Ha senso il separatismo femminista? Il caso di "Cerchio Spezzato"

 

Il documento stilato dal gruppo femminista Cerchio Spezzato presenta alcune riflessioni sulle contraddizioni inerenti alle società di stampo patriarcale, nonché una concettualità che tenta di superare tali problematiche, le quali hanno ancora una forte valenza come mezzo per interrogare il nostro presente. Fra le questioni principali sollevate, non manca quello del separatismo come mezzo per affermare le istanze femministe.

 

 

Nel 1971, all'Università di Trento, viene distribuito un ciclostilato, preparato dal gruppo femminista Cerchio spezzato, grazie al quale viene diffusa la coscienza delle contraddizioni, presenti nelle lotte universitarie e di classe, che affliggono il mondo femminile, nonché la necessità – affinché si superino tali problematiche – di attuare alcune pratiche organizzative fra le quali il separatismo. Il seguente articolo non si pone l’obiettivo di esaurire la questione del separatismo femminista, né di dare uno sguardo generale su come tale questione sia stata affrontata negli anni, ma vuole riportare alcuni stralci di questo documento e evidenziare come esso sia capace di far scaturire alcune riflessioni che – poste all’interno di un’ottica marxista – permettono di sviluppare degli spunti di riflessioni ancora attuali sul mondo femminista e sul rapporto fra il femminismo e la realtà maschile.

 

Come detto, il documento si inserisce in un’ottica marxista e viene introdotto con le parole di un gruppo di studentesse che, uscite dal proprio contesto famigliare e scoperti i movimenti studenteschi universitari, hanno pensato non solo di aver scoperto una «prospettiva di liberazione» dallo sfruttamento capitalista, ma si erano «illuse che il gruppo politico, l'agire da militante, fosse un mezzo per porre fine ad una ulteriore e precisa discriminazione che passa all'interno della società capitalistica: l'oppressione dell'uomo sulla donna». Questa illusione è invece stata smentita dai fatti, i quali hanno rimarcato che «non c’è uguaglianza tra diseguali». Hanno notato cioè che la lotta di classe non permette di unire, nello scontro col capitalismo, gli studenti nel loro complesso, in quanto vi è una contraddizione di genere che non permette un rapporto genuino fra maschi e femmine militanti. Detto in altre parole: la cultura maschilista che pervade la società nel suo complesso non risparmia neppure i cosiddetti “compagni”, che agiscono secondo una costante ottica di subordinazione delle compagne:

 

« I gruppi di lavoro politici hanno riverificato la nostra sistematica subordinazione: noi siamo «la donna del tal compagno», quelle di cui non si conoscerà mai la voce, limitate al punto di arrivare a crederci realmente inferiori. L'analisi delle assemblee ci ha portato a vedere una élite di leaders, una serie di quadri intermedi maschili e una massa amorfa composta dal resto maschile e da tutte le donne. Spesso la compagna è l'oggetto su cui il compagno riversa tutte le frustrazioni che accumula all'interno della società borghese e nello stesso movimento politico; per cui la donna, oltre ad assorbire le contraddizioni del maschio e a dare il suo contributo nell'unico modo in cui esso è accettato (volantinatrice, dattilografa, o  quando il caso è più felice  consigliera privata del compagno che parla alle riunioni) si vede costretta anche a mantenerlo sul piano economico per permettergli di fare politica, perché, tra i due, lui si ritiene l'unico soggetto in grado di farla. La conseguenza è che essa si vede accusata di auto-estraniarsi dalle vicende politiche, di viverle di riflesso o di non vivere affatto. Così si creano le condizioni materiali per la sua inferiorità e le si rinfacciano una incapacità e stupidità costituzionali. »

 

Una situazione di sottomissione che porta, fra l’altro, a far mancare nelle riunioni e nelle lotte politiche il «maggior strumento di affermazione», la parola«come i proletari noi non possiamo parlare». Si tratta di un problema – quello della subordinazione femminile – che è endemico nella società capitalista, la quale utilizza la donna come «schiava domestica, produttrice di lavoro domestico educatrice di bambini», così che la donna rappresenta «una massa enorme di produzione socialmente necessaria di cui la classe capitalistica fruisce in termini di profitti». In tale situazione, «l'uomo è il soggetto concreto che permette questo gioco a favore del sistema: in cambio ne riceve la possibilità di dominare le donne».

 

 

Senza negare il ruolo del capitalismo nel mantenimento dell’oppressione femminile, nel ciclostilato si ribadisce: «la nostra oppressione trascende le occupazioni e le classi». Cioè, la sottomissione femminile è una problematica che non è esente dalle realtà anticapitaliste dell’epoca, in quanto il semplice porsi in un’ottica di classe non è un requisito sufficiente affinché si abbia compreso tale problema – per quanto, certamente, un’ottica di classe mancante del problema femminista rischia di parlare di una “liberazione” ben parziale, dunque di contraddire i suoi stessi principi.

 

Compreso allora che l’oppressione femminile non era, anche nello stesso contesto studentesco e marxista, un problema individuale, bensì socialmente diffuso, le organizzatrici di Cerchio Spezzato hanno preso una decisione organizzativa fondamentale:

 

« Per questo abbiamo deciso di riunirci autonomamente, prendere in mano fino in fondo e in prima persona la nostra condizione, uscire dal ghetto individuale dell'oppressione e porla come problema sociale, quindi politico. Tale decisione è collegata al fatto che l'uomo si è sempre considerato l'unico soggetto politico valido; fatto che ha portato ad una insicurezza da parte della donna: insicurezza che essa può superare soltanto recuperando autonomamente analisi, contenuti, metodi e obiettivi che più rispondono alla sua situazione specifica, la cui specificità è invece quasi costantemente negata dai compagni.

