Il dolore, la crudeltà e il Male: come risponde la filosofia?

 

È una domanda intima e viscerale, perché tutti soffriamo, e per questo è anche un interrogativo universale; perché il dolore, il lutto, l'ingiustizia e ciò che consideriamo “contrario al bene” accadono di continuo e inesorabilmente. Perfino se tutte le nostre fatiche, progetti, intenzioni affermano di puntare al bene e al progresso. Come hanno risposto le correnti filosofiche, i grandi pensatori e le religioni alla domanda perché il male?

 

 

Almeno una volta nella vita ciascuno di noi si sarà posto l'interrogativo del filosofo romano Boezio “Se Dio esiste, da dove viene il male? E se non esiste, da dove viene il male?”. Quando sbattiamo il mignolo del piede a un mobile di notte, ad esempio, o magari quando ci hanno lasciati all'asilo la prima volta senza la mamma.

La teodicea è quella branca della teologia che cerca di rispondere a questa domanda, forse la più angosciante che l'essere umano possa concepire. È una domanda intima e viscerale, perché tutti soffriamo, e per questo è anche un interrogativo universale; perché il dolore, il lutto, l'ingiustizia e ciò che consideriamo “contrario al bene” accadeno di continuo e inesorabilmente. Perfino se tutte le nostre fatiche, progetti, intenzioni affermano di puntare al bene e al progresso. Come hanno risposto le correnti filosofiche, i grandi pensatori e le religioni alla domanda perché il male?

 

Una rassegna esaustiva non sarebbe possibile per un solo autore e in questa sede, ma lo scopo del testo è offrire orizzonti in cui esplorare il tema e possibili interpretazioni del problema.


Nella Bibbia ebraica (in Genesi) viene detto che nel giardino dell'Eden vi era un solo albero, l'Albero della Vita. Adamo ne separò le radici dando origine all'Albero della Conoscenza del bene e del male. La conoscenza del bene e del male trarrebbe dunque linfa dalla stessa pianta metafisica, e i due opposti deriverebbero da essa. Forse dunque la scissione tra bene e male sarebbe solo un'illusione? O un'iniziativa umana permessa da Dio a vantaggio della sua possibilità di compiere la propria crescita?

 Il male secondo alcuni rabbini è smarrire la strada giusta, perdersi, allontanarsi dal percorso maestro. Questa però è una descrizione, non una motivazione. Come vedremo, le motivazioni sono difficili da formulare. Il male nell'ebraismo è sempre un atto etico e non uno stato ontologico, un'azione e non una condizione. Dio è al di sopra del bene e del male: non è contrapposto al male. Anche se sembra uno scandalo, dobbiamo la nostra crescita al male, per via degli ostacoli che ci pone: ciò non vuol però dire che dobbiamo assecondarlo. Il male non ci porta flagelli senza ragione, ma prove da superare. Nella Cabala il male si sviluppa per degradazione, nel corso delle emanazioni attraverso cui l'Ohr Ein Sof (Luce Infinita) si rivela e genera le realtà all'interno di essa stessa. Quando Dio ha riversato la sua luce i gradi della realtà non erano in grado di riceverla nella sua potenza totale: così si sono frantumati. La contrazione di Dio (Tzitzum) fu necessaria per creare l'esistenza, ma questa autolimitazione del Divino implica un necessario deterioramento ontologico del reale. Da qui l'imperfezione e la missione riparatrice della vita umana.  

 

 

Religioni dualistiche come lo gnosticismo e il manicheismo sono in un certo senso “avvantaggiate” rispetto al monismo, perché ci dicono che il male era già presente all'inizio di tutte le cose, tuttavia non spiegano perché vi sia il male. In principio, affermano, vi era il bene come vi era il male.


Per gli Gnostici del mondo ellenistico tra II e IV secolo d.C., il mondo è opera di un falso Dio, un demiurgo preda di manie di onnipotenza che ha plasmato il cosmo per imitare il vero Dio. Il mondo sarebbe quindi un brutto posto in quanto il risultato della tracotanza di un tiranno narcisista invece che di un Dio provvidente. Non è chiaro tuttavia perché questo creatore indegno sia riuscito nella sua opera infausta. In ogni caso, secondo questi movimenti, la sapienza (gnosi) di come stanno le cose, ha il potere di salvarci da questo stato di contraffazione.

