.

 

di Alessandra Zen

 

Marc Chagall, "Due teste alla fienstra" (1955-56)
Marc Chagall, "Due teste alla fienstra" (1955-56)

 

« Così è stato il nostro primo incontro con voi. Attraverso i ragazzi che non volete. L’abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. » (Don Milani, Lettera a una professoressa)

 

Queste le suggestioni che provengono dal grande pedagogista don Lorenzo Milani, che, con gli allievi della sua scuola di Barbiana, scrive il capolavoro Lettera a una professoressa (1967), manifesto che palesa le contraddizioni della scuola pubblica dell’epoca, la quale forniva un insegnamento basato sulle esigenze della classe borghese. Don Milani e i suoi ragazzi denunciano come la scuola non assolva al compito primario di formare la persona e fornirle gli strumenti per l’emancipazione sociale, bensì come si preoccupi meramente di fissare dei livelli rigidi di apprendimento che, se non raggiunti, provocano la bocciatura e, nella maggior parte dei casi, l’espulsione dalla scuola, senza nemmeno adempiere all’obbligo scolastico. Il processo che si delinea appare quello di una “selezione”, concepita come “naturale” dagli insegnanti, i quali, seguendo i principi borghesi di una presunta “meritocrazia”, si rifiutano di aiutare coloro che dimostrano delle difficoltà nell’apprendimento tradizionale. 

 

don Milani (1923-1967) e i ragazzi della scuola di Barbiana
don Milani (1923-1967) e i ragazzi della scuola di Barbiana

 

La profonda novità del pensiero di don Milani risiede nel far risalire le difficoltà personali degli alunni nella scarsa conoscenza della lingua italiana, imposta con forzatura dallo Stato italiano all’interno dell’istituzione scolastica, ma non diffusa fra la popolazione dei ceti sociali inferiori, che parlava il dialetto. Conseguentemente, le difficoltà dei singoli alunni derivavano dalla mancata padronanza del sistema linguistico con cui le conoscenze venivano veicolate.

 

A fronte di tale premessa viene naturale chiedersi se nei decenni che intercorrono fra la pubblicazione di Lettera a una professoressa e la realtà odierna la situazione scolastica sia cambiata.

 

Il pensiero di don Milani ha conosciuto una larga diffusione e ha decisamente influenzato le teorie di numerosi studiosi, promuovendo il moderno concetto di inclusione, che si sviluppa in una direzione diversa da quella dell’integrazione. Il termine “inclusione” deriva dal latino inclusio -onis, che indica l'atto di includere, di inserire, di comprendere in una serie; azione, quindi, contrapposta all’esclusione. In particolare, però, ciò che differenzia l’inclusione dall’integrazione è il fatto che, nella seconda, si assiste a un’accettazione di ciò che viene ritenuto “diverso” e che viene inserito all’interno di una comunità, la quale può essere rappresentata da una classe, concepita, però, come costituita da persone uguali fra loro. In questa situazione avviene un’accentuazione dell’alterità, intesa come contrapposta a una presunta uguaglianza degli altri membri del gruppo. L’inclusione, invece, parte dal presupposto che tutti sono diversi e, in quanto tali, necessitano di attenzioni specifiche e peculiari. L’alterità viene, in questo modo, sottolineata e accentuata, ma come condizione costitutiva di qualsiasi realtà e non nell’accezione di contrapposizione. Il filosofo tedesco Habermas, a tal proposito, asserisce:

 

« Inclusione non significa accaparramento assimilatorio, né chiusura contro il diverso. Inclusione dell'altro significa piuttosto che i confini della comunità sono aperti a tutti » (Habermas, Taylor, L’inclusione dell’altro).

 

Jürgen Habermas (1929)
Jürgen Habermas (1929)

 

Nell’ottica dell’inclusione si assiste al coronamento del movimento dialettico hegeliano, per cui il momento del riconoscimento dell’alterità va incontro a una “sintesi” che conduce a una modificazione, nell’ambito scolastico, del modo di concepire la didattica. Se nella prospettiva dell’integrazione vi è un’accettazione della diversità che però conduce alla realizzazione di attività specifiche che coinvolgono solo colui che è ritenuto estraneo, nell’inclusione risulta necessario utilizzare tanti strumenti e metodologie quante sono le esigenze di ciascun alunno. Ma come risulta possibile, nella didattica, tradurre operativamente tutto ciò?

 

Per rispondere a tale quesito può venirci in aiuto la definizione di intelligenza come « abilità in un medium culturale »  che Olson fornisce nella sua opera Linguaggi, media e processi educativi (1979).

 

Con medium Olson intende un sistema simbolico proprio di una cultura specifica. Ad esempio, nella cultura occidentale, uno dei medium prevalenti risulta quello della scrittura e, proprio per tale ragione, all’interno dell’istituzione scolastica, viene conferito un particolare rilievo alla scrittura, a discapito di altre forme di conoscenza e comunicazione. Gardner, psicologo statunitense, nel 1987 elabora la famosa Teoria delle intelligenze multiple, secondo la quale esistono diverse forme di intelligenza, nello specifico nove (logico-matematica, linguistica, spaziale, musicale, cinestetica o procedurale, interpersonale, intrapersonale, naturalistica e filosofico-esistenziale), ognuna delle quali è sviluppata in modo diverso in ciascuna persona. La portata di tale teoria è enorme e obbliga l’istituzione scolastica a ripensare l’azione educativa. Non risulta possibile impostare la formazione delle persone solo su un’unica forma di intelligenza o, per dirla con le parole di Olson, su un unico medium, bensì è auspicabile fornire un insegnamento che abbracci la totalità degli approcci, affinché ciascun alunno possa percepirsi riconosciuto nelle sue caratteristiche peculiari. Questo risulta il primo passo per realizzare quel tipo di scuola auspicato da don Milani, una scuola che, invece di escludere, include e valorizza ogni membro del gruppo. 

 

Albert Einstein (1879-1955)
Albert Einstein (1879-1955)

 

Del resto, per dirla con le celebri parole di Albert Einstein, « ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà la sua vita a credersi stupido ».

 

1 febbraio 2019