Il valore dei simboli nel cinema di Martin Scorsese e Terrence Malick

 

Due grandi registi hanno affrontato recentemente il tema del significato dei simboli nella vita dell’uomo. Ne sono uscite due opere cinematografiche di spessore: Silence e Hidden life – Vita nascosta.

 

di Simone Basso

 

 

Generalmente con il termine “simbolo” ci si riferisce ad una rappresentazione grafica, un oggetto o addirittura una persona, che incorpora uno o più significati ulteriori rispetto a quelli che appaiono a prima vista dalle sue caratteristiche materiali. Il simbolo è un significante, una forma che rinvia ad un contenuto “altro” rispetto alle sue più immediate proprietà fisiche. La caratteristica di ogni simbolo infatti è quella di evocare, mediante la sua presenza, un insieme di valori, pratiche, stili di vita, tradizioni e costumi, condivisi da un gruppo più o meno ampio di individui. L’ambito religioso e l’ambito politico, civile e istituzionale sono i luoghi prediletti in cui l’utilizzo dei simboli è più frequente. Il crocifisso è simbolo per eccellenza del cristianesimo; le bandiere possono, a seconda della raffigurazione e dei colori, essere simbolo di un territorio geografico (Stato, regione, ecc.), di un’appartenenza politica, di guerra o di pace; anche alcune persone possono divenire nel corso della loro vita simboli di lotta all’ingiustizia, di dedizione, di coraggio ecc. Il simbolo può quindi rappresentare qualcosa di positivo o di negativo, il giusto o l’ingiusto, a seconda del significato che in esso è racchiuso.

 

Ogni oggetto e ogni azione possono diventare un simbolo, dal momento che le caratteristiche “materiali”, si è detto, non sono determinanti od esclusive per assolvere o meno a tale funzione. A rigore, ogni oggetto può dirsi tanto più conosciuto quanto più in relazione ai significati, ai valori, alle funzioni, ai fini e agli scopi che in esso scorgiamo, pertanto sono proprio questi elementi che vanno a comporre la parte “non materiale” dell’oggetto stesso e quindi la sua parte simbolica (ovvero i significati di cui l’oggetto è rappresentante). Gli esseri umani nel corso della vita ricercano e affermano con le proprie azioni i valori in cui credono e così facendo alimentano la condivisione di simboli che li rappresentano. Essendo la nostra una società estremamente differenziata, i simboli stessi risultano spesso in antitesi tra loro. Come fa notare la riflessione sociologica, in ogni contesto è interessante individuare quali siano gli oggetti che, più degli altri, rivestono un ruolo simbolico, per riconoscere quali "ideali" sono ritenuti importanti in quella determinata circostanza. Ad esempio in una serata sfarzosa gli abiti costosi e le macchine di lusso non sono indossati o comprati unicamente in virtù delle proprie caratteristiche fisiche, ma intendono simboleggiare quelle che sono ritenute qualità, come la ricchezza o lo status sociale; mentre invece, nel corso di una celebrazione in memoria di una vittima di mafia, attraverso il simbolo di una targa commemorativa, si intende fare riferimento a valori come il coraggio, l’integrità, ecc. Ogni nostra azione nel corso dell’intera vita è tesa alla ricerca di quali siano i valori da ritenersi più importanti, più veri, più coerenti, da perseguire; e tale scelta si compie proprio per mezzo della funzione simbolica che in ogni “oggetto” e in ogni azione, è contenuta.

 

Due film degli ultimi anni hanno affrontato questo tema con particolare riferimento all’ambito religioso. La pellicola Silence di Martin Scorsese, tratta dall’omonimo romanzo storico del giapponese Shūsaku Endō, narra le vicende di due gesuiti vissuti nel XVII secolo che partirono per il Giappone, dove i cristiani erano perseguitati, alla ricerca del loro maestro e guida spirituale, missionario nella terra del sol levante. Dietro gli eventi narrati uno dei temi centrali del lungometraggio – nonché del libro a cui si rifà – è quello dell’apostasia religiosa, ovvero l’abbandono e il rinnegamento della propria fede. La problematica viene posta in tutta la sua drammaticità nella narrazione delle persecuzioni e delle torture a cui i cristiani delle piccole comunità di contadini giapponesi venivano sottoposti nel caso fossero scoperti tali e rifiutassero di fare apostasia. È qui che emerge la questione del valore simbolico. Quel che veniva richiesto dalle autorità giapponesi infatti era il banale atto di calpestare una tavoletta con la raffigurazione di Cristo – o sputare su un crocifisso – per avere salva la vita: un gesto che a loro dire era una semplice «formalità». Ancora più lacerante la scelta posta dinnanzi ai due missionari una volta catturati, i quali venivano ricattati con la perpetrazione del supplizio di fronte ai loro occhi, ai danni di altri contadini cristiani della comunità che già avevano abiurato; facendo così ricadere sui due gesuiti, la responsabilità di tali sofferenze. Emerge così la questione del legame tra valore e simbolo. Il gesto materiale parrebbe poca cosa: che cos’è lo sputo su un legno a forma di croce, di fronte alle agonie e alla rinuncia stessa alla vita? Ma se i simboli, come si è detto, incarnano il valore grazie al quale la vita stessa riconosce e afferma il proprio significato, fino a che punto, il “banale” atto con cui li si tradisce, può essere considerato una “formalità”?