 

Anche per i Manichei nell'Iran del III secolo il mondo non è una creazione voluta da Dio, ma il risultato di un'aggressione, dell’attacco sferrato dal male-tenebre-materia allo spirito-luce. Anche qui troviamo una spiegazione del come ma non il perché vi sia il male. Il mondo è il figlio osceno di una specie di stupro cosmico e noi non dobbiamo continuare a restare al mondo – in questo stato di rapimento del bene da parte del male – ma fuggirlo come “una casa in fiamme”. L'estinzione insomma è l'auspicio migliore cui possiamo dedicarci; tuttavia il suicidio diretto non è permesso, perché il nostro compito è liberare tramite il nutrimento e la digestione le particelle divine prigioniere nella materia. Il fedele gnostico è vittima della materia ma tramite essa può salvare niente meno che Dio.

Non si può dire che nel manicheismo il combattimento si svolga tra due princìpi metafisici perché uno dei due coincide proprio con la materia. Potremmo dire tra il bene, metafisico, e il male, eminentemente materiale.

 

Lo Zoroastrismo, in Persia e in gran parte dell'Asia, fu un particolare monoteismo in cui alberga un dualismo che si esprime nella lotta cosmica tra i gemelli bene e male, Verità e Menzogna. Ahura Mazdā è probabilmente il Padre divino di entrambi: questo significa che non si tratta di un pieno dualismo metafisico quanto di un dualismo etico. In questo quadro l'uomo è chiamato a scegliere come comportarsi, quali dei due gemelli seguire, e in base alla sua scelta essere premiato o punito. Al momento del giudizio di Ahura Mazdā non verranno valutate solo le azioni, ma anche la parola e il pensiero, i quali hanno un effetto e sono responsabilità ineluttabili di ciascuno. È notevole come questa concezione si possa accostare alle più recenti e avvincenti scoperte dalla fisica quantistica, la quale prova che il pensiero, l'osservazione intenzionale, è una forma di azione, che influenza le particelle e cambia lo stato della materia e dei fenomeni.

Il suo testo sacro dello zoroastrismo è l'Avestā, la cui parte più antica è costituita dalle Gāthā, e il suo profeta è Zaratuštra. Questa risposta al male ha almeno 2500 anni e alcune comunità permangono oggi in Iran, Tagikistan, Azerbaigian e India.

 

Anche l'Induismo in quanto sapienza millenaria, vanta innumerevoli correnti e un ricchissimo e coloratissimo pantheon, ma ai fini del nostro esame potremmo dire che il bene e il male sono illusioni del gioco divino, Līlā. La liberazione dall'illusione, che è essa stessa il male, avviene con la Moksha, la liberazione dai sensi, dall'illusione degli opposti. Questo dualismo apparente, giocoso, è espresso dalla divinità Shiva, tra le più venerate, la quale è al contempo benevola e accondiscendente e violenta e spaventosa. La sua immagine dipende dall'aspetto che espone e che cogliamo. La sua danza è il ritmo della creazione-distruzione-rinascita, in un continuum tra bene e male che si nutrono e riversano l'uno nell'altro.

 

 

Il Buddhismo, che si affermò nell'India induista del VII secolo a. C. fondamentalmente per eliminare il male, raccomanda di estinguere il desiderio. La stirpe umana nasce, desidera, si illude, soffre e muore. Poi si reincarna, per ripetere la stessa travagliata successione. Obiettivo ultimo del fedele buddhista è smettere di desiderare-illudersi e soffrire, e così di reincarnarsi nel ciclo del samsara e approdare al Nirvana. È un concetto che troviamo anche nel giainismo e, come detto, nell'induismo. Il male coincide con il desiderio, ma per eliminare il desiderio bisogna interrompere il processo del nascere-morire-reincarnarsi.

Anche se non tutti gli studiosi si trovano in accordo con questa interpretazione e le correnti del buddhismo sono diverse, questa filosofia non è identificabile con le moderne pratiche di mindfullness o a quelle che promettono “l'attrazione” di risultati e successi.

 

Teologia cristiana cattolica. La sfida logica che il cristianesimo si trova ad affrontare è quella di dare una spiegazione alla presenza del male, così invischiato nel mondo, senza smentire gli attributi di Dio: bontà e onnipotenza, soprattutto. Infatti se Dio è buono, perché permette il male? E se è onnipotente perché lo consente?

Per questo nella cristianità troviamo forse la spiegazione più ingegnosa e lucida partorita dall'umanità: il libero arbitrio. Se vi fosse solo il bene la vita sarebbe priva del valore della conquista. Se vi fosse anche il male ma non potessimo sceglierlo, cosa ci sarebbe a fare? La consapevolezza implica dunque che vi debbano essere necessariamente il bene e il male ma anche la possibilità di scegliere tra i due. Possibilità che chiamiamo appunto libero arbitrio.

