La democrazia e i suoi critici: la visione di Robert A. Dahl

 

Il seguente articoletto ha come auspicio quello di offrire al lettore una rapida analisi riguardo il sistema democratico adottato nei limiti delle cornici istituzionali e nazionali, al netto di un periodo di crisi all’interno del quale la democrazia è posta costantemente in dubbio e non in grado più di assolvere il compito di potenziale risposta positiva per le esigenze sociali. 

 

di Davide Moscatelli

 

 

I luoghi, ad esempio il Parlamento, inizialmente pensati come le sorgenti di politiche decisionali hanno perso la loro ragion d’essere. Siamo de facto dentro un periodo in cui le istituzioni democratiche occidentali sono internamente indebolite nella loro valenza e riescono a mantenere solo esteriormente una flebile parvenza di peso politico.

 

Sicuramente un tale cambiamento è dovuto anche al primato che l’economia è riuscita ad acquisire nei confronti della politica delle società occidentali. Quella fu spinta da un ideale che immaginò il mercato come ''libero'', ovverosia in grado di equilibrarsi autonomamente con la domanda e l’offerta dei beni. Tuttavia la sfera economica deregolamentata riuscì ad erompere dai propri confini fino ad arrivare nel terreno politico, assoggettandolo. A riprova di ciò è sufficiente osservare cosa è accaduto nelle società occidentali nelle ultime cinque decadi. Le decisioni prese secondo un percorso democratico sono state man mano disattese, seguendo una strada più favorevole per l’ordine dominante capitalistico. Un tale atteggiamento ha portato ad una costante crescita dell’insoddisfazione popolare nei riguardi della sfera decisionale. Conseguentemente a ciò, vi è stato un progressivo calo della partecipazione politica da parte dei cittadini, oramai consapevoli della loro ininfluenza. Le altre ragioni annoverabili tra le cause della crisi democratica sono l’avvento dei social network, il non-luogo sede dei dibattiti politici per ogni cittadino dotato di una connessione Internet e fonte principale di fake news; i conflitti nel continente europeo, nonostante la richiesta di pace avanzata a più riprese da milioni di cittadini. Si deve altresì annoverare tra le cause, il generale e costante clima di emergenza che dalla diffusione del Covid-19 in poi non ci ha abbandonato. Infine anche il ruolo ricoperto oggi dai mezzi di informazione allontana le persone dalla vita politica, poiché essi non fanno che offrirsi come cassa di risonanza dei politici, anziché farsi portavoce di quella parte di popolazione che chiede di essere ascoltata.

 

In soccorso della democrazia Dahl scrive la sua opera principale, dal titolo La democrazia e i suoi critici (1989). Nel testo egli analizza attraverso il dialogo dallo stile platonico uno per uno gli avversari dei regimi democratici, mettendo in risalto i vantaggi e gli svantaggi delle altre forme statali e motivando perché sia sempre desiderabile scegliere il governo del popolo. Le principali obiezioni sono mosse dalla corrente anarchica e da quella a favore del governo dei custodi. La prima è contro qualsivoglia forma di coercizione, vista come una cosa in sé cattiva e poiché ogni Stato possiede una natura coercitiva gli anarchici considerano l’associazione statale un male. L’obiezione non è da sottovalutare in quanto i sostenitori della democrazia sono convinti del fatto che la forma di governo da loro appoggiata debba appartenere allo Stato e tuttavia «applicare la democrazia allo Stato implica necessariamente la democrazia nella coercizione».

 

Per scardinare la non semplice argomentazione anarchica l’autore immagina una sfida dialettica tra un ipotetico anarchico e un difensore della democrazia, in cui il punto di partenza del primo deriva dall’idea che nessuno sia obbligato ad ubbidire ad uno Stato cattivo. Una simile convinzione risale già al XIII secolo, periodo nel quale San Tommaso d’Aquino esortò alla ribellione i cristiani prossimi alla minaccia della tirannia, tesi ribaltata nel XVI secolo dal pensiero luterano sostenitore invece dell’obbedienza anche nei confronti di un cattivo governo. Soltanto con l’avvento del Settecento e delle sue rivoluzioni, francese e americana, tornò in auge la visione a favore della resistenza contro uno Stato dispotico, rafforzata dalle esperienze negative dei regimi totalitari del Novecento.

