La caccia alle streghe come istanza di classe

 

Una interpretazione singolare della caccia alle streghe è stata elaborata negli anni '80 sulla scorta delle riflessioni emerse dai Collettivi femministi. In quella prospettiva, il massacro delle donne non sarebbe leggibile separatamente dal cambio di paradigma economico avvenuto fra il '400 e il '700. 

 

Del femminismo degli anni ’70 si trascura spesso il contributo teorico. Pochi, se interrogati, saprebbero recuperare le opzioni avanzate nei Collettivi. I gruppi di autocoscienza – in cui si discuteva la relazione con la famiglia, si scopriva la sessualità come attività piacevole e non medica, di mera riproduzione – sono stati spesso criticati e travisati. Dai conservatori per l’inutilità dei processi di liberazione, che minerebbero le fondamenta della “civiltà”; molti comunisti perché la dedizione di quelle donne si concentrava su proposte considerate “borghesi”. Insomma, talvolta i due punti di vista finivano per sovrapporsi. Quel che ci interessa in questa sede, però, è la relazione col marxismo, dal quale le femministe avrebbero, secondo alcuni, preso le distanze. Una sorta di divorzio in effetti c'era, ma solo dai marxisti: le distanze fisiche e organizzative dai partiti classici erano fisiologiche. Nessuna donna si sarebbe espressa su questioni tanto delicate in presenza di uomini, gli stessi che le mettevano a tacere. Tacciate di “inessenzialità” progettuale, le esperienze femministe si sono prodotte in un quadro politico di separazione momentanea. È vero che, a questa separazione debita, alcune hanno opposto una separazione indebita, svincolandosi da ogni analisi di classe. Ma la liquidazione di questi processi e la loro identificazione a progetti liberali è un’operazione mistificante.

 

Per esempio, un volumetto degli anni ’80, scritto a quattro mani da Silvia Federici e Leopoldina Fortunati e intitolato Il grande Calibano, avanza un’ipotesi non solo pienamente marxista, ma anche totalmente innovativa. Si interroga sul fenomeno della caccia alle streghe che, curiosamente, si è prodotto in concomitanza con il fenomeno che Marx definì accumulazione originaria. C’è un’eco foucaultiana nel testo in questione: si ritrova l’idea della società disciplinare volta alla conservazione e al potenziamento del capitalismo nascente (corroborata dalle nuove discipline come la demografia). Nel libro infatti si sostiene che la caccia alle streghe abbia avuto una funzione di disciplina dei corpi e delle pratiche femminili. 

 

Secondo le autrici, vanno senz’altro accolte le ipotesi fatte dagli storici, che hanno inserito il fenomeno della caccia alle streghe in un quadro generale “retrogrado”. Ma non basta a rendere conto della portata di una simile istituzione – furono infatti uccise fino a 100.000 donne –, né dell’obiettivo di genere. La “magia” era praticata anche da uomini, che non furono perseguiti per questo. Gli uomini vittime della caccia alle streghe erano in genere legati a una “strega”, in qualità di parenti o collaboratori. Non venivano ammazzati in quanto uomini o in quanto maghi. Per rispondere alla spinosa questione, aggiungono le autrici, è indispensabile scartabellare gli atti dei processi. Da essi emerge qualche cosa di interessante: i processi condannavano per motivi di sessualità e rapporti familiari. Fra l'altro, molte delle fantomatiche streghe erano a capo di rivolte nelle campagne e nei villaggi, riconosciute come guide dalla popolazione locale. 

 

 

Ora, in questo contesto, emerge un altro fattore decisivo: la caccia alle streghe si praticò specialmente nei paesi a economia avanzata, e quindi Italia, Inghilterra, Olanda, Germania, Francia, …; e un altro ancora: se volgiamo lo sguardo alla fine del periodo in esame, scopriamo mutati tanto i rapporti matrimoniali quanto la concezione della sessualità, senza contare, appunto, il ruolo della donna. Così, raccolti i pezzi del puzzle, la proposta femminista rilegge la storia dello sterminio delle donne in un’ottica di disciplinamento femminile verso la riproduzione nel senso capitalistico in cui lo conosciamo – in forma mutata – ancora oggi. Le “streghe” turbavano non l’ordine costituito, ma quello nascente. La famiglia tradizionale – con la donna che si occupa del focolare, in quanto propaggine sentimentale dell’umanità, e l’uomo dedito allo sforzo civile, in quanto animato da motivo eminentemente universale – è un’invenzione posticcia. Chiaramente, la differenza fra i sessi, con l’inferiorità femminile, doveva già essere presente affinché si producesse un simile inquadramento; ma è vero anche che la morale vittoriana e la “naturalità” del ruolo di cura della donna sono emerse con forza con il capitalismo.