 

 

Sicuramente l’opera di Scorsese rappresenta un toccante spunto di riflessione, capace di rendere conto con crudezza della complessità del tema sollevato. La “soluzione” proposta dal regista, in accordo con il libro di Shūsaku Endō, viene espressa nelle parole fatte pronunciare dall’immagine di Cristo impressa su una tavoletta di legno, poco prima di venire calpestata, nella seconda parte del film.

 

« Vieni avanti adesso, va tutto bene. Calpestami! Comprendo il tuo dolore. Sono nato in questo mondo per condividere il dolore degli uomini. Ho portato questa croce per il vostro dolore. La tua vita è con me adesso. Calpesta! »

 

Un invito da parte di Dio stesso al tradimento del simbolo della propria fede. Una presa di posizione discutibile che, nel giudizio complessivo del film, ha suscitato diverse contrapposizioni. Da una parte, elogi al cineasta che ha saputo raccontare il cristianesimo «nei suoi tratti essenziali, minimali» e descrivendolo come «non una dottrina da perseguire ma l’abbraccio di Cristo» (Grazie a Dio, c’è anche ScorseseUn silence che ci parlaCon "Silence" Scorsese raggiunge il cuore di ciò che lo ha spinto a diventare un cineasta). Dall’altra, prese di distanza dal cosiddetto "dio di Scorsese", biasimato «non tanto per l’apostasia di due preti che è un fatto di umana debolezza […] quanto [per] il fatto che sia Dio stesso a giustificarla, sigillandola come giusta e perfino virtuosa» (Sarò fesso, ma il cristianesimo di Silence è una farsa insidiosaIl “Silence” del povero Scorsese. Povero cattolicoSilence: il martirio dei giapponesi e il paradiso degli apostati).

 

Una scelta – quella dell'apostasia – dalla quale segue una rinnegazione che non passa solo per la costrizione fisica, ma che, accompagnata da un’opera di convincimento sotto forma di “dialogo ricattatorio”, porta chi la compie ad accettare ogni “formalità”, ogni tipo di rinuncia ai riferimenti simbolici di quella che era la propria fede, e quindi, in definitiva, a cambiare totalmente vita. Eppure, secondo Scorsese, piccoli gesti nascosti di disobbedienza rimangono espressione di una fede che, nonostante venga ripetutamente rinnegata, rimane viva “nel profondo”. In questo modo però, attraverso la separazione, avallata dal film, tra il proprio credo, i comportamenti e i simboli che lo testimoniano, sembra compiersi un disconoscimento dell’importanza del valore simbolico; laddove il simbolo non identifica più il riconoscimento di un significato “altro”, presente in ogni oggetto e in ogni azione, bensì viene ridotto, in linea con una visione tipica della postmodernità, ad un formalismo – addirittura, in alcune occasioni, ad un atto di superbia e orgoglio personale – di cui si può fare a meno, senza per questo intaccare una supposta “essenza profonda” della propria fede.