 

Il secondo punto cardine della tesi sostenuta dall’immaginario anarchico inquadra tutte le associazioni statali attraverso un’ottica coercitiva, in quanto lo Stato è l’unica associazione in grado di imporre le sanzioni costrittivamente nei riguardi di chi disobbediva alle leggi. Il terzo presupposto descrive la coercizione come un male in sé in quanto tramite l’utilizzo della minaccia si obbligano gli individui a rispettare le varie disposizioni statali. Tale minaccia può divenire attuazione della punizione per dotare la coercizione di credibilità, caratteristica necessaria per scoraggiare quelle individualità che rifiutano di seguire le leggi. Secondo l’anarchico sarebbe meglio raggiungere l’obbedienza senza la punizione, il che rende indesiderabile la costrizione. Il quarto e ultimo asse portante della concezione anarchica asserisce che una società senza Stato è un’opzione desiderabile a una società provvista di Stato, poiché anche il processo democratico non esula dalla coercizione, in quanto permette a molti di imporre la loro decisione facendo leva sul principio di maggioranza. Solamente il principio dell’unanimità impedirebbe la costrizione e dunque giustificherebbe il processo democratico. Tuttavia nel momento in cui un’associazione prendesse delle decisioni in maniera unanime cesserebbe quel carattere coercitivo tipico dello Stato e in questo modo l’associazione stessa non sarebbe un’associazione statale. Il passo successivo all’enucleazione dei presupposti teorici dell’anarchia consiste nella risposta di Dahl nei riguardi di due punti essenziali della corrente anarchica, quali l’esistenza di un’alternativa allo Stato e  la visione secondo cui tutti gli Stati sono un male, data la loro capacità coercitiva.

 

L’autore inizia la sua arringa in favore della democrazia analizzando la possibilità di giustificazione della coercizione nonostante la propria intrinsecità maligna, dotandosi di due punti di vista, uno empirico e l’altro morale. Dal lato delle valutazioni empiriche supponendo che in mezzo ad un gruppo di individui presenti nello stato di natura esistano dei «malfattori recidivi» sorgerebbe un annoso problema per i detrattori della coercizione. In una simile condizione la costrizione assumerebbe un ruolo ineluttabile: o sarebbe adoperata dai malfattori per sottomettere un numero di persone crescente fino ad arrivare alla creazione di una società statale maligna, o dai loro repressori per impedire che un’eventualità simile prenda piede. Secondo gli anarchici l’esistenza dell’imposizione è destinata a scomparire o a raggiungere livelli tollerabili in assenza dello Stato, ma se continuasse ad esistere anche in mancanza dell’associazione statale la tesi anarchica subirebbe un indebolimento. Per quel che concerne un punto di vista empirico-utilitaristico se la creazione società statale comportasse più vantaggi rispetto agli svantaggi, allora sarebbe «ragionevole optare per uno Stato». Con l’ammissione dell’esistenza della coercizione al di fuori dell’associazione statale, sarebbe invece lecito chiedersi quando farne ricorso, secondo una valutazione morale. Tuttavia su questo punto nemmeno gli anarchici trovava un accordo, in quanto una parte è a favore del suo utilizzo esclusivamente per rovesciare lo Stato, mentre un’altra non ne ammette mai il ricorso. Secondo Dahl la prima ipotesi giustifica implicitamente il ricorso alla violenza anche in altri casi, come per esempio la repressione dei malfattori recidivi, oltre al fatto che il suo impiego può essere utilizzato per massimizzare la libertà, l’uguaglianza e la giustizia. Non vi è infatti nessuna motivazione logicamente valida che ne impedisca l’utilizzo per un simile scopo. Dalla seconda ipotesi invece sorgono due difficoltà, vale a dire che rispettandola si consente ai malfattori di fare ricorso all’imposizione, oppure si deve utilizzare la coercizione per ostacolare gli stessi. Infine non è chiaro per quale motivo si debba considerare l’assenza di coercizione un valore superiore alla libertà, la giustizia e la felicità, infatti se alcuni di questi diritti (o tutti) fossero superiori, sarebbe giustificato l’impiego della costrizione, qualora questa fosse l’unico mezzo per ottenerli.