 

« È sul rogo che si insegnano alle donne la modestia e la virtù familiare. » (Federici-Fortunati, op. cit.)

 

Ma perché proprio il capitalismo e cosa c'entra la disciplina? Se guardiamo al contesto storico in cui è sorto il femminismo, la risposta è che essenzialmente il capitale abbisogna di una forza-lavoro stabile, che possa riprodursi. Il lavoratore, che vede nel suo stipendio racchiuso il valore dei mezzi di sussistenza per la sua riproduzione, ha necessità, a sua volta, che quei mezzi vengano lavorati. Nella configurazione tardo Ottocentesca e Novecentesca lo fa a casa la donna, gratuitamente, entro una mistificazione ideologica che stabilisce la “naturalità” di questo rapporto. Da questo punto di vista, la coppia così organizzata è indispensabile al capitalismo e concorre tutta intera al profitto, anche se uno solo dei membri viene pagato. La donna, parte della famiglia, contribuisce, gratuitamente e smisuratamente, all’accrescimento del capitale del proprietario. Dietro alle fabbriche, alle miniere, alle istituzioni di vario tipo, c’è il lavoro nascosto di milioni di donne che hanno speso la propria vita a riprodurre la forza-lavoro che sta nelle fabbriche, nelle miniere, nelle istituzioni. Si è spesso posto l'accento sulla vita degradante e disumanizzante del lavoratore, ma, per converso, poche volte si è fatto caso alla condizione della donna, che giace esattamente nel medesimo stato. Alienante è il lavoro in serie, il lavoro per altri, alienante è la cura domestica. 

 

« Il quartiere è essenzialmente il luogo delle donne nel senso che le donne vi appaiono e vi spendono direttamente il loro lavoro. Ma la fabbrica è altrettanto il luogo in cui è incorporato il lavoro delle donne, che non vi appaiono e che l'hanno trasferito negli uomini che appaiono lavorarvi direttamente. Così come nella scuola è incorporato il lavoro delle donne che non vi appaiono e che l'hanno trasferito negli studenti che si ripresentano ogni mattina, nutriti, accuditi e stirati da madri, nonne, sorelle. » (M. Dalla Costa, Potere femminile e sovversione sociale)

 

Un fatto talmente grave ma comune, che ci tocca riconoscere come «in ogni paese facciamo essenzialmente lo stesso lavoro non salariato e svolgiamo la stessa funzione per il capitale» (S. Federici, Contropiano dalle cucine, ora in Genere e Capitale). Eppure veniva e tuttora viene così poco accolta da sinistra la proposta femminista, che la battaglia per il salario domestico (la soluzione avanzata dalle femministe dell'epoca) era totalmente ridicolizzata, reputata, in ultimo, come superflua ed estranea agli interessi delle classi subalterne. Non solo: l'emancipazione femminile risiederebbe unicamente, secondo questo avviso, nella possibilità di emanciparsi dal lavoro domestico attraverso un secondo lavoro (di fabbrica, esterno alle mura di casa). Così, in luogo di rinunciare a un impegno eccessivo, viene aggiunto altro carico; e una volta a casa la donna fa fronte a molte delle stesse occupazioni, in tempo ridotto. V'è di più: questo lavoro domestico, di cura del nucleo famigliare, è così inscritto nella concezione della femminilità che persino «la via al salario conduce spesso ad altro lavoro di cura» (ivi).  

