Nicola Abbagnano e la filosofia

 

Nicola Abbagnano e l’esistenzialismo: la ricerca di una “terza via” attraverso la quale salvare individualità e umanità e la filosofia vissuta come “saggezza”, capace di orientare l’uomo nello scenario delle possibilità e nella concretezza delle attività quotidiane.

 

Edvard Munch, "Sera sul viale Karl Johan" (1892)
Edvard Munch, "Sera sul viale Karl Johan" (1892)

 

Il suo nome è legato a riuscitissimi manuali di storia della filosofia, che hanno accompagnato, nel corso del tempo, diverse generazioni di studenti e di docenti. Nicola Abbagnano, oltre a rappresentare un autorevole punto di riferimento per la storiografia filosofica, è figura di spicco, nonché principale ispiratore, insieme a Ludovico Geymonat e Norberto Bobbio del “neoilluminismo italiano”, movimento culturale e filosofico, aperto ai principali orientamenti filosofici internazionali, essenzialmente laico e teso a proporre una nuova chiave di lettura della realtà, scevra da dogmi e apportatrice di significative istanze di rinnovamento. La sua è una vita spesa in difesa della filosofia di stampo esistenzialista, finalizzata all’esaltazione dell’individuo e, come tale, nettamente antitetica a tutti i sistemi filosofici destinati ad annullare l’individuo e il suo mondo nell’universale. Ciò è chiaro, fin dai suoi esordi, sotto la guida di Antonio Aliotta – importante accademico meridionale –, segnati dal rapporto particolarmente conflittuale con l’idealismo tedesco e il neoidealismo italiano, quest’ultimo rappresentato dalle figure di Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Decisivo è il suo impegno ai fini dell’introduzione e della diffusione, in Italia, delle correnti esistenzialistiche francesi e tedesche, nelle riflessioni di Sartre, Jaspers e Heidegger

 

Il filosofo di Salerno elabora una “terza via”, del tutto italiana, che si configura come risposta alle criticità presenti nelle speculazioni dei maggiori rappresentanti dell’esistenzialismo europeo. L’esistenza, in questa prospettiva, è indissolubilmente legata alla “possibilità”, la quale implica inevitabilmente la scelta. Ed è nelle scelte, assolutamente libere, che l’uomo edifica la propria vita. Esistere, per Abbagnano, è, sostanzialmente ed essenzialmente, scegliere, ovvero scegliere tra possibilità, realizzandone alcune piuttosto che altre. Di qui il carattere altamente problematico dell’essere e il nobile ma arduo compito della filosofia: la rivelazione dell’essere nella sua natura essenziale di possibilità problematica. La possibilità schiude all’uomo la dimensione della progettualità, giacché, tra tutte le creature viventi, solo l’uomo è in grado di autodeterminarsi, decidendo del proprio essere, del proprio destino, della propria esistenza, sulla base della libertà che ne contraddistingue la natura. Tale libertà, tuttavia, implica il rischio del fallimento, ossia la possibilità di ciò che Abbagnano definisce “esistenza inautentica” e che descrive nei seguenti termini:

 

« la disperazione, la superficialità, l’abbandonarsi, il gettarsi via nella vita come viene, l’incapacità di coordinarla e di dominarla e perciò l’incapacità di dominarsi e di possedersi. Il peccato è una possibilità effettiva, inevitabile della struttura [...]. » (Nicola Abbagnano, La struttura dell'esistenza)

 

Il peccato, così, lungi da ricoprire significati religiosi, è dato dalla scelta inautentica, dall’incapacità di impegnarsi in un progetto di vita e, conseguentemente, dal perdersi nella vita stessa, il che rappresenta pur sempre una possibilità, per quanto inautentica possa risultare. È possibile individuare tre elementi portanti dell’esistenzialismo positivo inaugurato dal pensatore di Salerno: la libertà, la ragione e la finitudine dell’uomo. Il primo elemento, la libertà, è concepito come possibilità di scegliere; il secondo, la ragione – dagli antichi greci definita “scintilla divina” – è inteso come facoltà finalizzata a regolare l’azione dell’uomo nell’orizzonte delle possibilità, salvaguardandolo da ogni tipo di esito nichilistico; il terzo elemento, la finitudine, è indice di autenticità esistenziale, in quanto pone al riparo l’uomo, nella sua individualità, sia dai sistemi che tendono a divinizzarlo sia da quelli che lo annullano nell’universale e nell’astratto. La finitudine è, pertanto, strettamente collegata alla dimensione problematica dell’esistenza. Il motivo del “limite”, di fatto, è un aspetto dominante della “terza via” di Abbagnano e investe tanto la nostra esistenza quanto la nostre effettive possibilità di conoscenza. Risulta chiaro il riferimento agli esiti della filosofia kantiana e lo stesso Abbagnano, nello scritto Esistenzialismo positivo, puntualizza: 

 

« Kant è il filosofo della possibilità positiva. […] Kant porta per la prima volta la possibilità sul piano della concreta esperienza umana; e così la carica di un significato esistenziale. Ricondotta la conoscenza nei limiti dell'esperienza possibile, Kant riconosce nelle forme a priori la possibilità dell'esperienza. Ricondotta la vita morale nei possibili limiti della finitudine umana, ne riconosce la possibilità nel carattere formale dell'imperativo categorico che esprime appunto la possibilità della persona morale e di una comunità di persone. […] Per la prima volta, nell'opera di Kant l'intero mondo dell'uomo veniva espresso e fondato in termini di possibilità; possibilità trascendentali, cioè condizionatrici e fondanti. Kant ha inteso in ogni campo limitare, cioè determinare, le autentiche possibilità ne distinguendole da quelle che non sono autentiche ma puramente fittizie. » 

 

Nel contempo il tema della problematicità dell’esistenza, insieme alla possibilità del fallimento, legano, seppur con le dovute differenze del caso, Abbagnano alla filosofia del pensatore danese Søren Kierkegaard, vero e proprio precursore dell’esistenzialismo. Kant e Kierkegaard, dunque, nell’esistenzialismo positivo (la “terza via”) del filosofo meridionale, in luogo di risultare divergenti, divengono figure complementari. 