 

 

L’altro caposaldo analizzato da Dahl riguarda la necessità della creazione di uno Stato, considerando che con molta probabilità l’imposizione continuerebbe ad esistere anche in sua assenza. Dal punto di vista di molti anarchici i vantaggi derivanti dalla coercizione non sono superiori agli svantaggi ed anzi sono convinti che alcune problematiche comportamentali derivino dai processi di socializzazione a cui gli individui sono sottoposti per agire in conformità ai dettami statali. Per loro l’eliminazione dell’apparato statale e l’introduzione di adeguate misure sociali ed economiche porterebbe a livelli tollerabili la delinquenza, avallando de facto l’idea che una società priva della presenza statale sarebbe «migliore di una società dotata di uno Stato». L’empiria fornisce degli esempi di co-esistenza umana soddisfacente e avulsa dall’influenza statale, come per esempio le tribù prive di scrittura o gli Inuit del Canada settentrionale. Nonostante il supporto di simili testimonianze è utopico pensare ad un ritorno ai piccoli gruppi indipendenti e questo per l’autore è motivato da tre condizioni. L’enorme densità di popolazione la quale toglie spazio all’indipendenza di una comunità; l’impossibilità di spezzare i legami di interdipendenza esistenti tra i vari popoli; infine la vulnerabilità delle piccole comunità verso la capacità dei grandi Stati di inglobarle. In definitiva l’assenza di uno Stato non azzererebbe l’esistenza della coercizione, anzi qualora non esistesse una società statale si correrebbe il rischio di lasciare strada libera ad alcuni cittadini aventi l’intento di creare uno Stato delinquenziale. Per evitare la creazione di un’associazione statale serve un’associazione dall’elevato grado di autonomia, molto piccola e composta da una fitta rete di legami, ma nella società moderna assistere alla creazione di simili gruppi secondo un numero sufficientemente ampio è indesiderabile. Da qui la conclusione secondo la quale tentare di creare uno Stato soddisfacente sia preferibile piuttosto che tentare di vivere in una società senza Stato.

 

Come già messo in evidenza, la linea apologetica di Dahl è a sostegno della desiderabilità di un regime democratico su qualunque alternativa, si devono intendere perciò i riferimenti dell’autore sull’appetibilità di una forma statale come riguardanti sempre una morfologia democratica. Questo breve precisazione è necessaria per introdurre la risposta del politologo americano circa l’obbedienza nei riguardi delle leggi di uno Stato (democratico) data la sua preferibilità. Secondo il filosofo sarebbe insensato scegliere di preferire la democraticità della forma statale ignorando l’obbligo di obbedienza alle leggi, in quanto l’essere-democratici presuppone non solo il sostegno di una serie di diritti, ma anche di un complesso di doveri. Tuttavia tale asserzione non implica deferenza, infatti può talvolta accadere che la maggioranza promulghi una legge che ostacoli i «convincimenti morali» della minoranza. Questo rappresenta un tipico caso in cui sorgerebbero dei conflitti: per agire correttamente sarebbe necessario soppesare gli effetti dell’obbedienza e della disobbedienza. In linea di massima tuttavia possiamo dire che in situazioni come queste sarebbe ragionevole disobbedire alla disposizione di legge. È dunque lecito accettare l’autorità dello Stato democratico, ma questo non significa agire contro i propri principi morali tout court. Il confronto con l’anarchismo schiude infine le porte all’imperfezione di tutti gli Stati, in quanto ognuno di essi deve far ricorso alla coercizione. Non fa eccezione nemmeno la democrazia, la quale esige il ricorso alla costrizione, seppure in maniera limitata, nei riguardi di chi altrimenti disobbedirebbe. Per evitare il ricorso all’imposizione, l’anarchia esplicita la necessità di un’obbedienza unanime, condizione fattualmente impossibile. Per cui secondo tale corrente in una società perfetta la coercizione non esisterebbe in virtù di un consenso unanime circa le decisioni del governo.