 

Non si tratta, quindi, come vorrebbero alcuni, di sminuire la portata dell'affetto e della cura, ma, all'opposto, di rendere loro il giusto riconoscimento, che non si realizza nel lavoro domestico. Le femministe non rifiutano questi valori, bensì ricordano come proprio relegarli a un genere e asservirli alla produzione capitalista siano metodi efficaci per inficiarli. Quanto poi alle risposte tendenziose che vedrebbero questo lavoro ripagato con l'amore (sic!), è evidente siano assai fuorvianti. Perché non ripagare con “amore” anche il lavoratore salariato che dedica la sua giornata a prendersi cura dell'azienda (per cui genera profitto) e della società (a cui in parte ritorna il lavoro, come consumo), producendo gratis? Insomma, si tratta semplicemente di contraddire coloro che credono «che il capitale non raggiunge le nostre cucine e le nostre camere da letto» e di capire che «per porre fine a questo lavoro [...] il primo passo è dargli un prezzo» (ivi). Le sue fautrici utilizzavano la formula strategicamente, per fini politici: aprire un nuovo fronte di lotta contro il capitalismo, aggiungendo carne al fuoco alle rivolte degli anni '60 e '70. Infatti la lotta per il welfare, per i servizi, per il salario comporta un ritorno economico di quel pluslavoro indebitamente incanalato nei conti padronali. Un “pezzo” recuperato è, allo stesso tempo, un “pezzo” levato a loro. In ogni caso, la coscienza della formula piena della riproduzione – che Marx, per ragioni storiche non aveva scorto ma solo abbozzato nel Libro I del Capitale – è un guadagno tutto femminista. Non che il marxismo precedente non avesse adocchiato il problema “casalingo”, né gli si può imputare di non aver tentato di porre rimedio alla reclusione della donna fra le mura domestiche. Al contrario aveva già suggerito una soluzione: con l'opera di Zetkin, Luxemburg, Kollontaj e Lenin si era abbozzato un programma di socializzazione del lavoro domestico, che prevedeva lavori collettivi e strutture pubbliche capaci di sobbarcarsi un bel po' di doveri, liberando le donne dalla gravosità degli impegni di casa, lasciandole libere di partecipare ad attività prima esclusive del sesso maschile. Sembra tutt'ora un'ottima prospettiva: la distribuzione delle incombenze attraverso quelli che Federici chiama i commons, ma che possono prendere il nome di soviet o di qualunque altra organizzazione collettiva. Suppongono l'instaurazione di una vita comunitaria, in cui i lavori – al di là del genere – siano condivisi, e il loro carico frammentato. Se in URSS ve ne erano le premesse, non ne seguì il pieno sviluppo. Negli anni '30 l'argomento venne accantonato, per riprendere la via della famiglia tradizionale. Ma soltanto con gli anni '70 è subentrata l'interpretazione della riproduzione come funzionale al capitale, e quindi unicamente in quel frangente è potuta emergere con forza la proposta del salario. 

 

Le urgenze che la questione femminile reclamava sono state trascurate negli altri movimenti di sinistra. Il punto di vista era tanto arretrato che le donne percepivano di essere alla coda della lotta di classe. Il loro compito fu di ottenere questo spazio. In primis, nell'ambiente familiare: 

 

« La “lotta di classe” doveva spesso cominciare nelle nostre case, rivolta contro gli uomini delle nostre famiglie e comunità, contro padri, fratelli, mariti che controllavano i nostri movimenti, ci proibivano di andare alle riunioni e ai cortei con altre donne. » (Note su genere e razza nell'opera di Marx, in Genere e Capitale)

 

Una grande testimonianza di quanto, in fondo, le richieste femminili fossero talmente sottostimate da innervosire proprio i custodi di quel legame d'amore che la famiglia tradizionale doveva rappresentare sulla carta, almeno secondo l'opinione dei suoi sostenitori. L'amore di cui parlano i tradizionalisti è l'opprimente status quo nascosto dietro lusinghiere parole.

 

Queste scoperte e il rinnovato spirito di emancipazione portarono le donne dei collettivi a domandarsi come storicamente si sia declinato l'aspetto riproduttivo, e in questo contesto si inserisce la ricerca di Federici e Fortunati. Resta da capire, infatti, come si sia modificata la famiglia e perché abbia assunto le sembianze attuali (con le dovute varianti). L'origine è, a loro avviso, da rinvenire nel passaggio al capitalismo. 

 

 

Facciamo qualche passo indietro. Il lavoro salariato, dopo l'esperienza feudale (anch'essa contrassegnata da una lotta di classe intestina), non era benvoluto dai contadini le cui terre erano state espropriate. 