La disciplina della scelta, l'opportunità della discriminazione tra bene e male è l'unica forma di libertà possibile. In tal modo è anche garantita la bontà di Dio e la sua onnipotenza non è inficiata.

Questa architettura teologica però, non spiega il dolore degli innocenti, dei bambini appena nati ad esempio. In tal senso la maggior razionalità sembra essere quella offerta dalla dottrina del karma in Oriente: ogni tragedia e sofferenza che non possiamo spiegare in questa esistenza va compresa alla luce di una giustizia retributiva che si prolunga nel corso delle esistenze precedenti e future.

 

Nelle religioni monistiche viene però tirata in ballo anche la teoria dell'imperscrutabilità della sapienza divina. Non è proprio un argomento, direte voi, ma non ha nulla di irrazionale se ci pensiamo bene; la scienza e l'esperienza ci offrono i più complessi e disparati motivi sul come le cose avvengano, dal come una mela cade al come ci siamo evoluti per selezione naturale, ma non conosciamo a quale scopo esiste la gravità o a quale scopo dobbiamo adattarci a sopravvivere.

 

Secondo i teologi Ireneo di Lione e Origene di Alessandria, l'esistenza terrena è una specie di palestra del progresso interiore, un'esperienza sciagurata che dobbiamo attraversare per diventare migliori. Origene paragonava infatti il mondo ad una scuola o ad un ospedale per l'anima. Per Origene in principio eravamo intelletti senza corpo, beati nella contemplazione di Dio, un calore infinito e perfetto. Ma ad un tratto questa contemplazione ci ha saziati, così, un po' appesantiti da questa lunga indigestione di perfezione, ci siamo distolti dalla contemplazione; allontanandoci da Dio abbiamo iniziato a sviluppare corpi materici sempre più freddi e pesanti. Il diavolo per Origene ha un corpo gelido (anche nella Divina Commedia, dove è conficcato nel ghiaccio di Cocito, un mega iceberg). Ma niente paura, dice Origene, verrà reintegrato nel bene anche lui.

 

Agostino d'Ippona ha dedicato una vita a questa domanda che lo ha turbato profondamente. Il dottore della Grazia differenzia il male ontologico insito nella creaturalità, dal male morale, cioè il peccato delle opere e pensieri, e poi il male fisico, cioè il dolore. In gioventù Agostino ha ripreso la posizione neoplatonica e ha pensato il male solo come assenza di bene, privo di una sua essenza costitutiva. E per nove anni, in una comunità manichea, ha creduto al dualismo originale. Fase di cui si è amaramente pentito, e in età più matura ha dato al male ben altro peso.

 

Il Cristianesimo si situa in un limbo: non ci dice «Lascia perdere il mondo, è marcio» come i manichei e non ci dice neppure «È un passatempo illusorio di Dio» come nell'induismo. Il cristianesimo non condanna e non glorifica la vita terrena, ci invita a sopportarla con speranza e preghiera. La morte è venire accolti nelle braccia del Padre, è riposo nel Signore, quindi è certamente da preferirsi. Ma non spetta a noi decidere quando e come. Perché se ci troviamo ad esistere è certamente in virtù di un disegno per ciascuno di noi. Con il dispositivo dell'incarnazione il cristianesimo ha giustificato la bontà del mondo e insieme ha conservato l'assoluta superiorità ontologica dell'ultramondano. Il male in questo contesto è necessario per essere creature libere cioè acquisire una dignità di consapevolezza nell'universo.

 

La Chiesa Cristiana protestante di Lutero ha un approccio davvero difficile per noi cittadini moderni, tecnologici, autodeterminati. Con il peccato originale quel che è fatto è fatto e solo la grazia divina incomprensibile e inconoscibile può salvare o condannare. La fede, e non le opere, possono salvare l'anima. Questa confessione sembra svalutare ogni azione, rassegnarsi ad ogni male e accettare senza merito ogni bene. Eppure la sua apparente sottomissione alla volontà divina è forse la più leale delle teorie. Si abita il mondo come se potessimo decidere, ma al contempo si è coscienti che tutto avverrà solo e soltanto come nella provvidenza dei piani divini. Bene, chi può provare che non sia così?