 

Terminato il confronto tra anarchia e democrazia il passo successivo di Dahl è mettere a confronto quest’ultima con la visione del governo dei custodi. Tale prospettiva esclude la possibilità di affidare ai cittadini la comprensione sia degli interessi della società, sia dei propri. La formazione del governo inoltre non deve essere rimessa alle competenze della gente comune, bensì a una minoranza di persone che con la loro conoscenza e virtù si dimostrano superiori. La proposta di un governo affidato alle capacità dei custodi compare nella sua forma più completa all’interno dell’opera platonica La Repubblica (IV secolo a.C.). Dunque l’ipotesi di una società strutturata secondo una forma gerarchica anticipa la formulazione di una comunità gestita tramite un ordine democratico, per questo Robert Dahl asserisce che la gerarchia sia «la rivale più temibile della democrazia; e poiché la tesi del governo dei custodi rappresenta la giustificazione classica del governo gerarchico, anche sul piano teorico il governo dei custodi costituisce il rivale più temibile della democrazia». Secondo Platone l’arte di governare è da considerarsi l’arte regia e come i medici e i piloti necessitano di un addestramento per divenire tali, così gli uomini e le donne per ottenere un’eccellente preparazione nel campo della scienza politica devono essere preparati in maniera rigorosa. I custodi hanno il compito, in quanto filosofi, di cercare la verità e a loro è affidato il discernimento su quale sia il bene della società, ma per ottenere un simile risultato i loro interessi devono essere subordinati a quelli della polis. Infine nella teoria politica platonica in una società retta dai custodi i cittadini, riconoscendone le abilità e la dedizione per l’ottenimento del bene comune, garantirebbero il loro appoggio al governo.

 

Dahl parte dalle necessità, condivise con il democratico, dello Stato e dal fatto che gli interessi di tutti i cittadini debbano ricevere pari considerazione. Il punto di distacco con le idee democratiche si innerva nella consapevolezza che soltanto un gruppo ristretto di persone altamente qualificate possiede la virtù e la conoscenza necessarie per ricercare il bene comune. Tale concezione è sostenuta da un esempio tratto dalla realtà fattuale, ovverosia che tutti i paesi democratici escludono dalla cittadinanza i bambini, in quanto non qualificati per governare. L’esclusione degli infanti, a detta dell’aristocratico, dimostra che in realtà sia la democrazia che il governo dei custodi sono concordi sul fatto che governare sia un’attività spettante solo a quei cittadini qualificati a farlo. A questo punto è lecito chiedersi quali siano gli individui più capaci. Per trovare la risposta è anzitutto necessario chiarire che il governo dei custodi non si ottiene semplicemente aggiungendo alla democrazia la meritocrazia, poiché quest’ultima si riferisce «a un insieme di funzionari scelti esclusivamente in base al merito e attraverso una selezione competitiva, ma che almeno nominalmente sono subordinati ad altri: il consiglio dei ministri, il primo ministro, il presidente, la legislatura, e simili». Per il sostenitore del governo dei custodi intesa in questo modo la meritocrazia può essere omogenea con il processo democratico, in quanto è sufficiente che le autorità preposte al controllo delle burocrazie siano soggette al processo stesso per divenire dei funzionari del demos. In realtà però il governo tecnocratico si distingue dalla democrazia in quanto lo Stato è retto da governanti capaci, provenienti da una minoranza adulta e non soggetta al processo democratico. Essere politicamente competenti significa possedere una giusta comprensione dei fini che il governo deve raggiungere, in poche parole si richiede una «capacità morale». Così come i bambini sono esclusi dal demo perché non hanno tale capacità, così deve accadere anche per quelle persone che non comprendono i propri interessi. Per l’aristocratico è inoltre inutile conoscere i fini giusti non sapendo come fare per conseguirli e dunque anche chi è sprovvisto di una simile qualità, denominata «virtù»[6], deve essere escluso dalla guida della società. Dall’unione della capacità morale e della virtù si ottiene un politico «moralmente competente». Da sola tuttavia tale capacità non si dimostra sufficiente: occorre che il governante ideale abbia dimestichezza anche con i mezzi migliori da utilizzare per ottenere i fini desiderati, insomma della «conoscenza tecnica» adeguata.

