La Vegetariana, riflessioni filosofiche su un'ascesi vegetale

 

La protagonista dello splendido romanzo coreano La vegetariana viene presentata come una donna mite, finché non decide di diventare vegetariana, una scelta che diventerà radicale fino al punto di perdere la vita. La protagonista è affetta da dissociazione o elevata ad una consapevolezza illuminata? L'esigenza di nutrirsi mette il filosofo davanti a un dilemma: è possibile vivere senza compiere il male o per evitarlo occorre necessariamente operare l'estremo distacco dal corpo?

 

 

La protagonista de La vegetariana (Han Kang, Adelphi 2007) Yeong-Hye, viene presentata da suo marito (prima sezione del romanzo) come una donna anonima, “obbediente”, devota, ma non particolarmente virtuosa e lui confessa di averla sposata proprio per questo.

Una notte, in seguito a un sogno, la donna apre il frigo e inizia a gettare tutta la carne e il pesce contenuti. Poi comunica al consorte e alla famiglia la sua scelta di diventare vegetariana. Suo marito non la prende neppure sul serio, i genitori la costringono a mangiare carne in un pranzo escogitato proprio per “riportarla all'ordine”. L'esperienza onirica l'ha però ormai condotta al distacco dalla realtà. O forse il sogno l'ha condotta alla vera realtà, quella del mistico, dove ogni cosa è connessa ontologicamente da una sola anima.

Una premessa sulle riflessioni che verranno condotte: in questa sede non si intende paragonare in alcun modo l'anoressia nervosa (disturbo complesso della sfera affettiva innanzitutto) e la scelta di essere vegetariani, ma analizzare quali sono i legami filosofici tra il rifiuto del corpo (e del male) nel romanzo e la ricerca di una trascendenza extracorporea, argomento capitale della filosofia. Inoltre, non si intende in alcun modo scoraggiare la causa del vegetarianismo; ciò che interessa in questa sede è il dilemma che s'inserisce tra il nutrirsi e lo sfruttare il pianeta e gli altri esseri, tra la necessità di alimentarsi e il male. Cosa significa nel romanzo la scelta di diventare vegetariana, portata fino all'estremo, fino allo stremo? Fino alla morte di sé (e del sé)?

 

Dell'alimentazione e del distacco

 

L'intreccio tra ascesi spirituale, digiuno e mortificazione del corpo è antichissimo nella letteratura sacra e in un certo senso universale. Basti pensare che Platone chiamava il corpo “prigione o tomba dell'anima” (Soma/Sema), e per molte correnti mistiche cristiane, islamiche, induiste e buddhiste, il corpo è ostacolo alla condizione di beatitudine (Moksa o Nirvana). Quello che dobbiamo tenere a mente è il fatto che il tentativo di distacco dal corpo non è mai lo scopo dei mistici e degli asceti, ma sempre e solo un veicolo e un ponte per l'unione con Dio. La funzione del rifiuto del corpo viene spesso equivocata: non è essa l'obiettivo del mistico, è solo il “metodo” per affinare la contemplazione e la partecipare alla beatitudine divina. 

Rifiutare il cibo significa respingere le leggi del corpo, gli obblighi della fisiologia, superare la finitezza, trascendere i limiti dello spazio e del tempo, tuttavia non potendo che restare nello spazio e nel tempo. Il mistico, come la vegetariana, freme nel suo spirito dissidente, nella sua smania ribelle cela una pretesa folle. «L'unico ambizioso serio è il mistico» scrisse N.G. Dávila in In margine a un testo implicito.

 

La vegetariana ignora le preoccupazioni della famiglia in merito alla sua dieta, diventa silenziosa e imperscrutabile, dimagrisce; fisicamente è debole eppure fiera; nel suo slancio apofatico, sente la Vita al di sopra di ogni predicato che cerchi di afferrarla. «Il più modesto balbettio mistico è più vicino a Dio che la Summa theologica» ci disse Emil Cioran nel suo Lacrime e santi.

