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La fine del mondo per sazietà

 

I fratelli Strugackij furono gli autori di un’opera unica La seconda invasione dei marziani, un romanzo di fantascienza ambientato in un futuro distopico in cui il dominio non si esercita attraverso la forza, ma attraverso la saturazione del senso.

 

 

I fratelli Arkadij (1925-1991) e Boris (1933-2012) Strugackij sono stati, assieme a Stanisław Lem, i più celebri scrittori di fantascienza sovietica, contribuendo a creare una corrente alternativa, per tematiche e ancor più per forma, alla sci-fi statunitense. Il loro titolo più celebre è certamente Picnic sul ciglio della strada, anche grazie all'adattamento sui generis che ne fece Andrej Tarkovskij nel suo capolavoro Stalker, ma scrissero anche romanzi come È difficile essere un dio, da cui Aleksej German trasse a sua volta un film, l'ultimo della sua filmografia, L'ultimo cerchio del paradiso, L'hotel dell'alpinista morto, Lo scarabeo nel formicaio e Destino zoppo. Dopo un'importante riedizione di Picnic sul ciglio della strada la ripubblicazione di Un miliardo di anni prima della fine del mondo e di È difficile essere un dio, tutti a cura di Paolo Nori, la casa editrice Marcos y Marcos ha dato alle stampa anche La seconda invasione dei marziani degli Strugackij nella traduzione di Marco Zapparoli, inquietante diario in prima persona di un presunto arrivo degli extraterrestri dai sorprendenti risvolti socio-economici ed energetici. Il romanzo contiene anche una delle frasi più belle di tutta l'opera dei due fratelli, che riassume bene il tono e il senso di tutta la narrazione: «la storia dell'umanità non finirà con il boato di una catastrofe cosmica, di un conflitto atomico o nella morsa della sovrappopolazione, ma a causa di una pacifica, terminale forma di sazietà.»

 

La narrazione de La seconda invasione dei marziani, che si apre con l'esclamazione in exergo “oh, questo dannato mondo conformista!”, si svolge in un paese dai nomi grecizzanti ma dai riferimenti politici che rimandano all’Italia fascista. La cronaca inizia il 1° giugno e procede fino a metà mese, seguendo l’escalation di un sospetto: forse i marziani sono davvero arrivati, o forse l’invasione è solo una proiezione collettiva di paura e desiderio di ordine. 

«Porsi almeno il problema di come sia possibile vedere dei fuochi d'artificio a duecento chilometri di distanza, no eh?», commenta ironico e frustrato il protagonista, l’insegnante di astronomia in pensione e accanito collezionista filatelico Apollo, di fronte alle prove eloquenti di manipolazione della stampa, che inizialmente aveva diffuso la notizia di una festa cittadina. La voce del protagonista Apollo nella prima parte de La seconda invasione dei marziani è quella di un uomo che non crede più in nulla ma non riesce a smettere di chiedere spiegazioni, sospeso tra scetticismo e follia; nell’ultima parte del romanzo, che sempre più assume il tono del diario paranoico, l’io narrante finisce per uniformarsi a sua volta alla vox populi che vede nei fatti misteriosi di inizio giugno un’invasione aliena. A volte si viene colti dal sospetto che Apollo stia sprofondando nelle allucinazioni dopo aver finito per credere alla storia dell’atterraggio marziano - e che questa fede sia la sua unica via di fuga da una realtà che non tollera più il dubbio.

 