 

Esposte le qualità che caratterizzano l’abilità politica, il dialogo si sposta sulla desiderabilità del governo dei custodi rispetto alla democrazia. Due sono le motivazioni che giustificano una tale scelta. Una è negativa e riguarda la mancanza del possesso da parte del demos di quelle qualità necessarie per governare, mentre la seconda è positiva e concerne la possibilità di creare una minoranza dalle capacità superiori per conoscenza e virtù, vale a dire un’élite. Il democratico non può che dissentire con l’asserzione secondo la quale soltanto una cerchia ristretti di individui sia dotata di un senso morale superiore, poiché dal suo punto di vista qualunque essere umano ne possiede un adatto livello ed è perciò impossibile trovare chi ne abbia uno più eminente. Tuttavia per il sostenitore del governo dei custodi il raggiungimento di un’adeguata comprensione morale circa i propri bisogni, atta all’ottenimento di una vita soddisfacente, richiede un lavoro di introspezione non accessibile a tutti. Pochi nella storia dell’essere umano sono stati gli individui che seguono il detto “Conosci te stesso” (gnōthi sautón) professato dall’oracolo di Delfi. Un esempio eccelso è rappresentato da Gesù Cristo il quale stigmatizza l’ottenimento della felicità attraverso il godimento delle cose futili, soprattutto materiali. Ciononostante gli americani fanno esattamente il contrario, basando la propria esistenza sul consumo costante di cose sensibili. Un simile esempio mostra l’incapacità da parte della maggior parte delle persone di fare ciò che è necessario per acquisire un’appropriata comprensione dei propri bisogni, per questo non sono diversi dai bambini, ovverosia incapaci di governarsi.

 

Naturalmente l’essere incapaci di governare sé stessi implica che lo siano anche per governare gli altri, questo non soltanto perché sia più difficile comprendere i bisogni altrui rispetto ai propri, ma anche perché simili individui non attribuiscono agli interessi di terzi lo stesso peso che essi danno ai propri. L’egoismo è in contrasto con la virtù necessaria per prendere fondamentali decisioni, e dunque è esclusa la maggior parte degli esseri umani dalla sfera della competenza politica. Oltre a ciò l’aristocratico sostiene che l’incapacità di decidere sulle questione tecniche sia un fatto innegabile: non tutti sono preparati a prendere decisioni su «gli armamenti nucleari e le relative strategie, lo smaltimento delle scorie radioattive, la regolamentazione delle ricerche di ingegneria genetica, l’opportunità di un programma spaziale che preveda l’impiego di equipaggi, e così via». Ecco dunque che gli inesperti devono affidarsi alle conoscenze degli esperti. Occorre comunque precisare che quest’ultimi e i contemporanei tecnici non corrispondono alla figura dei custodi. Per essere tali è necessaria un’educazione e conoscenza specifiche sulla virtù, qualità di cui i primi sono sprovvisti e la cui preparazione permette di essere superiore a chiunque nell’arte di governare. Di conseguenza nella visione dell’aristocratico una minoranza qualificata è in grado di guidare la comunità verso il bene comune in maniera migliore rispetto a quanto farebbe un’intera popolazione dotata dell’opportunità di autogovernarsi.