La donna inizia ad imitare le piante cercando di trasformare la luce del sole in zuccheri: prova ad eseguire la fotosintesi alla finestra, con il petto scoperto e i capezzoli contro il vento o il vetro. Colpiscono le considerazioni circa il suo seno: è l'unica parte che ama di sé perché non è spigoloso, non può afferrare, infilzare, stritolare, mordere, fare del male. Il seno può nutrire, può dare vita, ma non può toglierla. Come fanno invece le unghie, i denti, la lingua e lo stomaco. Assistiamo all'intensa trasformazione interiore di Yeong-Hye in una pianta, all'ibridazione della donna con gli organismi a clorofilla. Il cognato (seconda sezione) ne è fortemente attratto e in qualche modo approfitta di lei mentre le disegna dei fiori sul corpo nudo per una video performance artistica. I due si fondono nell'amplesso di liane e arbusti che si avviluppano nell'umido dei loro boschi. Sarà la sua ultima espressione di erotismo e vitalità. Sappiamo che gli psicologi lavorano molto sullo stretto rapporto tra comportamenti della sfera alimentare e sessualità; diverse celebrazioni studiate da antropologi e etnografi per propiziare la fertilità vengono svolte attraverso un pasto rituale. Entrambe le attività, il nutrimento e la sessualità, sono volte al mantenimento della specie, entrambe procurano forte appagamento, entrambe hanno a che fare con le pulsioni del piacere, ma anche con l'educazione al controllo e alla privazione. La prima forma di amore che riceviamo quando nasciamo si concretizza nell'atto di venir nutriti (secondo la fisiologia umana allattati al seno). La capacità di un attaccamento affettivo sicuro, l'autostima, la percezione del proprio corpo e il contatto con i propri desideri, soprattutto sessuali, sono tutte espressioni di una stessa fluidità dell'energia vitale dell'individuo.

Lo stomaco tiene in vita l'individuo, la sessualità mantiene in essere la specie. Per questo nel Medioevo i catari raccomandavano la castità e la continenza della gola.

 

 

La vegetariana diviene così magra e ossuta da non potersi tenere in piedi e viene internata in un ospedale psichiatrico (terza sezione) per anoressia, nutrita in modo forzato e con sondini gastrici. La sua volontà di ritrarsi dal mondo, come alcuni fiori quando è buio, non viene compresa: è disorienta, terrorizza. Come accade al mistico, la medicina, la psichiatria e la società non comprendono questa sua fusione e la scambiano al contrario per schizofrenia.

Ma Yeong-Hye è divisa dentro se stessa come dicono i dottori o sta invece reintegrando la sua anima all'universo? È affetta da dissociazione o elevata ad una consapevolezza illuminata?

La mortificazione del corpo è solo il mezzo e non lo scopo dell'asceta, che è invece la rinuncia alla volontà. Lo scopo ultimo per lui non è la liberazione dal corpo, ma il deificarsi dell'anima. La storia, come il corpo, costringe ogni essere a nascere e morire, e per farlo a nutrirsi. Il mistico certo nasce e muore, ma la sua dimensione interiore è sempre altrove, è rivolta all'assoluto. Il mistico è un paradosso, un nichilista rovesciato. Il mistico mira a «godere la verità là dove l’angelo più elevato, la mosca e l’anima sono eguali» come scrisse Meister Eckhart nei SermoniBeati pauperes spiritu. Forse anche la protagonista del nostro romanzo è spinta a uscire della Storia per fare irruzione nell'Eterno?

 

Quella de La vegetariana sul piano psicologico è la storia di una donna affetta da disturbi del comportamento alimentare quale reazione alle violenze paterne: emblematico l'episodio del pranzo di famiglia durante il quale il padre le infila della carne in bocca e lei si taglia le vene. Ma sul piano filosofico si tratta di una rinuncia al mondo attraverso un'ascesi vegetale, una dissoluzione estatica nella vita “innocente” delle piante.

La sorella descriverà infatti la protagonista in fin di vita come una neonata, una creatura senza turbamenti maligni. La sua astinenza dal sangue la avvia fino al martirio, ad una sorta di trascendenza botanica. Sullo sfondo le immense foreste coreane che ruggiscono come belve, rampicanti rigogliosi e piogge che intrattengono la loro millenaria simbiosi selvatica con gli alberi. La potenza della natura, “fiamme verdi”, fusti imponenti, foglie sfolgoranti, chiome maestose che vegliano sulle città. Yeong-Hye si lascerà morire nella sua stanza, nell'asettico e lugubre manicomio dove è stata internata.

