L'altra faccia dell'io

 

In quest'epoca abbiamo bisogno più che mai di comprendere il significato profondo delle parole per cercare di capire meglio l'altro e quindi noi stessi... 

 

 

Sofocle nel Filottete, una delle sue tragedie più commoventi, racconta la storia di Filottete, abbandonato dai compagni a causa delle sue grida per la gamba in cancrena, e sebbene ferito e privo di sostentamento, il protagonista riesce a sopravvivere. Quando i greci lo ritrovano, dopo anni, e quando egli vede davanti a sé degli uomini, l'unica cosa che prega loro di fare è di dire una parola, attraverso cui avrebbe potuto gustare un conforto che per tanto tempo gli era stato negato: «O suono dolcissimo! O gioia di sentirsi rivolgere la parola, dopo tanto tempo, da un uomo come te!» 

L'uomo è una piccola creatura, una creatura debole che però si completa nell'altro. Purtroppo oggi sta diventando sempre più difficile accorgersi, prendersi cura di chi ci sta attorno; l'io miope pensa che il mondo ruoti attorno a sé con l'aggravante che il capitalismo rende le persone oggetti, pedine della banalità, del denaro, del successo, e tutto questo ci allontana dall'altro (l'altra faccia dell'io) e così facendo ci allontana da noi stessi.

 

In tale assordante confusione stiamo perdendo di vista il significato delle parole e con esse il pensiero e i sentimenti. La parola è il tram che ci guida nel viaggio di conoscenza dell'altro. Dobbiamo conoscerne il più possibile il significato che oggi ci sta sfuggendo. Basta ascoltare per pochi minuti, non serve tanto, i discorsi dei politici attuali, o senza accendere la tv basta camminare per strada e ascoltare la banalità e bassezza dei dialoghi che vengono tenuti. Ci sono vari modi per elevarsi a comprendere le parole, uno di questi è sicuramente la poesia. Come scrive Ungaretti in Commiato

 

G. Ungaretti
G. Ungaretti

[...]

poesia

è il mondo l'umanità

la propria vita

fioriti dalla parola

la limpida meraviglia

di un delirante fermento

  […] 

 

Per un poeta scrivere di sé è come scrivere degli altri. Se stiamo soffrendo per la perdita di qualcuno, per amore oppure se stiamo provando una grande gioia, dall'altra parte del mondo o vicino casa ci sarà sempre un poeta che parla di noi: la poesia non è altro che la storia dei sentimenti dell'umanità. È la nostra più grande consolazione. Come abbiamo visto nel Filottete, la parola ha dato modo all'eroe di sentirsi ancora uomo tra gli uomini, di non sentirsi più solo. Ecco la poesia ha la stessa funzione che, per quel momento, i greci hanno avuto per Filottete: percepire la vicinanza, sentire che l'io si completa con l'altro. Di questo abbiamo bisogno oggi. Si guardi quanti uomini vengono abbandonati, lasciati soli a morire: puntiamo il dito contro Caino per aver ucciso suo fratello, ma non riusciamo a capire che noi abbandoniamo giorno per giorno tante persone che portano il nome di Abele. 

 

G. Doré, "La morte di Abele"
G. Doré, "La morte di Abele"

 

In un'intervista, una volta, Ungaretti ha affermato che: «la parola è impotente, la parola non riuscirà mai a dare il segreto che è in noi ma lo avvicina». Le parole sono deboli, circoscrivono la parte e si perdono nel tutto ma per questo l'uomo tende alla coerenza filosofica e alla passione poetica per poter gridare la verità, per scoprire il segreto che gli sta attorno. Abbiamo bisogno di pensiero e sentimento insieme per capire di più chi siamo. Abbiamo bisogno di capire cosa nascondono le parole, ricercarne la profondità perduta. Solo se iniziamo a dar loro un significato profondo, un significato che valga davvero la pena di essere espresso, ci possiamo avvicinare alla verità. Parole come “straniero”, “Italia”, “immigrazione”, “paura”, “guerre”, stanno perdendo il loro vero significato, vengono usate senza sapere le frasi che vengono composte, senza sapere le conseguenze dei discorsi che vengono fatti. Si dice: “Ho paura degli stranieri”, “devono stare a casa loro”, “non devono prendere lavoro agli italiani”, “sono pericolosi”, queste sono le solite frasi che si pronunciano ormai da molti anni. In questa sede non si vuol certo affermare che, per esempio, la soluzione all'immigrazione possa essere la poesia, o che sia semplice gestire la portata di tali eventi, quanto piuttosto far capire di quanta poca conoscenza abbiamo, di quanto poco ricerchiamo la verità e con quanto misero ardore pensiamo. In vari altri articoli si è affermato che per grandi azioni ci vogliono grandi pensieri. Questa è l'unica strada percorribile. E affinando il pensiero consociamo meglio noi stessi e quindi l'altro essendo l'altra faccia dell'io ma per far questo abbiamo bisogno delle parole, della loro forza, intensità, espressività.

Nella nostra epoca, l'epoca del consumismo, invece, le parole vengono vendute, violentate, consumate; si sta perdendo l'idea alta, antica e classica di levigare la parola, come Catullo ci aveva insegnato nel primo carme del suo Libellus:

 

« arida modo pumice expolitum »

levigato con l'arida pomice 

 

Parola, pensiero e sentimento sono legati e prendersi cura di uno comporta prendersi cura degli altri due. E oggi ciò è indispensabile; dobbiamo avvicinarci, infatti, a quel segreto che è in noi

La chiusura che abbiamo nei confronti di tante creature che chiedono ospitalità è solo uno dei tanti problemi che evidenziano la chiusura nei confronti dell'altro, di noi stessi e, quindi, inevitabilmente del nostro essere. Di quanti ci dimentichiamo ogni giorno? Quante persone, infatti, dovremmo ringraziare perché cuciono i nostri abiti, perché coltivano il nostro cibo, ci danno la possibilità di viaggiare, di divertirci guardando la tv? Quante persone passano inosservate ogni giorno, perché diamo per scontato tutto ciò che ha avuto la sfortuna di diventare abitudine? La sofferenza non ha sempre un grido, spesso è silenziosa e si nasconde dietro le cuciture dei nostri pantaloni fatte da una donna sottopagata, con una famiglia da mantenere e costretta a lavorare ore e ore a testa bassa, oppure nella spremuta d'arancia che allegramente beviamo alla mattina, quella stessa arancia raccolta da un uomo che lavora come uno schiavo in un paese in cui si pensa che la schiavitù appartenga a un tempo lontano. 

 

P. Picasso, "Le due sorelle"
P. Picasso, "Le due sorelle"

 

Nei secoli si sono fatti tanti passi avanti, sono migliorate tante cose, ma a volte sembra di tornare all'età della pietra. Nell'antica Grecia l'ospite era sacro a Zeus e invece oggi è trattato peggio di un animale, lo lasciamo annegare, lo respingiamo, lo deridiamo oppure ci è indifferente. Ma se l'altro non può che essere parte dell'io com'è possibile capire chi siamo, amarci davvero, se ci rifiutiamo di conoscere l'altra parte del nostro universo così complicato ma così terribilmente meraviglioso? 

 

25 settembre 2019