 

Terminata l’esposizione della teoria del governo dei custodi, il passo successivo di Dahl è quello di analizzarne le criticità concettuali. L’impianto teorico poggia su due fondamenta: la prima descrive la conoscenza sul bene comune e sui mezzi atti ad ottenerlo con una rigorosità scientifica, la stessa rigorosità propria delle scienze matematiche; invece la seconda asserisce che una simile conoscenza può essere raggiunta da una cerchia molto ristretta di individui. È sufficiente che una delle due proposizioni sia invalidata per far crollare tutto l’edificio del governo aristocratico. Trattando la prima enunciazione, l’autore americano nota che pochi sono i filosofi sostenitori di una validità “oggettiva” dei giudizi morali, al pari della fisica o della matematica. Se le conoscenze morali fossero oggettivamente valide come quelle delle scienze rigorose, allora sarebbe possibile dimostrarne la validità intersoggettiva, cosa evidentemente impossibile in quanto gli assunti morali non godono di quella oggettività essenziale per le materie scientifiche. Questo tuttavia non significa che le leggi morali siano del tutto arbitrarie, poiché esistono un’esperienza e una ratio umane che attraverso i loro esami sono in grado di fornire risposte ampiamente accettate dagli individui. È dunque impossibile per chiunque, custodi  compresi, possedere una conoscenza oggettiva delle disposizioni morali.

 

Al massimo i custodi possono avere una conoscenza sui giudizi morali più alta rispetto alla gente comune, ma non una oggettiva, fatto questo che alimenta i problemi di individuazione su chi possa ricoprire il ruolo di governante. Comunque non tutti sono concordi sul fatto che per governare sia necessaria un’adeguata conoscenza morale, infatti secondo costoro ciò che si richiede è una conoscenza strumentale, ovverosia «una comprensione corretta dei mezzi più efficaci per conseguire fini ampiamente o addirittura universalmente accettati, quali la felicità e il benessere umani». Una tale epistḗmē deriva da un sapere esclusivamente empirico dell’essere umano e della società e può essere posta accanto alle altre scienze empiriche. Tale sussunto schiude dunque le porte all’accesso al ruolo di custodi da parte degli ingegneri, degli scienziati e dei tecnici. Le decisioni da adottare  riguardo alle direzioni politiche da perseguire dipendono dalla conoscenza empirica, come nel caso delle valutazioni da compiere nel campo degli armamenti nucleari. Le difficoltà che sorgono non riguardano tanto la scelta dei fini, i quali possono essere nel nostro esempio la sopravvivenza degli esseri umani o anche la sopravvivenza delle nazioni, quanto quella dei mezzi. La tipologia di conoscenza necessaria ad affrontare tali problematiche è scientifica o strumentale e data la sua complessità è evidente che non sia alla portata di tutti i cittadini. Perciò le strategie d’azione nucleari devono essere affidate alle capacità di pochi esperti e non rimesse alla volontà generale del demos.

 