La seconda invasione dei marziani è sensibilmente un’allegoria contro il potere totalitario e il suo controllo dell’informazione. Gli Strugackij costruiscono un mondo in cui il dominio non si esercita attraverso la forza, ma attraverso la saturazione del senso: tutti parlano dei marziani, nessuno sa chi siano, ma la loro esistenza diventa un fatto acquisito, un assioma. Qua e là c’è qualche richiamo più o meno diretto alla guerra fredda e soprattutto alla “strategia della tensione” e della mutua distruzione assicurata che la caratterizzava - «la guerra atomica è una guerra di nervi, capito? Loro minacciano noi, noi minacciamo loro: chi se la fa addosso per primo ha perso». La logica della Guerra Fredda si traduce in una forma di microfisica sociale: la paura come linguaggio universale, il sospetto come forma di governo. «Tutte queste favolette sui marziani sono ovviamente echi distorti di eventi reali. I cospiratori hanno sempre amato le parole altisonanti e misteriose, non si può nemmeno escludere che si facciano chiamare ‘marziani’, o qualcosa tipo ‘Alleanza per il miglioramento del pianeta Marte’, oppure, volendo, ‘Rinascita marziana’.» Ne La seconda invasione dei marziani gli Strugackij descrivono un potere che si maschera dietro un linguaggio mitico, capace di travestire la menzogna in epica fantascientifica – tanto quanto i nomi dei personaggi e dei luoghi si rifanno alla mitologia e alle storie greche. Si ritrova in questo romanzo la stessa meccanica che Franz Neumann individuava nel suo Behemot: il totalitarismo come caos organizzato, un sistema che dissolve il diritto e la verità per sostituirli con la mobilitazione permanente, con la confusione elevata a metodo.

 

 

In questo mondo ordinato e disumano, gli uomini imparano a «consumare placidamente la vodka blu e il pane blu»: prodotti alieni, surrogati rassicuranti di un benessere che ha sostituito la libertà. La vodka blu e il pane blu diventano simboli della pacificazione totale, della soddisfazione come anestesia. Gli Strugackij scrivono un romanzo sulla società del consumo, ma anche sulla fine della memoria storica: una civiltà che non vuole ricordare le proprie catastrofi, perché preferisce il conforto della sazietà. «Capisco: si uccide perché si è sotto la minaccia delle armi, si uccide per non essere uccisi. Anche questo lo trovo disgustoso, ripugnante, però almeno è naturale. Ma quelli non li costringe nessuno. Partigiani! Lo so io come sono fatti.» Gli Strugackij smascherano la trasformazione della morale in automatismo, riecheggiando la dinamica di quella che Theodor W. Adorno aveva definito “la dialettica della razionalità strumentale”: la capacità della modernità di rendere accettabile ogni barbarie in nome dell’efficienza. Quando ormai è caduto a sua volta succube della narrazione maggioritaria che vuole in atto una pacifica e civilissima invasione dei marziani, il protagonista, nel suo dialogo con Caronte, esplode in un monologo dagli accesi toni populistici: «Che peccato, la civiltà venduta per pochi soldi! Ma ringrazia che te li danno, questi soldi! … Ai contadini? Cosa avete offerto ai contadini? … Ha bisogno di poter coltivare il proprio raccolto e di venderlo a un buon prezzo! … In diecimila anni nessuno è mai riuscito a dargli un po' di stabilità, invece i marziani sì!» L’invettiva è contraddittoria e rivelatrice: la voce del popolo si fonde con quella del potere, la rivolta si piega alla nostalgia dell’ordine. È la perfetta incarnazione di ciò che Adorno chiamava il consenso dei dominati, l’identificazione con l’aggressore.

 

Ne La seconda invasione dei marziani gli Strugackij ci mostrano un totalitarismo privo di terrore: un potere che convince invece di costringere, che addormenta invece di reprimere. È la fine della tragedia e l’inizio della farsa, o, per dirla con Neumann, il momento in cui Behemot – il caos amministrato – divora il Leviatano della legge. Non è neanche inopportuno evidenziare le distanti affinità tra l’immaginario concettuale sfoderato dagli Strugackij ne La seconda invasione dei marziani e le riflessioni di Pier Paolo Pasolini sul carattere totalitario del consumismo, soprattutto negli Scritti corsari, nelle Lettere luterane ed in Petrolio. Nondimeno, nel fondo di questo romanzo claustrofobico e inquietante, resta uno spiraglio di libertà. A volte la follia del protagonista sembra richiamare quella “fede nell’assurdo” di cui scriveva Lev Šestov: la ribellione dell’individuo che rifiuta il dominio della ragione e del sistema, anche a costo di perdersi. Solo chi accetta di perdersi può forse salvarsi, suggeriscono gli Strugackij. Perché, come nei loro mondi migliori, la vera invasione non viene mai dallo spazio, ma dall’interno dell’animo umano.

 

27 dicembre 2025