Fare la rivoluzione... ma come?

 

Il realismo di Gramsci non risparmia le critiche a chi, vivendo nell’iperuranio, pensa che la società si cambi solo coi buoni propositi. Cambiare i rapporti di forza – portare la maggioranza del popolo dalla propria parte – è un lavoro lungo e faticoso.

 

 

Nelle Noterelle sul Machiavelli, Gramsci, dopo una serie di ragionamenti sullo Stato, la coscienza del popolo e altri temi, sviluppa una riflessione centrale su quello che è il tema della rivoluzione. Più precisamente: nel momento in cui emerge un'ideologia che ha l'obiettivo di superare l'attuale situazione statale – espressione di una certa concezione del mondo, di determinati rapporti politico-economici, ecc. – si richiede la necessità di creare le condizioni adeguate affinché sia realmente possibile un superamento dello status quo. Se non si lavora concretamente, partendo da solide basi, per creare le condizioni favorevoli a ciò, fra cui in primis l'appoggio e la partecipazione della maggioranza del popolo, i propri obiettivi rimangono solo l'espressione di un progetto utopico, senza radici nella concretezza storica del momento. Bisogna, di conseguenza, cambiare i rapporti di forza.

 

Ma a cosa si riferisce Gramsci quando usa questa espressione? Secondo la riflessione del pensatore sardo, i momenti in cui si esplicitano i rapporti di forza sono molteplici.

Innanzitutto, vi sono quelle che si potrebbero definire le condizioni obiettive con sui si presenta un determinato assetto comunitario. Di fronte ad una certa struttura economico-sociale, con certi rapporti di produzione e relazioni fra le persone, si ha quel contesto contingente che va analizzato per capire cosa si può effettivamente fare. Sulla base di come la società è strutturata, si può «studiare se nella società esistono le condizioni necessarie e sufficienti per una sua trasformazione» e dunque «controllare il grado di realismo e di attuabilità delle diverse ideologie che sono nate nel suo stesso terreno». Constatare e comprendere l'attuale contesto è necessario proprio per non cadere nell'utopismo: sarebbe come credere, per esempio, per un convinto comunista, che nel 2019 in Italia ci siano le condizioni concrete per fare entro la fine dell'anno la rivoluzione; quando, lo studio dell'attuale assetto politico ed economico, nonché della posizione dei differenti cittadini di fronte al capitalismo e all'ideologia socialista, suggerisce tutt'altra visione. 

 

 

Ed è qua che subentra il secondo punto della questione: in un determinato assetto sociale, centrale è «il rapporto delle forze politiche, cioè la valutazione del grado di omogeneità, di autocoscienza e di organizzazione raggiunto dai vari gruppi sociali». Qualsiasi persona, di fronte alla realtà in cui vive, ha una certa coscienza di come questa realtà è strutturata; essa ha cioè un'opinione sulla cultura, l'economia, la politica, ecc. nelle quali è immersa. Qualsiasi azione che si prospetta in una società – soprattutto quando l'azione prevista è una rivoluzione, un cambio forte di assetto – non può prescindere dal grado di coscienza che il popolo ha. Anche presupposto, direbbe Gramsci, che il socialismo sia la direzione corretta, come si può attuarlo se non vi è comprensione di come farlo? Se non vi è convinzione fra la gente di fare un passo in quella direzione? Senza ciò, non si potrebbe che cadere nella violenza di una minoranza che impone ad una maggioranza il proprio interesse – l'esatto opposto di quello che il socialismo vorrebbe e dovrebbe essere, nel suo voler dare tutto il potere ai lavoratori e al popolo senza più privilegi di classe.

Si tratta di una posizione, quella di Gramsci, che rompe con qualsiasi visione prettamente deterministica o che riduca ogni peso dei cambiamenti sociali a questioni di crisi economiche o strutturali di un certo assetto:

 

« Si può escludere che, di per se stesse, le crisi economiche immediate producano eventi fondamentali; solo possono creare un terreno più favorevole a certi modi di pensare. »

 

Il contesto ha il suo peso nel capire che si può fare, ma è solo una faccia della medaglia. Come non si deve cadere nel volontarismo – agire senza realismo – così non bisogna scadere in un meccanicismo dimentico del valore dell'azione dialettica di confronto e discussione. Senza cioè una azione paziente e costante di educazione e dialogo con il popolo, con i lavoratori, non è possibile prospettare un cambio dell'ordine vigente (una questione assolutamente presente anche in un altro pensatore e politico affine a Gramsci, come si può leggere in questo articolo di Senza Tregua sulle Tesi di Aprile di Lenin). Questo è uno dei compiti più importanti, secondo Gramsci, per il partito politico, che deve porsi come avanguardia e non come gruppo elitario nei confronti del popolo: non deve cioè essere l'aristocrazia che guida con l'autorità imposta, ma la guida capace di riflettere con la gente su quale sia la migliore direzione da seguire, non rinunciando alla discussione e non avendo paura del contraddittorio.

 

 

Vi è poi un ultimo punto analizzato, quello del rapporto delle forze militari, sia a livello nazionale che internazionale. Pensare che si possa trascurare chi ha il controllo dell'esercito, purtroppo, è un grave errore. La triste vicenda cilena di Salvador Allende insegna che, anche se il popolo è dalla propria parte, il controllo militare in mano ad una minoranza che si prefigge obiettivi reazionari può avere effetti disastrosi.

 

Senza tuttavia approfondire quest'ultimo punto, vorrei concentrare l'attenzione sulla riflessione conclusiva che Gramsci fa sui rapporti di forza:

 

« Ma l'osservazione più importante da fare a proposito di ogni analisi concreta dei rapporti di forza è questa: che tali analisi non possono e non debbono essere fine a se stesse (a meno che non si scriva un capitolo di storia del passato) ma acquistano un significato solo se servono a giustificare una attività pratica, una iniziativa di volontà. Esse mostrano quali sono i punti di minore resistenza, dove la forza della volontà può essere applicata più fruttuosamente, suggeriscono le operazioni tattiche immediate, indicano come si può meglio impostare una campagna di agitazione politica, quale linguaggio sarà meglio compreso dalle moltitudini ecc. L’elemento decisivo di ogni situazione è la forza permanentemente organizzata e predisposta di lunga mano che si può fare avanzare quando si giudica che una situazione è favorevole (ed è favorevole solo in quanto una tale forza esista e sia piena di ardore combattivo); perciò il compito essenziale è quello di attendere sistematicamente e pazientemente a formare, sviluppare, rendere sempre più omogenea, compatta, consapevole di se stessa questa forza.  »

 

Con molta chiarezza, Gramsci ammonisce: studiate, assolutamente, non scadete nell'ignoranza, in pensieri astratti e sbagliati, ma che questo studio non sia la scusa per chiudersi in una torre d'avorio. Studiosi sì, ma militanti anche: se non si usa il proprio grado di coscienza per attuare un miglioramento della società – per fare la rivoluzione, direbbe lui – si è deciso di buttare tutto il lavoro fatto nella spazzatura.

 

25 novembre 2019