Il sacrificio nel e per il bene: una vittoria!

 

Il sacrificio se tende al bene trasforma la rinuncia in conquista...

 

Etimologicamente il termine sacrificio contiene al suo interno la parola latina sacrum, cioè sacro. Infatti, in origine il termine aveva un'accezione religiosa: le cosiddette vittime sacrificali erano appunto gli animali che venivano portati all'altare di una divinità, venivano uccisi e lo scopo era o la salvezza da qualcosa oppure il ringraziamento al dio per i suoi doni. 

 

Ma quando si parla di salvezza a cosa ci si riferisce? Spesso, la s'intende come lo scampare un pericolo ma soprattutto il fuggire la morte e quindi continuare a vivere. Si può notare, infatti, come nel sacrificio vita e morte siano strettamente legate dal momento che la morte da parte di un animale o da parte di una persona permette la vita di altri. Si ricordi, infatti, il sacrificio di Gesù per quanto riguarda i testi sacri e il tentativo di sacrificio di Ifigenia nella tragedia greca. 

 

Gaetano Gandolfi, "Sacrificio di Ifigenia"
Gaetano Gandolfi, "Sacrificio di Ifigenia"

 

Nel caso di Ifigenia in Aulide, tragedia di Euripide, il sacrificio della fanciulla avrebbe comportato – infatti non avvenne – l'arrivo di venti favorevoli e la possibilità di far ritorno a casa da parte di Agamennone e dei soldati al suo seguito. La morte della figlia per la vita del padre. 

E anche quando parliamo del sacrificio di Gesù, ci riferiamo al fatto che Egli si sia sacrificato per noi, o meglio che il Padre ha sacrificato Suo Figlio per salvarci, per liberarci dal peccato, per fare in modo di poter tornare a Lui. La morte di Gesù, che alla fine è risorto, ha implicato la vita nostra. 

 

Nella maggior parte dei casi, quindi, la vita e la morte sono i due estremi su cui si basa il sacrificio: la morte di un animale per la salvezza di un individuo; oppure la morte di una persona o le sue  sofferenze per fare in modo che altri continuino a vivere. E quando si parla di qualcuno che si è sacrificato per un ideale o per salvare la vita a un altro individuo, lo si guarda come un eroe, o addirittura come un santo, perché ha dato la sua vita. L'ammirazione per questa persona è data dal fatto che non solo ha sopportato enormi sofferenze ma anche ha rinunciato a qualcosa di  grandissimo valore

Ma allora, il sacrificio è una rinuncia o una conquista? O meglio, ciò cui si rinuncia ha più o meno valore di ciò che si acquista? 

Se ha più valore ciò cui si rinuncia, allora l'atto stesso di sacrificarsi non ha alcun valore, quindi la rinuncia è stata un male; se, invece, ha più valore ciò che si acquista, la rinuncia perde la sua connotazione negativa e si fa conquista! E quindi la rinuncia, o a questo punto il guadagno, è un bene! Quella sfumatura, quell'amaro in bocca, però, che è proprio della rinuncia continua a permanere nella grande conquista che si è ottenuta, per due motivi, principalmente: il primo è che i termini dello “scambio”, sebbene uno sia maggiore di un altro, sono entrambi necessariamente di grande valore – da qui la nostra ammirazione e commozione –; il secondo è la sofferenza, dal momento che ogni sacrificio avviene immerso nel dolore. Anche nelle più grandi imprese non si è immuni dalla paura. 

Nel Vangelo di Matteo Gesù, tremante, alla croce, confessa: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?»

È per quei due grandi estremi di valore che a volte è possibile rinnegare un'azione anche se porta al bene, e solo dopo, analizzando, riconoscere nuovamente che, perché buona, doveva essere compiuta. De André in Tre madri canta la sofferenza di Maria: 

 

Masaccio, "Crocifissione" (1426)
Masaccio, "Crocifissione" (1426)

 

 

 

« Piango di lui ciò che mi è tolto,

le braccia magre, la fronte, il volto,

ogni sua vita che vive ancora, 

che vedo spegnersi ora per ora.

Figlio nel sangue, figlio nel cuore,

e chi ti chiama “Nostro Signore”,

nella fatica del tuo sorriso

cerca un ritaglio di Paradiso.

Per me sei il figlio, vita morente,

ti portò cieco questo mio ventre,

come nel grembo, e adesso in croce,

ti chiama amore questa mia voce.

Non fossi stato figlio di Dio 

t'avrei ancora per figlio mio. »

 

Ecco quindi che il sacrificio, sebbene sia compiuto con una lacrima e mai col sorriso, se rivolto al bene, è sempre una conquista e mai una rinuncia o la perdita di qualcosa.

 

12 maggio 2019