 

La Santa Anoressia 

 

La triade vegetarismo-anoressia-distacco si presentò spesso nell'agiografia cristiana e furono numerosissimi i santi che preferirono non cibarsi di esseri senzienti. Eusebio di Cesarea afferma che tutti i discepoli di Cristo si astenevano da carne. Tra i primi santi sicuramente vegetariani possiamo ricordare il turco Basilio Magno, autore di una tenera preghiera per gli animali, Gregorio Nazianzeno che pare si cibasse solo di lupini. San Clemente Alessandrino ammoniva: «I nostri corpi sono simili a tombe di animali uccisi». Per molti santi mangiare carne era considerato un vizio, una perversione che genera malessere e peccato. Per il mistico la scelta vegetariana ha due funzioni: quella caritatevole che oggi definiamo solidale, altruistica, interessata spontaneamente all'altro e quella di esercizio all'alterità; il mistico deve ricordarsi dell'altro, occuparsi dell'altro, per proseguire la sua opera di spoliazione di sé. L'altro, che sia umano o animale, lo esorta alla sua operazione di liberazione di se stesso, da se stesso.

Il “vero” mistico, però, non si cura neppure del bene, nemmeno dell'altro, perché deve perdere ogni desiderio e volontà.

 

Nel saggio di Rudolf Bell dal titolo La santa anoressia, l'autore esamina le analogie anagrafiche delle centinaia di sante come Caterina da Siena e Veronica Giuliani che in età medievale si mortificavano in continui digiuni, talvolta lasciandosi letteralmente morire di fame. Secondo l'autore esse smettevano di assumere il cibo più per ragioni sociali che di fede, in quanto unica forma di autoaffermazione per queste donne. Imporsi sulla famiglia, far valere le loro posizioni e volontà, ottenere rispetto in quanto martiri. Mostrarsi perfino superiori agli uomini, in quanto capaci di non piegarsi ai capricci del palato e della carne. Il rifiuto del cibo, secondo Bell, era insomma l'unica possibilità di ribellione alle convenzioni e al potere maschile, più che un'aspirazione alla trascendenza. Riflessioni certamente valide sul piano sociale, tuttavia monche di quel respiro spirituale e di quella portata metafisica che la filosofia richiede a se stessa. Anche la vegetariana (seppur in tutt'altro periodo e contesto) utilizza il digiuno per imporsi su un marito senza alcuna stima di lei e su una famiglia tirannica?

 

Un vero Distacco è impossibile?

 

Oggi, essere vegetariani (o più coerentemente vegani, in quanto anche la vita degli animali negli allevamenti intensivi è una vera e propria agonia) sembra essere un dovere sociale e ambientale ampiamente condiviso. Innanzitutto per ragioni etiche verso la dignità di ogni singolo animale, ma anche per via delle strettissime connessioni tra allevamento intensivo, inquinamento, cambiamento climatico, malattie cardiocircolatorie e diffusione di pandemie.

Le prove etologiche e cognitive a favore della capacità degli animali di provare emozioni e di stringere legami complessi, come pure le atrocità degli allevamenti intensivi e del macello, non possono più essere negate. Secondo un articolo pubblicato su BBC Future (https://bbc.in/31xZKhL), se tutti diventassimo vegetariani dal 2050, non solo risparmieremmo orrore e morti atroci agli animali di allevamento, ma vi sarebbe un drastico calo di emissioni di Co2, con benefici enormi per l'atmosfera del pianeta e il clima. Dalla ricerca emerge che ci sarebbero effetti economici positivi nei paesi ricchi e industrializzati, tuttavia nei paesi già poveri si verificherebbe in un primo tempo un grave incremento della povertà. Sempre secondo lo studio, attenersi alle linee guida sul consumo di carne dell'OMS (una, due volte alla settimana al massimo per quelle rosse) sarebbe già sufficiente a ottimizzare i benefici della carne e a ridurre il nostro impatto ambientale. Le implicazioni sono però innumerevoli, l'impatto antropico nella nostra epoca (chiamata infatti antropocene) è così capillare che anche se diventassimo tutti vegetariani, ci troveremmo comunque davanti ad altre difficilissime sfide ambientali. Infatti, anche la trasformazione delle praterie e foreste in campi coltivati, per aumentare le aree di produttività del suolo in risposta al fabbisogno di vegetali, è motivo di riduzione di foreste e biodiversità. 