 

Una risposta su questo punto arriva da un altro gigante del cinema, Terrence Malick; il quale dopo aver visto Silence, scrisse una lettera al suo regista, come racconta Scorsese stesso, chiedendo: «Cosa vuole Cristo da noi?». Una domanda indagata nel capolavoro Hidden life – Vita nascosta. Questo film narra la storia vera di un contadino austriaco (Franz Jägerstätter) che è chiamato alle armi, nel corso della Seconda guerra mondiale, e guidato dalla sua fede e dalla sua convinzione di «non poter fare ciò che ritiene sbagliato», si rifiuta di pronunciare il giuramento a Hitler, subendone le estreme conseguenze. Anche in quest’occasione, come nel film di Scorsese, quella che viene richiesta è «solo una formalità». Infatti, il consiglio che gli giunge da diverse parti – dall’avvocato, dal prete – è quello di pronunciare quelle parole ma continuare a credere ciò che vuole, magari facendosi assegnare agli ospedali da campo per non dover combattere. Eppure quelle parole non sono solo onde sonore, ma sono un simbolo, una aperta sottomissione all’ingiustizia, un tradimento di se stessi e dei valori in cui si crede. Anche in questo caso, la scelta non è affatto una questione individuale, in quanto la decisione, se pronunciarle o meno, coinvolge e si ripercuote con grandi sofferenze sulla vita della sua famiglia (la moglie e le 3 figlie piccole) e delle persone a lui care. Ma a prevalere in Franz è l'affermazione del valore per cui sta lottando. Se, in linea con quanto si è detto in precedenza, le parole che pronunciamo, il significato degli atti che compiamo rappresentano e sono, qualcosa di più grande della loro “materialità”, allora i valori che racchiudono sono quelli che rendono la vita realmente pregna di significato.

 

 

 

 

 

« Quando abbandoni l’idea di sopravvivere ad ogni costo, vieni inondato da una nuova luce. »

 

Qui, il martirio, tema principale dell’opera (come affermato da Malick stesso) non coincide affatto con la rinuncia alla vita, ma ne è, al contrario, la piena affermazione, l’espressione piena dei valori che essa incarna: il martire, tutt'altro che morente e in catene, muore nel nome della vita e per testimoniare la sua libertà.

 

« [...] il mondo rimane alquanto sconcertato alla vista di un uomo che non risponde alle logiche mondane e si ribella perfino all’istinto di sopravvivenza. Lo adula, cerca di addomesticarlo con la persuasione, lo induce a compromessi, e vedendo fallire i tentativi lo imprigiona, lo tortura, cerca di piegarlo con la violenza, gli caccia in gola a forza quella libertà che non vuole ingurgitare. » (Recensione di Mattia Ferraresi)

 

«Firma qui e sei libero.» Viene proposto a Franz incarcerato, dai suoi aguzzini. «Ma io sono già libero.» Risponde lui con spontaneità. 

 

E tutto ciò, nel nome di «qualcosa più grande di te, più grande della tua volontà», quella trascendenza indagata nell’intero percorso filosofico, artistico e cinematografico del regista Terrence Malick.

 

Certamente i dilemmi morali e molti temi importanti sollevati da Scorsese rimangono validi spunti di riflessione, in quanto la vicenda narrata si colloca in una situazione concreta particolare, nella quale intervengono diversi altri fattori che meriterebbero un’ulteriore e più approfondita analisi: la colonizzazione da parte dei paesi europei in Giappone; le implicazioni politiche e culturali; la difficoltà di un reale confronto tra culture lontane e le relative mal interpretazioni reciproche; il tema del perdono di Dio nei confronti della debolezza umana; la necessità di una valutazione (priva di apriorismi) in ogni occasione della vita, su quale sia la scelta migliore da compiere. Ciò nonostante rimane, a parere di chi scrive, un sapore amaro nei confronti di un aperto sostegno della separazione tra il valore in cui si crede e il simbolo che lo rappresenta.

 

Una separazione che viene invece ricomposta da Malick, il quale mette in evidenza, con la sua particolare grazia registica, l’imprescindibile importanza proprio di quel valore che è in ogni azione e che trova espressione per mezzo del simbolo (gesto o oggetto) che lo incarna. Malick esalta la bellezza delle azioni che apparentemente non hanno importanza («cosa pensi di ottenere con la tua ribellione? Pensi che cambierà qualcosa con questa tua scelta? Pensi che la guerra muterà il suo corso? Pensi che fuori sapranno del tuo gesto? Le autorità si interesseranno a te?») ma che rivelano, queste sì, l’essenza profonda che ci costituisce e la destinazione del nostro cammino dalla quale l’intera umanità dipende; così come ricordato nell’ultima citazione del film. 

 

« La crescita del bene nel mondo dipende in parte da gesti che non fanno la storia; e il fatto che le cose per me e per te non vadano male come avrebbero potuto lo dobbiamo almeno per metà a coloro che hanno vissuto con fedeltà una vita nascosta, a chi riposa in tombe che nessuno visita. » (George Eliot)

 

16 novembre 2020