 

 

La razionalità illuminista ha iniettato nella Storia una certa fiducia nelle potenzialità umane, ma non ha saputo rispondere alla questione del male, e anzi, ha sperato di scacciarlo via dalle porte dell'irrazionalità e della superstizione, ottenendo scarsi risultati. Perfino il fiero illuminista Immanuel Kant, che si augurava «l'uscita dallo stato di minorità che l'uomo deve imputare a se stesso», ha affermato che «Da un legno storto come quello di cui l'essere umano è fatto non può uscire nulla di interamente dritto».

Il Comunismo ha individuato il male nella società divisa in classi subalterne, ha sperato che si potesse eliminare il male spazzando via la disparità sociale ed economica tra sfruttati e sfruttatori, proletari e padroni. Tuttavia queste convinzioni sono degenerate nei totalitarismi e lo sfruttamento ha preso direzioni subdole, ma non è stato estirpato.

 

I principi di non-violenza (ahimsā, non muocere) di Ghandi sono complessi ma vale la pena accennarli: per l'attivista del satyagraha il male risiede nell'incapacità di ascoltare, inglobare e valorizzare tutte le parti di ragione che vi sono in un conflitto. Dato che Dio si riflette in ciascuno, c'è sicuramente qualcosa di valido in ogni parte di un conflitto, perciò queste parti devono essere armonizzate tra loro ed esaltate.

Il male sta nel volersi affermare sull'altro piuttosto che nel realizzare ogni verità che i contendenti di una guerra mettono in campo. La pace è una questione che va compresa nella sua radice ontologica di verità, nella sua origine metafisica prima che di concordia tra popoli o fazioni.

 

Nel Novecento, con le sue guerre e con l'inferno in terra della Shoah, sembrava che il male avesse conquistato il pianeta.

Secondo Sigmund Freud (negli scritti più tardi come Al di là del principio di piacere) un po' come nelle religioni dualiste, l'uomo è animato da uno spirito vitale e da uno distruttivo, un istinto di morte che lo spinge alla coazione a ripetere di ciò che è doloroso, a rimettere in atto esperienze spiacevoli. Non è chiaro quale sia la funzione di questa pulsione né da dove derivi, ma il padre della psicanalisi ci dice che è insita in noi anche quando non siamo stati vittime di traumi importanti. In qualche modo, secondo Freud, la pulsione di morte non è però propriamente maligna, in quanto per mezzo di essa l'uomo tenta in modo perverso l'auto-annichilimento come liberazione nella morte.

 

 

Autori antinatalisti come Peter Zapffe si trovano completamente sopraffatti dalla ottusa crudeltà umana, dalla sua radicata ostinazione a compiere il male e propongono l'estinzione umana come unica forma di salvezza e redenzione. Vengono accusati di nichilismo, disamore per l'umanità, mancanza di forza d'animo. Ma forse, al contrario, proprio come gli antichi buddhisti e manichei hanno compreso con coraggio e onestà, che la terra non è la casa dell'umanità.

«Siate sterili e lasciate che la terra sia silenziosa dopo di voi», scrive Zapffe. L'umanità secondo il filosofo norvegese è destinata alla sconfitta per ragioni biopsichiche: la sua coscienza, come i palchi del cervo gigante ormai estinto, si è estesa in modo anomalo, diventando un'abnormità che lo conduce alla rovina; e tutto ciò che fa per distrarsi e sublimare il “panico cosmico” e l'orrore non fa che peggiorare le cose.

 

Per Emil Cioran, buddhista radicale, non si può non nuocere e non patire, perché è il cosmo a nascere in una condizione nociva a se stessa. Non solo, la sofferenza è condizione dell'esistenza: nulla si darebbe fisicamente senza patimento (Il funesto demiurgo). Ma a differenza della religione cristiana questo supplizio non ha uno scopo ultimo provvidenziale: essere nati è un inconveniente (titolo del suo libro del 1973). Il filosofo romeno ha compiuto una vera e propria apologia del suicidio come unico rimedio alla penosa condizione umana: «la millenaria cospirazione contro il suicidio è la causa dell'ingombro e della sclerosi nelle società» e «l'istinto di conservazione pura e semplice testardaggine».

 

Forse di risposte al male ce ne sono innumerevoli, tante quante sono gli esseri umani, perché ciascuno trasforma nel suo originalissimo adattamento il dramma del male. E forse il bene è l'opportunità di convertire la ferita inevitabile che trovarsi al mondo comporta, in un talento, in un percorso di consapevolezza, in un'opera di bellezza e compimento, in una trasfigurazione di se stessi.

 

23 luglio 2020