Gramsci e la "fatica del concetto" scolastica

 

L'apprendimento scolastico è un fenomeno complesso, né riducibile ad una passiva trasmissione di nozioni precostituite, né assimilabile ad una riflessione su formule e concetti vuoti. Di sicuro, come ben sottolinea il fondatore del PCI, è qualcosa che richiede impegno e costanza lavorativa da parte dello studente, se si vuole ottenere qualche risultato.

 

 

Nel dodicesimo dei Quaderni del carcere, Gramsci evidenzia come, «se si può parlare di intellettuali, non si può parlare di non-intellettuali, perché non-intellettuali non esistono».  L'attività riflessiva è cioè qualcosa di ontologico, che non può mancare nell'uomo, qualsiasi lavoro esso faccia. Ogni persona, infatti, all'interno della propria vita, inevitabilmente porta una certa concezione del mondo che influenza quanto praticamente compie. Tutti pensano, nessuno escluso.

Quanto varia, all'interno del lavoro intellettuale, è il grado, cioè l'impegno con cui ciascuno cerca di render coerente il proprio pensiero. E, se di certo non tutti possono fare i filosofi o i letterati, ciò non toglie l'importanza che vi sia un minimo di impegno da parte di ciascuno nel lavoro intellettuale: quanti danni non vengono fatti a causa dell'ignoranza? Come si può creare veramente una società democratica – che sia in mano al popolo – se le persone non hanno un grado di coscienza sufficiente a caricarsi sulle spalle le sorti del paese?

 

Per questo motivo, la scuola dell'obbligo diventa un passaggio necessario per l'instaurarsi della comunità. Ma che tipo di scuola? 

Certamente, l'insegnamento non può essere qualcosa di dogmatico. Non si può impartire una serie di nozioni all'alunno, come se venisse consegnato un prodotto bello e pronto, che lo studente deve solamente infilare passivamente dentro la propria memoria. Il nozionismo, nel senso negativo del termine, è la morte stessa della cultura e della crescita intellettuale. Ricevere passivamente qualcosa – darlo dunque per scontato, non comprenderlo veramente – è come non aver studiato. Portare in classe centinaia di dati e poi non far ragionare gli alunni non serve a nulla.

Si badi però a non cadere nemmeno nell'errore opposto – pericolo che Gramsci al suo tempo vedeva e che è tutt'ora attuale. Criticare il nozionismo non vuol dire sbarazzarsi di ogni nozione, di ogni dato. Ragionare non coincide col semplice atto di sedersi in cerchio con altre persone e "far pensare ognuno con la propria testa", tralasciando il lato faticoso – e in certi momenti pure meccanico – con cui si conoscono una serie di dati, fatti storici, pensieri altrui, ecc.

Altrimenti gli alunni non avranno nessun bagaglio su cui sviluppare i propri ragionamenti, se non la povera esperienza che un giovane inevitabilmente ha. L'istruzione (intesa come l'insegnamento di certe nozioni) non è divisibile dall'educazione (lo sviluppo delle capacità intellettive del discente). Far grandi riflessioni vuote di studio, portare discorsi formali e senza contenuto, è il modo migliore perché allo studente si riempia «la testa di formule e parole che per lui non hanno senso, il più delle volte, e che vengono subito dimenticate».

 

Come ironicamente riflette Gramsci:

 

« In realtà un mediocre insegnante può riuscire a ottenere che gli allievi diventino più istruiti, non riuscirà ad ottenere che siano più colti; egli svolgerà con scrupolo e coscienza burocratica la parte meccanica della scuola e l'allievo, se è un cervello attivo, ordinerà per conto suo, e con l'aiuto del suo ambiente sociale, il "bagaglio" accumulato. »

 

Se invece vien tolta alla base la fatica "nozionistica", «non vi sarà "bagaglio" del tutto da ordinare».

 

 

Se, tuttavia, fra istruzione ed educazione non può esserci messa una linea divisoria, va di conseguenza detto che lo stesso concetto di "nozione" è un astratto. Non esistono dati passivi da assimilare: qualsiasi comprensione della realtà passa tramite un processo soggettivo che dipende dall'alunno che si ha davanti, il quale avrà – nel momento dell'apprendimento – una coscienza diversamente sviluppata e spesso in contrasto con quanto dovrà apprendere (altrimenti si sarebbe già colti). Motivo che dà ancora più importanza al ruolo del maestro.

 

« La coscienza individuale della stragrande maggioranza dei fanciulli riflette rapporti civili e culturali diversi e antagonistici con quelli che sono rappresentati dai programmi scolastici. [...] Perciò si può dire che il lavoro istruzione-educazione può solo essere rappresentato dal lavoro vivente del maestro, in quanto il maestro è consapevole dei contrasti tra il tipo di società e di cultura che egli rappresenta e il tipo di società e di cultura rappresentato dagli allievi ed è consapevole del suo compito che consiste nell'accelerare e nel disciplinare la formazione del fanciullo. »

 

Il maestro dovrà dunque avere la capacità di valutare gli alunni che ha davanti; capire da che contesto culturale e socio-economico questi escono, così da approcciarsi nel modo migliore per agevolare l'apprendimento scolastico. Il suo obiettivo deve esser quello di guidare man mano lo studente verso il miglioramento delle proprie facoltà intellettuali, delle proprie conoscenze umanistiche e scientifiche, senza nascondere la "fatica del concetto" che inevitabilmente questo percorso comporta. Per saper ragionare bisogna prima di tutto autodisciplinarsi, abituarsi al sacrificio e a superare quelle difficoltà nello studio che sono necessarie per giungere allo sviluppo di un pensiero autonomo e coerente. 

Si pensi all'esempio gramsciano relativo alle lingue classiche. Una volta riconosciuto il valore dello studio del latino per lo sviluppo delle facoltà mentali del fanciullo, egli ricorda:

 

« La lingua latina si imparava secondo grammatica, meccanicamente; ma c'è molta ingiustizia e improprietà nell'accusa di meccanicità e di aridità. Si ha a che fare con ragazzetti, ai quali occorre far contrarre certe abitudini di diligenza, di esattezza, di compostezza anche fisica, di concentrazione psichica su determinati soggetti che non si possono acquistare senza una ripetizione meccanica di atti disciplinati e metodici. »

 

Senza cioè un lavoro difficile di formazione caratteriale nell'alunno, è impossibile poi portare questo ad una comprensione attiva e ragionata delle materie culturali.

Concludendo con le stesse parole di Gramsci:

 

« Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza. »

 

21 ottobre 2019