Populismo: il mercato della politica

 

La competizione sregolata della logica capitalista, riducendo la politica a mercato, ha dato inizio ad una rincorsa insensata verso la ricerca di una popolarità a tutti i costi e priva di scopi, in altre parole, verso una popolarità senza “fine”.

 

di Simone Basso

 

Grigorij Mjasoedov, "Lo zemsto è a pranzo" (1872)
Grigorij Mjasoedov, "Lo zemsto è a pranzo" (1872)

 

Nel tempo della Prima Repubblica italiana, Democrazia Cristiana e Partito Comunista, forti di un alto consenso popolare, disponevano entrambi di una buona organizzazione sociale, coinvolgevano ed appassionavano il popolo all’interesse per le vicende dello Stato. Le convinzioni, talvolta ideologiche, rimanevano stabili nel tempo. Fulcro del rapporto duraturo tra partiti ed elettori era la fiducia, elemento capace di instaurare una relazione difficile da indebolire proprio in virtù della coerenza comune che condividevano nel perseguire i progetti politici. Una volta riconosciuta l’appartenenza ad un determinato schieramento politico, era infatti difficile che un elettore fosse disposto a cambiare preferenza alle elezioni successive. I partiti offrivano la loro proposta, il popolo sceglieva.

 

Quelle che erano le linee guida politiche, più o meno accettate da tutte le parti in gioco, si sono però rivelate essere, nel lungo periodo, incapaci di mantenere una direzione duratura e costante. Seguendo l’ondata liberista del cuore degli anni ’80, sulla scia dei leader politici anglosassoni, si è andati verso una sempre più smodata tutela della possibilità della monade individuo di commerciare liberamente e, grazie alla doppia “deregulation” Reganiana e Tatcherina, verso l’abbattimento di ogni muro eretto in funzione anti-capitale. Queste politiche, che cercavano nell’inseguimento del mero profitto il principio su cui costruire un “equilibrio della competizione”, hanno presto mostrato i loro limiti. Esemplarmente nella televisione italiana, tale “libertà”, meglio definibile come “arbitrio”, frutto di una non regolamentazione, ha dato inizio ad una corsa alla ricerca della popolarità, che si è rivelata in seguito evolvere in populismo. Al tempo del duopolio Rai-Fininvest, quello che inizialmente era il goliardico Carosello non bastò più e la comunicazione pubblicitaria iniziò a vendere non semplici beni di consumo, ma sogni, stili di vita; e per farlo divenne accattivante, seducente, ammaliante – tutto pur di celare l’unico scopo del proprio essere: persuadere.

 

I canali televisivi per sopravvivere alla concorrenza dovettero iniziare a vendere le notizie, per ottenere share, per vendere spazi pubblicitari, per vendere prodotti. La comunicazione come mezzo di diffusione di un’ideologia in cui l’informazione diviene sensazionalismo, l’intrattenimento diviene adescamento, l’audience si proclama unico decisore nella composizione dei palinsesti e, più in generale, ogni bene commerciabile diventa commerciale. Quelle stesse aspirazioni guida, insomma, si sono rivelate causa stessa del male a cui recentemente si è dato il nome di “populismo”. Così, la mera soddisfazione della domanda più popolare è stata eretta come unico criterio di giudizio nella definizione della direzione da perseguire. “Princìpi” che contenevano fin da “principio” la loro stessa degenerazione.

 

W. Kentridge, senza titolo (1998)
W. Kentridge, senza titolo (1998)

 

Lo stesso Anthony Giddens ha definito il processo in atto nel nostro tempo “radicalizzazione della modernità”, ponendo in evidenza come il prosieguo e l’acuirsi del procedere postmoderno di oggi siano soltanto una riproposizione, il risultato di una auto-chiarificazione da parte del pensiero moderno di sé stesso. Da una parte il capitalismo in economia, dall’altra il populismo in politica. Negli anni delle mediazioni estremiste, per tentare di arginare la degenerazione del senso d’appartenenza e il crollo degli iscritti, i partiti hanno imparato, prima, a vendere la propria offerta politica e, poi, a costruire il proprio prodotto su misura del grande pubblico grazie ai sondaggi e alle grandi rilevazioni di esperti analisti di mercato.

 

I trend-topic, le opinioni più in voga, le retoriche senza argomenti concorrono tutti alla ricerca della popolarità di cui la realizzazione politica si esprime nel populismo. Non quell’aggettivo di poco conto che recentemente le classi politiche giocano a lanciarsi dietro; ma quell’intrinseca qualità dell’essere più inconsistente, quella demagogia profonda che costruisce poggiandosi “sull’aria che tira” e che annienta la ricerca stessa di un’identità. L’inconsapevole populismo che da decenni, molto prima che iniziasse ad essere nominato, si annida e ingigantisce all’ombra della politica globale. La celebre metafora di Bauman riguardo la liquidità della società moderna risulta funzionare anche quando applicata all’elettorato odierno, contraddittorio e precario; caratteristiche ugualmente rintracciabili nei politici, “follower” del consenso, che compongono il liquido attraverso il quale si sfalda qualsiasi forma di struttura politica stabile e coerente.

 

La proliferazione dei nuovi partiti, le coalizioni e le scissioni degli ultimi vent’anni esprimono tale disfacimento. La ricerca della visibilità, al tempo della commercializzazione, spinge al rilancio continuo delle offerte da un lato sempre nuove, flessibili alle tendenze del momento, dall’altro sempre costruite sulla stessa infondatezza; e con spettacolarizzazione, semplificazione e superficialità mirano a trionfare facendo assumere al vecchio la parvenza del nuovo. Un popolo alla mercé di sé stesso, delle proprie momentanee paure e illusioni, il quale, perduta la predisposizione all’auto-organizzazione e nell’incapacità di eleggere il proprio leader, si vende al più “ben disposto” compratore, trasformandosi così in un elettorato facilmente manovrabile, convinto di vedere soddisfatte le proprie volontà, ma, in realtà, sempre preda della sua stessa vanità.

 

 

Il populismo pertanto sancisce il realizzarsi della logica dell’ideologia capitalista nell’ambito della politica, in cui l’affermazione del prodotto (sia esso leader, programma televisivo o bene di consumo) nel rispettivo mercato (sia esso la politica, la comunicazione o l’economia) ottiene successo, si riproduce e si espande non in quanto prodotto migliore ma in quanto prodotto più richiesto. “Logica di mercato”, “competizione”, “libero scambio”: ognuno di questi termini concorre verso una sfrenata prevaricazione relativista che mira alla mera affermazione quantitativa, formale, priva della “ragione per cui…” e di una qualsivoglia dialettica contenutistica. Nell’uguaglianza inevitabilmente fittizia costituitasi è vincitore chi sovrasta; nel tempo in cui la commercializzazione segna la forma e l’adattamento alla domanda definisce la sostanza – l’unica “verità” ritenuta perseguibile è quella dell’arbitraria interpretazione dominante. In questo scenario si fa impellente la necessità di una politica che non sia solo rincorsa senza fine verso una molteplicità contraddittoria di fini, ma in grado di essere allo stesso tempo conseguenza e causa. Conseguenza perché risultato di una, a lei precedente, costruzione valoriale di riferimento, e causa perché motivo e origine del confronto concreto nel tendere dell’uomo alla creazione del futuro.

 

19 giugno 2018 (pubblicato per la prima volta il 9 maggio 2017)