Noè e il climate change

 

A Noè, uomo che ha saputo mantenersi nei propri limiti, che è riuscito ad essere all'altezza della propria umanità, Dio concede la salvezza, e a lui affida il compito di salvare gli altri animali e rigenerare la vita sulla terra.

 

di Alberto Giuseppe Pilotto

 

K. Hokusai, "Barche da pesca a Choshi in Shimosa" (1833-34)
K. Hokusai, "Barche da pesca a Choshi in Shimosa" (1833-34)

 

I miti raccontano storie universali. Essi esprimono un ordine del mondo, tentando di mostrare la struttura organica ed universale del cosmo, costruendo degli archetipi di situazioni e di comportamenti che l’uomo deve mantenere di fronte a determinate situazioni.

 

Cosa ci può insegnare il mito di Noè e della sua arca riguardo al climate change? Da cosa ci può mettere in guardia il diluvio universale? Andiamo per gradi.

 

Ciò che i miti nel loro afflato religioso tentano di mostrare è un ordine del reale la cui infrazione viene prima o poi sanzionata e l'ordine ristabilito: è il caso particolare dei miti greci, dove abbondano i personaggi carichi di hybris – Prometeo, Aracne, Agamennone, Icaro, Sisifo, Tantalo –, personaggi la cui sfida alla divinità viene punita immancabilmente. Ma la hybris, come tentativo di ignorare quell’ordine del reale che il mito esprime, sta alla base anche della concezione di peccato – e di male in generale – della tradizione giudaico-cristiana: sono espressioni di hybris sia la ribellione dell'angelo Lucifero e la sua conseguente caduta, che il peccato originale di Adamo ed Eva e il conseguente esilio dal Paradiso Terrestre. Essenziale alla nozione di hybris è dunque la nozione di limite, di equilibrio con l’ordine del cosmo, che non deve essere rotto se non si vuole incorrere in una punizione. L’essere umano ha sempre tentato di esprimere questo ordine, prima tramite il mito, poi con quei valori incarnati dalla verità, dalla bontà e dalla bellezza – che tradizionalmente sono stati pensasti come espressioni razionali della conoscenza che l’uomo ha del cosmo.

Il mondo moderno sembra però aver dimenticato tutto ciò:

 

« Questo castigo, di un rigore geometrico, che punisce automaticamente l’abuso della forza, fu per eccellenza oggetto di meditazione presso i Greci. Costituisce l’anima dell’epopea; con il nome di Nemesi mette in moto le tragedie di Eschilo; per il Pitagorici, per Socrate e per Platone fu il punto di partenza per pensare l’uomo e l’universo. Tale nozione è diventata familiare ovunque sia penetrato l’ellenismo. Forse è questa nozione greca a sussistere, con il nome di kharma, in alcuni paesi orientali impregnati di buddhismo; ma l’occidente l’ha smarrita e nessuna delle sue lingue ha una parola per esprimerla; le idee di limite, misura, equilibrio, che dovrebbero determinare il comportamento della vita, hanno solo un uso strumentale nella tecnica. Siamo geometri solo dinanzi alla materia, i Greci furono innanzitutto geometri nell’apprendere la virtù. » (S. Weil, L’Iliade o il poema della forza)

 

Le nozioni di limite, e della giusta misura che da esso deriva, sono essenziali per il buon esercizio della virtù.

Come Simone Weil mette in luce, però, l’uomo moderno pare abbia dimenticato questa prospettiva. La sua rinnovata potenza tecnica, datagli dalla scienza, lo ha portato a dimenticare quei limiti naturali che ogni azione deve osservare per essere virtuosa, buona:

 

« Morto Dio, ai miseri titani non resta che intraprendere l’urbanizzazione del pianeta. » (Nicolás Gómez Dávila, Escolios a un texto implícito)

 

Dimenticando la lezione di innumerevoli miti, dimenticando il peccato originale e la sua instabile condizione di imperfezione, l’uomo contemporaneo vorrebbe ricreare il Paradiso terrestre, tentando invano di recuperare la perduta età dell’oro. Di fronte a questa pretesa, Gómez Dávila sentenzia ancora beffardamente:

 

« L’umanità attuale ha sostituito al mito di un’arcaica età dell’oro quello di una futura età della plastica. » (Escolios a un texto implícito)

 

I.K. Ajvazoskij, "Onda" (1889)
I.K. Ajvazoskij, "Onda" (1889)

 

Certo non è necessario fantasticare riguardo a quale astratto ordine metafisico sia andato distrutto, dato che l’occidente ha già da tempo seppellito quelle istanze metafisiche che portavano il nome di Dio – e con lui ha seppellito anche i valori.