[…] la decisione di escludere in una prima fase i maschi è stata una precisa presa di posizione politica. Ogni oppresso deve prima affermarsi nella libertà della sua ribellione e accettare da questa posizione di forza il confronto. Includere i maschi ci costringeva a misurarci di nuovo sul terreno e coi metodi del nostro oppressore. »

 

Viene affermata la necessità di attuare il separatismo, cioè di proporre una organizzazione femminista che escluda, al momento, i maschi dalle riunioni. Il che non significa negare «il confronto e la collaborazione coi compagni maschi che si rendono conto» che le loro compagne hanno «una testa» e sono delle soggettività capaci di ragionare al pari loro, ma sottolineare la necessità di creare un contesto che permetta alle donne di raggiungere una autonomia al momento mancante:

 

« Il nostro movimento deve essere un movimento di sole donne, perché noi pensiamo che non può esserci un'unità tra uomini e donne se non c'è prima un'unità tra le donne. »

 

Solo un contesto dove non c’è l’onnipresente pressione e presenza maschile permette alle donne di raggiungere la capacità di elaborare un proprio pensiero autonomo, una concezione del sé che non si sviluppi a partire dal maschio, ma a partire dal proprio essere femminile. Non è una riflessione valida al di là di ogni tempo e contesto, ma precisamente collocata all’interno di una società patriarcale, dove cioè il maschilismo e la subordinazione femminile sono un elemento costante, che porta anche le stesse donne a sottovalutarsi e a non concepire una propria autonomia d’azione e di pensiero. Isolarle dall’oppressore significa allora creare l’ambiente ideale affinché esse prendano coscienza delle proprie capacità, creino una «unità» fra loro con il quale poi possano confrontarsi con tutti quei maschi capaci di allontanarsi dal mondo patriarcale e dunque di appoggiare e comprendere le istanze femministe – oltre a quelle di classe.

 

Solo lottando ora – e non rinviando il tutto ad una futura “presa del potere” da parte dei proletari – si può iniziare a scardinare queste contraddizioni e creare una vera unità del proletariato:

 

« A coloro che dicono che con la nostra lotta operiamo una divisione all'interno del popolo noi rispondiamo: la divisione esiste e ci è stata imposta. La nostra lotta vuol fare esplodere la contraddizione (non più razionalizzarla) e tendere ad una reale ricomposizione del proletariato. »

 

 

Si conclude il ciclostilo, a sintesi di quanto detto, con le seguenti parole:

 

« Vogliamo riguadagnare la testa che ci è stata tolta.

 

Decideremo da noi le posizioni politiche e pratiche da prendere. Faremo la teoria e porteremo a termine la pratica. Saremo noi a decidere quali misure, quali strumenti e quali programmi usare per liberarci. »

 

Come già evidenziato, il ciclostilo sopra citato è scritto secondo un’ottica apertamente marxista – ottica che andrebbe dibattuta, come altri articoli di Gazzetta filosofica hanno cercato di fare. Oltre a questa, rimane in ogni caso interessante il modo in cui viene trattata la questione dell’oppressione femminile. Un problema da cui non è esente a priori nessuna proposta politica o società prospettata – per quanto alcuni progetti siano più contraddittori di altri a riguardo –, nel senso per cui le questioni sollevate dal femminismo sono questioni che innanzitutto vanno comprese nel loro valore, non poste come secondarie rispetto a ciò che è essenziale – modo di riflettere che non fa che favorire una trascuratezza di queste questioni. Se esse verranno comprese nella loro valenza concettuale, si potrà poi riflettere su quale sistema politico, ideal-tipo di società, ecc., sarà migliore per affrontare le questioni sollevate.

 

In secondo luogo, è interessante la riflessione sul concetto di separatismo: non un modo per negare valore all’uomo, né per concepire il mondo femminile come irrelato a quello maschile, bensì un metodo per creare quell’unità fra le donne affinché queste possano autonomamente criticare e scardinare il sistema patriarcale, nonché confrontarsi e appoggiare tutte quelle realtà maschili capaci di comprendere tali problematiche e rigettare esse stesse le contraddizioni di genere che l’attuale società provoca. Si tratta dunque di un separatismo che cerca un’unità futura, un’unità sana; un separatismo che non rinnega il maschio in sé, bensì il modello di questo che il sistema patriarcale propone.

 

Sono tutte questioni molto interessanti, su cui vi sono stati enormi sviluppi nel tempo, sia nel modo in cui è stato inteso e portato avanti il separatismo e le questioni del mondo femminile, sia nel modo in cui è stato concepito lo stesso concetto di cosa sia il femminile e il femminismo. Ciò che sarebbe da chiedersi – e qui l’articolo lascia a futuri approfondimenti, nonché ai lettori, le possibili risposte – è: quanto determinate istanze, sorte ormai da parecchi anni, sono state accolte dalla società? Non ci troviamo, forse, in un sistema che ancora perpetra contraddizioni non da poco relativamente al mondo femminile?

 

Se la risposta fosse affermativa, allora conviene ancora leggere questo ciclostile con il tempo presente.

 

22 luglio 2020