I vantaggi ecologici e la portata etica della dieta vegetariana sono immensamente superiori alla dieta carnivora, eppure la dieta vegetariana (e vegana) non ci solleva definitivamente dallo sfruttamento degli animali: nel campo tessile e dell'abbigliamento, in quello cosmetico, dell'igiene e della medicina, dell'enologia perfino. L'intreccio tra capitalismo sfrenato, globalizzazione delle merci e disuguaglianze geografiche si annoda con il mercato alimentare. Appare quindi davvero difficile, oggi, compiere scelte profondamente etiche e responsabili che accordino il rispetto verso gli animali allevati, le specie in via di estinzione, gli ecosistemi, la salute e le persone. Ma per la vegetariana l'ambiente non è solo ecologia, è Creazione, è miracolo.

 

 

Il filosofo contemporaneo Andrew Smith è in un certo senso una voce inconsueta, infatti egli avanza l'idea che non si possa effettivamente essere vegetariani, nonostante lui stesso affermi di esserlo stato per vent'anni. Smith è professore di Filosofia alla Drexel University e autore del libro A Critique of the Moral Defense of Vegetarianism. Secondo questo accademico, anche cibandosi soltanto di vegetali si ingerirebbero scarti di animali morti che hanno fertilizzato il terreno e che quindi hanno contribuito alla nascita di ortaggi e frutta. Occorre prontamente obiettare a Smith che anche se non si possono escludere totalmente tracce organiche di animali dal cibo vegetale, la scelta di non favorire il mercato della carne e della sofferenza ha un effetto alquanto notevole. E dal punto di vista etico appare quantomeno goffo paragonare l'atto di mangiare una mela e quello di mangiare un animale senziente.

Tuttavia in questa sede ci interessa almeno accennare al legame ontologico e alimentare che unisce tutti gli esseri, dai batteri, ai funghi, agli animali, ai vegetali, fino agli animali umani. Questo legame sembra avere a che fare con il tema del male e del dolore, in quanto quella che viene chiamata in biologia “catena alimentare” si configura anche come catena di una prigionia metafisica (cattivo deriva da cattività, cioè prigionia) che obbliga drammaticamente gli esseri viventi a divorarsi a vicenda, ad essere cattivi. Una sorta di ruota cannibale dell'esistenza impone a tutti gli esseri di divorarsi a vicenda: molti funghi si nutrono delle carcasse nel terreno, le quali fertilizzano il suolo su cui crescono le piante, che verranno brucate dagli animali erbivori, i quali verranno poi predati dai carnivori, in un ciclo continuo che non possiamo interrompere e da cui non possiamo sottrarci.

 

L'uomo non è costretto a mangiare carne, ma la sua natura corporea lo costringe, come ogni essere (eccetto i vegetali da fotosintesi), a nutrirsi e quindi a coltivare, manipolare e in qualche modo distruggere. È bene non lasciare ambiguità e ripeterlo: l'uomo è l'unico essere che si trova nella posizione di poter scegliere quale etica alimentare adottare (infatti può essere onnivoro, vegetariano, vegano, fruttariano, ecc.), tuttavia è ontologicamente legato all'esigenza di nutrirsi e La vegetariana sembra avanzare l'idea che nutrirsi significhi in qualche modo fare del male. 

Si può vivere senza manipolare e distruggere il pianeta? Mangiare una mela è davvero un gesto “innocente”? Quella di Yeong-Hye ne La Vegetariana è una caduta nella follia come credono gli psichiatri e suoi parenti? Oppure un'elevazione che la libera dalla catena “bio-fagica” dell'esistenza come testimoniato da molti asceti e mistici? Uccidere per divorare, uccidere per restare al mondo: si può uscire da questo vincolo omicida senza rinunciare a vivere? Ci chiediamo, si può davvero vivere senza uccidere?

 

Il dilemma del romanzo sembra essere questo: si può restare al mondo e al contempo uscire da questa ruota cannibale dell'esistenza, che prevede che ogni creatura si nutra delle altre? È come se, in qualche modo, l'universo vivesse di un autodivoramento ontologicamente inevitabile. Forse per questo la protagonista sceglie di darsi la morte, per abbracciare la Vita. La vita che non ha bisogno di uccidere, che non ha bisogno del corpo e di cibarsi. 

 

30 marzo 2021