Essere coerenti fino in fondo: Thomas Müntzer e la rivolta dei contadini

 

Il XVI secolo in Europa è famoso per lo scisma avvenuto nella cristianità fra cattolici e protestanti. Difficilmente, in un qualsiasi manuale di scuola, si evita di menzionare Lutero e il suo tentativo di purificare il mondo cristiano dalle sue nefandezze. Non sempre invece si parla del pensiero di Thomas Müntzer, prete capace di tradurre le istanze di rinnovamento religioso in proposte rivoluzionarie sul piano politico. Teologia della rivoluzione, libro edito da Red Star Press e qui recensito, permette di dare un primo sguardo alle idee di Müntzer e alla rivolta contadina in Germania del 1525.

 

 

Il 31 ottobre 1517, come comunemente raccontato, Lutero affisse le cosiddette 95 tesi alla porta della chiesa del castello di Wittenberg. Questo testo di critica al sistema delle indulgenze, assieme e successive opere, espresse quel tentativo di rinnovamento religioso che, basandosi sul Vangelo come vera fonte del cristianesimo, voleva epurare questo dalla corruzione sopravvenuta nel tempo. Un tentativo che volle muoversi su un piano strettamente religioso, ma che ebbe ripercussioni politiche enormi sull’assetto europeo dell’epoca. Ciò non avvenne solo perché alcune sue proposte minavano il potere avuto dalla Chiesa sui fedeli fino ad allora: la lettura diretta della Bibbia, senza la mediazione del sacerdote, nonché l’idea che fossero i fedeli a eleggere il proprio parroco, erano sicuramente posizioni che sconvolgevano in parte l’assetto del sistema cattolico. Oltre a questo, non mancarono persone capaci di tradurre la richiesta di rinnovamento religioso su un piano politico, come alcuni principi tedeschi – che vi videro l’occasione di indebolire la dipendenza dal potere imperiale a cui erano sottoposti – o soprattutto gli “ultimi” – contadini specie, ma anche minatori, proletari cittadini, ecc. –, che nel protestantesimo lessero una giustificazione a lottare contro un ordine terreno fatto di ingiustizie e sfruttamento, ben lontano dai precetti cristiani. Tra coloro che maggiormente diedero una forma a quest’ultima ispirazione di rinnovamento, vi è certamente Thomas Müntzer: un pensatore e attore religioso e politico di primo piano per l’epoca, che l’opera Teologia della rivoluzione di Martin Freiberger permette di conoscere sia grazie a uno sguardo teorico sulla sua dottrina, che per un excursus storico che ci fa comprendere il contesto nel quale le cosiddette rivolte contadine in Germania del 1525 ebbero luogo.

 

Si parla di un periodo in cui, nella Germania di inizio XVI secolo, il sistema feudale non era più saldo come un tempo e si stavano facendo avanti nuove istanze; soprattutto si tratta di un periodo caratterizzato da crisi agrarie e da un costante impoverimento dei contadini, obbligati dai signori feudali – di fronte alla minor resa data dall’agricoltura – a maggiori prestazioni di lavoro, nonché a forti vincoli alla loro libertà, onde evitare che abbandonassero i campi o emigrassero nelle città. Allo sfruttamento del proprio signore non va dimenticato il peso che gravava sulle spalle dei contadini a causa della decima dovuta alla chiesa, oltre alle imposte chieste dagli stati territoriali tedeschi per il loro sviluppo. Questi elementi, oltre ad altri ben spiegati nella prima parte del libro, mostrano come ci fosse un contesto particolarmente “esplosivo”, da cui già erano scaturite delle rivolte contadine, poi soffocate nel sangue. Un contesto che spingeva gli ultimi della società ad aspirare a un cambiamento politico, senza dimenticare l’aspirazione diffusa dell'epoca a un rinnovamento religioso, favorita fra l’altro da quelle correnti umanistiche che in Germania criticavano la decadenza morale del clero. Si può dunque comprendere l’interesse e le letture rivoluzionarie scaturite in seguito alla predicazione di Martin Lutero. Lutero che, dal canto suo, era interessato a portare avanti un cambiamento strettamente sul piano religioso, senza criticare l’autorità temporale allora vigente. La sua «teoria dei due regni» poneva, da un lato, il Vangelo, «visto come unico legame con Dio nella comunità dei credenti»; dall’altro, «l’obbedienza all’autorità in tutte le questioni terrene» (Martin Freiberger, Teologia dell’insurrezione), in quanto potere voluto da Dio e a cui il popolo doveva sottomettersi.