 

« Kierkegaard è il filosofo della possibilità negativa. L'angoscia è il sentimento del possibile, ma del possibile nella sua forza annientatrice e distruttiva. Questa forza è paralizzante. […] Kierkegaard ha realizzato in tutta la sua forza il senso della problematicità dell'esistenza; ma questa problematicità gli è apparsa esclusivamente nel suo lato negativo, ed è stata perciò vissuta da lui come angoscia e disperazione paralizzante. Tra l'insegnamento di Kant e quello di Kierkegaard, non c'è alternativa né scelta, ma solo complementarietà. La possibilità costitutiva dell'esistenza umana, chiarita da Kant nel suo aspetto positivo, è stata chiarita da Kierkegaard nell'aspetto negativo che le è indissolubilmente connesso. Una filosofia dell'esistenza che non voglia essere unilaterale e non voglia ridurre l'esistenza stessa a un frammento, deve in qualche modo riportare incessantemente Kant a Kierkegaard e Kierkegaard a Kant. » (Ibidem)

 

L’insegnamento di Abbagnano, dunque, è lontano tanto dalle speculazioni filosofiche pessimistiche, protese a privare l’uomo di qualsiasi progetto di vita, imbrigliandolo nell’astratto, quanto da quelle più ottimistiche orientate verso certezze assolute, in termini di potenzialità di realizzazione e autorealizzazione da parte dell’uomo. La sua è una filosofia marcatamente empirista e necessariamente rivolta alla realtà, la realtà che investe l’individuo nella sua quotidianità. Egli, nell’opera Introduzione all’esistenzialismo, precisa molto bene quest’aspetto, giustificando solamente la filosofia che si fonda sulla centralità dell’esistenza, come momento ontologicamente fondativo, e, di conseguenza, opponendo un netto rifiuto al pessimismo e all’ottimismo, propri di una significativa parte della metafisica tradizionale. 

 

« I problemi della filosofia concernono veramente l’essere dell’uomo; e non già dell’uomo in generale, ma del singolo uomo, nella concretezza del suo esistere, e sono appelli o richiami a lui rivolti perché venga in chiaro con se stesso, assuma le sue responsabilità e prenda le sue decisioni. »

 

Abbagnano, fortemente influenzato da Platone, finisce per intendere la filosofia come “saggezza”, il cui compito fondamentale è quello di orientare l’uomo nello scenario delle possibilità e nella concretezza delle attività quotidiane. Lontano dall’attribuirle compiti più nobili, che certamente non si confanno ai limiti della natura umana, il filosofo di Salerno, anche al fine di difendere la concretezza contro ogni possibile epilogo evanescente, salda la filosofia alla vita. Essa è, pertanto, svuotata di qualsiasi pretesa di sapere divino del mondo, di possesso totale del sapere possibile e ricondotta, molto saggiamente, alla dimensione del “sapere problematico”, ossia al problema del sapere; una dimensione, questa, che riflette perfettamente l’esistenza dell’uomo, unico essere pensante finito, essenzialmente vincolato a un tipo di sapere problematico. Gli esiti di tali riflessioni segnano la perfetta identità tra esistenza e filosofia e fanno dell’uomo non un contemplatore disinteressato della realtà, bensì il principale protagonista di essa.

 

« La filosofia non può fondarsi sull'illusione di rendere l'uomo spettatore disinteressato di sé. Ogni chiarimento che l'uomo riesce a conseguire intorno a se stesso e anche quello che soltanto s'illude di conseguire, entra immediatamente a costituire la sua esistenza, che ne risulta modificata. Il che vuol dire che la filosofia non ha un oggetto, nel significato proprio del termine; ma soltanto un compito, e che questo compito consiste nell'impegnare l'uomo a quella forma o a quel modo dì essere che egli giunge a ritenere suo proprio. » (Nicola Abbagnano, Esistenzialismo positivo)

 

Il filosofare, perciò, risultando un atteggiamento tipicamente umano, prescinde dalla conoscenza della storia della filosofia, ma essa – questo è un punto fermo nelle riflessioni di Abbagnano –  è indispensabile all’azione umana affinché dottrine e sistemi filosofici, già messi in discussione dalla critica e, soprattutto, analizzati e sconfessati alla luce degli inequivocabili responsi della realtà, non vengano recepiti come verità assolute, con l’effetto di paralizzare la ricerca filosofica e di far sprofondare l’uomo nella hybris. La ricerca, infatti, non procede mai a caso, ma è sempre guidata e segnata dall’esperienza, dalla pluralità di vedute e dalla mancanza di punti di arrivo definitivi. Se il filosofare è intimamente connesso alla natura dell’uomo, lo studio della storia della filosofia si rivela fondamentale per non cadere in errore, assurgendo un singolo punto di vista a verità incontrovertibile o, peggio ancora, considerando la storia stessa dalla prospettiva di un unico sistema speculativo. Di qui la risposta più importante alla domanda “perché studiare la storia della filosofia?”; una risposta accompagnata da un magnifico esempio: una vita spesa per la filosofia.   

  

 8 ottobre 2020