 

« Nel XVI e XVII secolo, l’odio per il lavoro salariato era tale che molti proletari preferivano rischiare la forca piuttosto che sottomettersi alle nuove condizioni di lavoro. » (Il grande Calibano)

 

Si inseriscono in questo solco le nuove regole disciplinari di cui Foucault ci ha tanto parlato. Le leggi contro il vagabondaggio, l'intensificarsi delle pene contro l'endemica indisciplina proletaria furono fra le prime misure messe in atto dal regime nascente.

 

« Quello stesso proletariato cencioso e sedizioso che assediava il borghese per strada e lo costringeva a viaggiare in carrozza per sfuggire ai suoi assalti o ad andare a letto con due pistole sotto il cuscino, sempre più appariva come la merce più preziosa, fonte di ogni ricchezza. Era quello stesso proletariato di cui i mercantilisti, i primi economisti del capitale, non si stancavano mai di ripetere (sia pur non senza qualche ripensamento) che “tanti più tanto meglio”, spesso deplorando che tanti corpi fossero consumati sulla forca. » (ivi)

 

La magia, la profezia, le credenze animistiche, scandivano i ritmi della vita secondo tempi differenti da quelli richiesti dall'organizzazione nascente e cominciavano lentamente a divenire d'ostacolo al cambiamento. La magia era spesso praticata dalle classi meno abbienti, che, stremate dalla fatica, speravano in un ricongiungimento mistico con la natura. Senza bisogno di difendere l'interesse e la significatività di queste pratiche, appare evidente come rappresentassero, a loro volta, un intralcio all'obbedienza civile, e, con questa, a quella produttiva. Curiosamente, infatti:

 

« Nel “superstizioso” Medioevo non ci furono persecuzioni di streghe e il concetto stesso di “stregoneria” non prese forma che nel tardo Medioevo. In quelli che vengono definiti “secoli bui” non si incontrano ancora processi ed esecuzioni di massa, nonostante la magia permeasse la vita quotidiana e fin dai tempi del tardo Impero romano fosse temuta dalla classe dominante come strumento di insubordinazione tra gli schiavi. » (ivi)

 

La portata dei nuovi saperi plasmava la società sulle neonate esigenze, senza remore sui metodi utilizzati: tortura, massacri, costrizioni fisiche e psicologiche. La caccia alle streghe è solo uno dei più gravi episodi di questo processo di “incivilimento”. Fu solo con la seconda metà del Quattrocento che il maleficio fu catalogato fra i più alti crimini, punibile con la morte, indipendentemente dalla totale innocuità di diverse pratiche. Le streghe, contadine e proletarie, erano parte del pacchetto di condizioni da riformare. Venne messo in piedi un grandioso sistema di propaganda, per mezzo di atti governativi, di opuscoli prodotti dalla nuova stampa, di artisti cooptati per raffigurare i processi e la bruttezza delle streghe. L'indottrinamento rendeva partecipi gli uomini, di ogni rango, convinti della giustezza della denuncia.

 

« Di contro allo stereotipo, la caccia alle streghe non fu un prodotto del fanatismo papale e delle macchinazioni dell’Inquisizione. All’apice del fenomeno furono le corti secolari a istituire la maggior parte dei processi, mentre nelle aree in cui operava direttamente l’Inquisizione (Italia e Spagna) il numero delle esecuzioni rimase relativamente basso. » (ivi)

 

Ciò non vale a scagionare la Chiesa, complice e aderente dichiarata alla caccia; ma vuole rimarcare come questo fenomeno sia un fatto politico, non ascrivibile alla mera superstizione.

 

« La natura politica della caccia alle streghe è anche dimostrata dal fatto che sia le nazioni cattoliche che quelle protestanti, sempre in guerra fra loro rispetto a qualsiasi altra cosa, univano le armi e gli argomenti per perseguitare le streghe. Non è dunque esagerato affermare che la caccia alle streghe è stato il primo terreno unificante nella politica dei nascenti stati europei, il primo esempio, dopo lo scisma causato dalla Riforma, di unificazione europea. » (ivi)

 