Tuttavia chi sostiene tale tesi è in errore secondo la visione di Dahl, in quanto le decisioni relative agli armamenti nucleari non sono scevre da implicazioni morali. Basta infatti porsi il quesito se sia giustificabile una guerra nucleare per essere già dentro il campo etico. L’essenza anche morale di decisioni così delicate decostruisce la base meramente strumentale strutturata esclusivamente da ragionamenti scientifici e tecnici. Nemmeno le decisioni strategiche sono esenti da implicazioni morali, fatto che provoca un conseguente crollo del principio secondo cui la sola epistḗmē scientifica sia sufficiente per governare. È altresì vero che le valutazioni morali nulla possono esprimere riguardo alle conseguenze successive ad una determinata scelta, oppure quali sono queste alternative, insomma circostanze tipiche del mondo empirico ed è perciò necessario affiancare a simili asserzioni la conoscenza strumentale. Le valutazioni politiche richiedono entrambe le tipologie di conoscenze, le quali dunque considerate singolarmente non sono sufficienti nel prendere una decisione corretta ed ecco perché risulta fallace la tesi a favore di un governo retto da un’élite tecnocratica. Da un punto di vista generico la preparazione tecnica non fornisce una facoltà di discernimento morale maggiore rispetto agli altri campi del sapere. Risulta infatti difettosa secondo tre aspetti: il grado di conoscenza specialistica richiesto per divenire specialisti in qualche cosa è estremamente elevato, ma questo vuole dire essere preparati specificatamente su qualche cosa e rimanere all’oscuro del resto. La seconda osservazione contesta l’esistenza di un scienza che sintetizzi in sé la conoscenza morale e strumentale, dunque non possono esistere nemmeno i suoi esperti; infine il terzo punto riguarda la base delle valutazioni strumentali, la quale non è mai fornita da un presupposto tecnico o scientifico, ma da giudizi ontologici quali per esempio «il mondo è fatto così, non colà, tende a funzionare in questo modo, non in quell’altro»

 

Terminata la disamina delle fallace presenti nell’assunto riguardante la necessità di una conoscenza strumentale, Dahl passa ad analizzare il modo decisionale attuabile dai custodi qualora si trovino in disaccordo. Questa necessità non è dunque esclusiva del processo democratico, bensì di qualsivoglia alternativa inglobante la decisione collettiva. I sostenitori del governo dei custodi asseriscono che è possibile avere una conoscenza morale e scientifica basata sull’infallibilità della ratio, un assunto che ignora la caratteristica delle decisioni politiche più delicate, ovverosia il bisogno di una «valutazione del rischio, dell’incertezza e dei compromessi». La componente rischiosa si innerva nella scelta fra le diverse alternative aventi conseguenze non certe, il che consente al massimo di poter indovinare con incertezza la probabilità di manifestazione di una conseguenza, all’interno di un ventaglio più ampio. Infine le direzione politiche importanti necessitano di un’analisi dei compromessi tra i vari valori in campo (per esempio uguaglianza contro libertà). È perciò chiaro che le valutazioni circa le incertezze e i compromessi dei percorsi politici da intraprendere ridimensionano la presunta migliore capacità di discernimento dei custodi, il che esclude la possibilità che possa esistere una reale conoscenza morale, strumentale e pratica. Inoltre non vi è alcuna garanzia che i custodi perseguirebbero il bene comune anziché il proprio, come del resto potrebbe accadere anche con i delegati dei regimi democratici. La differenza si sostanzia nel fatto che il governo dei custodi aliena l’autorità dal demos invece che delegarla come accade nei sistemi democratici, il che nega ai cittadini qualsivoglia mezzo legale per intervenire in caso di disaccordo con il governo. Vi è perciò una sola modalità utile al riottenimento dell’autorità e questa è la rivoluzione.

 

Occorre altresì considerare che probabilmente i custodi non terrebbero in considerazione la volontà collettiva, in quanto derivante da una forma di conoscenza non vera. Un esempio di tale abuso dell’autorità nelle società moderne è rappresentato dai totalitarismi del XX secolo, la cui alba possiede un fattore comune a prescindere dall’ideologia di partenza: quello di essere i soli conoscitori e protettori del bene collettivo. Ciononostante il confronto con il sistema di governo finora approfondito risulta utile per mettere in risalto il bisogno di conoscenza e virtù da parte dei governanti. In un’ottica ideale tuttavia il governo dei custodi non è superiore alla democrazia poiché l’accesso alla formulazione delle leggi, ovverosia una delle libertà più importanti, è consentito solamente ai custodi stessi. Secondo l’ottica di Dahl inoltre tutti i regimi politici sono passibili di errori, ma la storia dimostra che i più gravi sono stati commessi da quelli dove a decidere non è stato il popolo nella sua interezza. Soltanto l’impegno dato dal governo di sé stessi è in grado di implementare la responsabilità morale di tutti i cittadini.

 

 

19 aprile 2026