Di fronte ad un’umanità che non riesce a percepire altro valore che quello materiale, è sempre più palese che quel valore materiale abbia dei limiti, e che si stia esaurendo sempre più velocemente. Da anni si parla del famoso Earth Overshoot Day, ossia del giorno dell’anno in cui l’umanità esaurisce le risorse che il pianeta Terra è in grado di generare in un intero anno. A cominciare dagli anni ’70, questa scadenza ha cominciato ad avanzare sempre più, fino al 2019, anno in cui è caduta il 29 luglio. Ciò significa che in poco più di metà anno, l’umanità consuma tutte le risorse che il pianeta è in grado di rigenerare, accumulando un debito con gli anni successivi. Questa tendenza si è invertita solo in questo 2020, quando l’Overshoot Day è caduto il 22 agosto, a causa del lockdown pressoché mondiale – e soprattutto dei Paesi ricchi – che ha ridotto i consumi.

 

È sempre più lampante come la nostra incapacità di concepire restrizioni, di darci limiti – ed infine, di virtù – ci stia portando alla rovina. Siamo immensamente più potenti di quanto lo siamo mai stati, talmente potenti che non ci è più possibile prevedere gli effetti delle nostre azioni. Una forza così smisurata non può che sovvertire completamente il rapporto che l’uomo ha da sempre avuto con la natura, e dunque la condotta che da quel rapporto veniva orientata. L’essere umano non si ritrova più ad essere un elemento che agisce in coordinazione con altre forze naturali, ma si ritrova ad essere superiore ad esse, ad essere – illusoriamente – il loro signore. Si genera così un rapporto antitetico tra l’uomo e il mondo, dove il mondo è mero strumento od oggetto al servizio del suo padrone. E ciò che è peggio è che l’uomo non si rende conto che in questa sua disposizione di fronte al mondo sta pianificando la sua propria rovina, perché, nonostante tutto, in questo mondo lui deve pur viverci. Sì, proprio come nell’hegeliana dialettica servo-padrone, l’uomo, pur essendo padrone, ha comunque bisogno del servo.

 

Tutto l’arco di questa storia viene concisamente narrato dal mito di Noè. «La terra era corrotta davanti a Dio e piena di violenza. Dio guardò la terra ed ecco essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra» (Gen. 6.11-12). La causa scatenante dell’ira di Dio è la condotta perversa degli uomini – una condotta tutt’ora perversa, perché l’uomo non si trova più inserito nell’equilibrio delle forze della natura, ma, soverchiando tutte le altre con la propria forza, è la causa del dissesto. Dio – che per noi potrebbe rappresentare la natura intera che si ritorce contro chi la trascura – riconosce però in Noè un «uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e [che] camminava con Dio» (Gen. 6.9), un modello di uomo, nella nostra allegoria, rispettoso della natura. La divinità manda allora il diluvio, estinguendo perfino i giganti – esseri simbolicamente potentissimi. Ma a Noè, uomo che ha saputo mantenersi nei propri limiti, che è riuscito ad essere all’altezza della propria umanità, Dio concede la salvezza, e a lui affida il compito di salvare gli altri animali e rigenerare la vita sulla terra.

 

Pare allora che il mito del diluvio universale possa dirci ancora molto sugli effetti della nostra hybris scatenata, ricordandoci i pericoli della nostra incuranza dei limiti della natura. La furia di una natura che nonostante tutto sarà sempre più potente dell’uomo, è sempre in agguato. La sua punizione per la nostra tracotanza, per la nostra incuranza del suo ordine, per la nostra avidità nel volerla sfruttare sembra che stia arrivando. Il climate change è la forma che sta assumendo questa punizione. Ed anche se probabilmente nessun Dio ci apparirà per ordinarci di salvare la vita sul pianeta, servirà forse un miracolo – o una vera catastrofe – perché avvenga un cambiamento reale nel nostro rapportarci con essa.

 

 24 dicembre 2020