Le streghe non erano nulla più che donne che vivevano secondo pratiche socialmente riconosciute dalle comunità in cui risiedevano. Non erano una setta nuova, né proponevano di modificare la società in qualche verso particolare: solo donne la cui vita non si piegava all'ordine economico nascente, e che, per questo, dovevano essere sradicate dal mondo. Si spiega così l'apparato di propaganda che animava l’attività inquisitoria dei carnefici, che ritraeva le streghe come donne brutte e vecchie, indesiderabili e pazze; l’esatto contrario del viso angelico e dolce dipinto dai poemi classici. Erano altresì pericolose, sataniche, agenti del male oscuro. È evidente che solo in un contesto storico come quello potevano attecchire le superstizioni contro le streghe, ragion per cui al giorno d'oggi quelle parole d'ordine non avrebbero effetto. Tuttavia il contesto culturale, inteso come coscienza popolare precedente il fatto, non rende di per sé ragione dello sterminio delle donne. A ulteriore conferma della teoria, è utile rimarcare che le prime denunce di stregoneria contro le braccianti o lavoratrici a salario avvennero a carico dei padroni, dei ricchi che comandavano la loro attività. Solo in un secondo momento, sulla scorta dell'incessante lavaggio del cervello, la paura – per così dire – penetrò fra la popolazione, che si prese la briga di tenere d'occhio le vicine di casa. 

 

L'avvento della società disciplinare – come la chiama Foucault – segnò, di colpo, l'introduzione dall'alto di una serie di regole che distinguevano, con una cesura netta, le pratiche concesse da quelle demonizzate. Nell'ambito femminile, lungo i secoli che ospitarono l'affermazione lenta e dolorosa del capitalismo, veniva a stabilirsi un cambio di rotta morale, che ritrovava la bontà femminile lontana dalle stregonerie (qualsiasi contenuto assumesse il termine), dalla vita dissoluta e da tutto ciò che poteva offendere lo stato. Il matrimonio, istituzione proprietaria (combinata) propria dei ricchi che preservavano i loro retaggi di sangue e di oro, divenne desiderabile come un contratto che sanciva la fedeltà della donna al suo compito e la sicurezza del lavoratore, sempre disponibile e pronto al lavoro. La sessualità divenne parte di quel contratto domestico, un dovere da espletare in vista della procreazione; venne irrigidita nel tempo e nello spazio, di modo da tracciarne un perimetro di “normalità”. Si badi: questo percorso non fu lineare né senza contraddizioni, pertanto lo semplifichiamo e riprendiamo soltanto a grandi linee. A essere costante fu piuttosto l'intromissione delle autorità in settori apparentemente indifferenti al regime produttivo, come la famiglia, il sesso, la prostituzione, l'infanzia, l'educazione, lo svago, ecc.

 

Nella riedizione dell'opera compiuta per i tipi di Mimesis (2015), Silvia Federici riconferma i giudizi e li arricchisce della sua esperienza in Nigeria, avvenuta esattamente negli anni in cui questa si affacciava per la prima volta sul mercato globale, lanciata dalla benedizione del FMI e della Banca Mondiale. In tale contesto, marchiato dalla solita formula di “aggiustamento strutturale”, le si è palesata la riproposizione analoga degli avvenimenti europei di secoli addietro. Non la caccia alle streghe, beninteso. Ma il proposito di disciplinamento del sesso femminile allo scopo produttivo. Dall'Introduzione:

 

« Ho visto [in Nigeria] processi molto simili a quelli che avevo analizzato durante la stesura del Grande Calibano, fra cui un attacco sistematico alle terre comuni e un decisivo intervento dello stato, definito “guerra all’indisciplina”, teso a ridurre le aspettative di una popolazione considerata troppo pretenziosa in prospettiva di un suo inserimento nell’economia globale. Insieme a queste misure, ho assistito all’evolversi di una campagna misogina, che denunciava la vanità e le eccessive pretese delle donne, e allo sviluppo di un acceso dibattito, simile per molti versi alla querelle des femmes del XVII secolo, che investiva ogni aspetto della riproduzione della forza-lavoro: la famiglia (poligama vs. monogama, estesa vs. nucleare), l’educazione dei bambini, il lavoro delle donne, l’identità maschile e femminile e i rapporti tra uomini e donne»

 

Il femminismo ha ancora ragion d’essere, e la sua potenza è proporzionata alla comprensione della genesi e della natura del rapporto di sfruttamento e subordinazione. Si tratta, più che di uno smacco al marxismo classico, di una sua implementazione. Non solo il marxismo ha ragione, secondo le femministe, ma ne ha oltre i limiti immaginati dai suoi autori

 

8 giugno 2020