 

Su questa posizione di stacco fra religioso e politico – sulla cui attuabilità, come vedremo, ci sono molti dubbi – non rimasero di sicuro molti contadini all’epoca, che mostrarono il coraggio di far sentire la voce degli oppressi (si pensi a I 12 articoli principali di tutti i contadini e le rivendicazioni politiche ivi contenute), come non vi rimase una delle principali guide di quell’insurrezione che scoppiò nel 1525: Thomas Müntzer. Parroco che aveva trascorso i suoi anni di predicatore in «compagnia degli ultimi» e nella «frequentazione delle masse di contadini affamati e diseredati» (ivi), Müntzer ebbe occasione ripetutamente di conoscere le situazioni miserevoli di vita della maggioranza della popolazione. Una conoscenza che lo spinse a concepire una religiosità che, andando oltre le posizioni di Lutero, sottolineasse l’importanza di sviluppare un vivere in società basato sulla moralità e sui precetti del Vangelo. Com’era possibile che un cristiano accettasse un mondo fatto di oppressi e di oppressori? Un mondo dove

 

« i signori e i prìncipi sono l'origine di ogni usura, d'ogni ladrocinio e rapina; essi si appropriano di tutte le creature: dei pesci dell'acqua, degli uccelli dell'aria, degli alberi della terra (Isaia 5, 8). E poi fanno divulgare tra i poveri il comandamento di Dio: "Non rubare". Ma questo non vale per loro. Riducono in miseria tutti gli uomini, pelano e scorticano contadini e artigiani e ogni essere vivente (Michea, 3, 2–4); ma per costoro, alla più piccola mancanza, c'è la forca. » (Thomas Müntzer, Confutazione ben fondata)

 

Pieter Bruegel I, "La predicazione di San Giovanni Battista" (1566)
Pieter Bruegel I, "La predicazione di San Giovanni Battista" (1566)

 

Era allora necessario non solo aver chiare le idee in materia di fede, ma sapere pure come muoversi politicamente per scardinare lo status quo politico: di fronte all’insorgere dei contadini in molti territori germanici, Müntzer mostrò di mettere anima e corpo per dare una direzione alle differenti rivolte, riunendole in un’unità capace di far paura agli oppressori e guidare un cambiamento reale dell’assetto temporale. Rivoluzione che non poteva che partire dagli ultimi: i signori, coloro che avevano il potere maggiore per cambiare le cose, si rifiutarono di abbandonare il loro dominio per una società più giusta. Era allora necessario “togliere la spada” a chi comandava, abbattere il tiranno, la cattiva autorità – come la Bibbia stessa spiega, sottolineò Müntzer.

 

A una proposta di tal fatta, Lutero non volle dar seguito: piuttosto di rischiare d'essere abbandonato dai signori locali, preferì mantenere la sua “rivoluzione” su un piano esclusivamente teologico, anzi – e qui sta la contraddizione, non potendo non fare i conti con la politica – rimarcare per ciò la validità dello status quo. Il Vangelo, sottolineò Lutero, non insegna a ribellarsi contro l’autorità, voluta da Dio per mantenere l’ordine in terra. Non sta poi ai contadini giudicare chi comanda: «l’autorità ingiusta e malvagia non giustifica affatto né l’organizzazione di bande né la sedizione. Infatti punire la malvagità non è compito del singolo, bensì dell’autorità terrena, la quale porta la spada, come dicono Paolo (Rom.13,4) e Pietro (1 Pietro 3)[=2,13-14]: «L’autorità è stata imposta da Dio, per punire i malfattori»» (Martin Lutero, Esortazione alla pace. A proposito dei 12 articoli). Violenza che Lutero così promosse e anzi ammantò di un afflato religioso quando si trattò di soffocare le rivolte dei contadini “malfattori”, da parte di quegli stessi potenti saliti al comando con la violenza e l’imposizione in passato, piuttosto che “per volere diretto di Dio”:

 

« Dunque l’autorità proceda di buon animo e colpisca [i rivoltosi] con buona coscienza finché le resta un filo di vita; […] Cari signori, liberate, salvate, aiutate e abbiate misericordia della povera gente; ma ferisca, scanni, strangoli chi lo può; e se ciò facendo troverai la morte, te felice, morte più beata giammai potresti incontrare, perché muori in obbedienza alla parola e al volere di Dio [Rom. XIII, 5 ss.] e al servizio della carità, per salvare il prossimo tuo dall’inferno e dai lacci del demonio. » (Martin Lutero, Se anche le genti di guerra possano giungere alla beatitudine)

 

Martin Lutero (11482-1546)
Martin Lutero (11482-1546)

 

A una religione incapace di affrontare di petto la cruda realtà politica, Müntzer preferì una coerenza globale del suo operato, nella consapevolezza che i precetti teologici sono inevitabilmente relazionati alla vita terrena. Per questo guidò le rivolte del 1525 in Germania, che, seppur poi furono schiacciate dalla forza ben maggiore dell’esercito dei principi, furono un momento avanguardista per l’epoca. Basti pensare alla gestione di Mühlhausen, città conquistata dai contadini e dove, su consiglio di Müntzer, si proclamò «una costituzione democratica repubblicana con forme dirette di controllo popolare sugli organi di governo e si sperimentarono forme di collettivismo nella distribuzione economica» (Martin Freiberger, Teologia dell’insurrezione).

 

Nella sua brevità e scorrevolezza, l’opera di Freiberger è capace di darci un primo sguardo su quel pensiero, all’epoca fortemente rivoluzionario, di Thomas Müntzer, nella sua contrapposizione con Lutero e nella sua azione politica e di guida degli ultimi contro i tiranni. Uno sguardo su degli avvenimenti che, allora come oggi, insegnano che «accettare l’ingiustizia del mondo significa rendersi complice del male» (Ivi).

 

 17 febbraio 2020