Un accenno alla teoria dell’utilità in J.S. Mill

 

La teoria della massima felicità non si va a scontrare con la necessità di distinguere la quantità e qualità dei vari tipi di piacere. La continuità della valutazione morale è data dall’accidentalità della realtà fenomenica. La teoria dell’utilità teorizza la necessità di un interminabile valutazione morale a cui è dev'essere sottoposto l’agire umano.

 

di Giacomo Lovison

 

John Constable, "Il castello di Hadleigh” (1829)
John Constable, "Il castello di Hadleigh” (1829)

 

La felicità ha avuto nel corso della storia della filosofia morale un ruolo ambiguo. Se da una parte si è sempre riconosciuto l’importanza che ha per l’individuo il perseguimento della propria felicità, dall’altra parte si è cercato di controllare questo impulso attraverso precetti, doveri, leggi, etc.

 

« Non c’è scuola di pensiero che si rifiuti di riconoscere quanto sia importante, in morale, l’influenza delle azioni sulla felicità, come sia proprio questa, anzi, la considerazione predominante in molte questioni specifiche, anche se poi non si è disposti a riconoscerla come principio fondamentale della moralità e come la fonte dell’obbligazione morale. » (J.S. Mill, L’Utilitarismo)

 

Secondo la maggior parte delle concezioni morali abbiamo da una parte la legge morale che si articola in doveri, e dall’altra l’animo umano influenzato da impulsi sensibili. Questi impulsi sensibili quando realizzati producono uno stato d’animo chiamato felicità.

 

Il perseguimento della felicità è visto in contrapposizione alla condotta morale. Questa separazione deriva dall’identificare la felicità con la realizzazione dei piaceri sensibili. Sebbene la felicità non si esaurisca nel soddisfare i propri impulsi sensibili, la maggior parte delle concezioni morali non tengono in considerazione questa tesi.

 

Nel concetto di felicità rientrano però anche quei piaceri che esulano dalla mera sensibilità. Per fare un esempio banale basta pensare al piacere che una persona prova nel leggere un libro. Se si vuole osservare un piacere ancora più distante dal campo della sensibilità, possiamo pensare alla felicità che una persona prova nel momento in cui realizza un obbiettivo che inseguiva da tempo.

 

Ed è nel senso sopra esposto che John Stuart Mill concepisce il piacere. 

 

« Tutti gli autori che, da Epicuro a Bentham, hanno sostenuto la teoria dell’utilità hanno inteso con questo termine non già qualcosa di contrapposto al piacere, ma proprio il piacere stesso insieme all’assenza di dolore. »  (Ivi)

 

Se il piacere non è solo lo stato d’animo che segue la realizzazione degli impulsi sensibili, allora si può collegare il concetto di utilità a quello di felicità.

 

L’utilità è spesso vista come qualcosa che appartiene alla parte calcolatrice della persona. Mill invece ci dice che l’utilità, più che contrapporsi al piacere, si identifica con quest’ultimo.

 

William Turner, “Mattino gelido” (1813)
William Turner, “Mattino gelido” (1813)

 

La separazione di termini come utilità, felicità, piacere è qualcosa molto spesso di astratto. Queste distinzioni hanno poco significato perché non si basano sull’individuazione di differenze tra i vari concetti, ma sono delle semplici separazioni arbitrarie.

 

Sempre Mill, nel commentare coloro che separano il piacere dall’utilità, esplicita la contraddizione in cui i sostenitori di questa astratta dicotomia cadono:

 

« Come ha accuratamente osservato uno scrittore di talento, è lo stesso tipo di persona, anzi sono spesso le stesse persone a denunciare la teoria [dell’utilità] come “arida fino a essere inattuabile quando la parola utilità precede la parola piacere, e fin troppo lasciva e troppo attuabile quando la parola piacere precede la parola utilità”. » (Ivi)

 

La teoria dell’utilità di Mill cerca di superare queste distinzioni arbitrarie, approdando ad una condotta morale che non solo prende in considerazione la felicità, ma unisce il suo concetto a quello di moralità e utilità.

 

Ci troviamo di fronte ad una moralità utilitarista che ha al suo interno le solo apparentemente diverse dimensioni dell’individuo. Invece di essere un’imposizione di doveri, la teoria dell’utilità cerca di essere un espressione intrinseca della persona.

 

« La dottrina che accetta l’utilità o principio della massima felicità come fondamento della morale sostiene che le azioni sono moralmente corrette nella misura in cui tendono a procurare felicità, moralmente scorrette se tendono a produrre il contrario della felicità. Per felicità, si intende il piacere e l’assenza di dolore; per infelicità il dolore e la privazione di piacere. » (Ivi)

 

La teoria della massima felicità non si va a scontrare con la necessità di distinguere la quantità e qualità dei vari tipi di piacere. La continuità della valutazione morale è data dall’accidentalità della realtà fenomenica. La teoria dell’utilità fa sua l’interminabile valutazione morale a cui è sottoposto l’agire umano.

 

Non possiamo pensare al calcolo della teoria morale utilitaristica come ad una operazione matematica, dove le conseguenze delle nostre azioni sono semplici numeri da far risultare.

 

« Riconoscere che alcuni tipi di piacere siano più desiderabili e apprezzabili di altri è del tutto compatibile con il principio di utilità. Sarebbe assurdo supporre che la valutazione dei piaceri dipenda solo dalla quantità, quando invece per valutare tutte le altre cose si prende in considerazione anche la qualità, oltre la quantità. » (Ivi)

 

 

La teoria utilitarista non si ferma, come vorrebbero alcuni, alla felicità individuale. La felicità che è da ricercare attraverso la teoria dell’utilità è quella della totalità delle persone. Con l’utilitarismo viene riconosciuta l’intrinseca importanza che le relazioni tra gli individui hanno.

 

« Quando il mondo è in condizioni molto imperfette, il miglior modo per giovare alla felicità altrui è quello di sacrificare totalmente la propria; tuttavia, sono pienamente convinto che la disponibilità a compiere un simile sacrificio sia, finché il mondo rimane in questo stato imperfetto, la virtù più alta che si possa trovare in un essere umano. » (Ivi)

 

Il sacrificio, per la morale utilitarista, è visto come virtuoso solo nel momento in cui aumenta effettivamente la somma totale della felicità. Non esistono in questa morale azioni ordinate da una regola, dove soltanto l’adesione della persona alla legge è quello che conta.

 

« Anche la moralità utilitarista riconosce che gli esseri umani hanno la capacità di sacrificare il proprio bene maggiore per il bene altrui; si rifiuta solo di ammettere che il sacrificio sia un bene in sé. Un sacrificio che non faccia aumentare o non miri ad aumentare la somma totale della felicità, lo considera sprecato. L’unica rinuncia di sé cui plaude è la dedizione alla felicità altrui. » (Ivi)

 

« La felicità, parametro utilitarista di cosa è moralmente corretto nella condotta umana, non è la felicità personale dell’agente, ma quella di tutti gli interessati. » (Ivi)

 

23 dicembre 2019