Atti sul linguaggio di Raymond Roussel - Michel Foucault nelle vesti del critico letterario

 

C’è un saggio a firma del grande filosofo francese Michel Foucault che, spesso assente o ai margini dell’elenco delle sue opere, rappresenta nondimeno un interessante détour nel suo percorso intellettuale che espande in maniera notevole le sue riflessioni su letteratura e linguaggio: si tratta de La morte e il labirinto, interamente dedicato all’opera e alla figura dello scrittore francese Raymond Roussel (1877-1933), considerato dai surrealisti un loro precursore. Pubblicato originariamente nel 1963, lo stesso anno di un testo foucaultiano seminale quale Nascita della clinica, La morte e il labirinto viene adesso ripubblicato in Italia da Mimesis Edizioni, a cura di Massimiliano Guareschi.

 

di Ludovico Cantisani

 

 

Il carattere di eccentricità del saggio all’interno del percorso autoriale di Foucault – Guareschi scrive di “insularità – era evidente e anzi rivendicato dallo stesso filosofo: come scrisse Foucault in Archéologie d’une passion, un’intervista con Charles Ruas datata 1983 e inclusa nella raccolta postuma Dits et écrits«il mio rapporto con il libro su Roussel e con Roussel è qualcosa di veramente personale, che mi ha lasciato ottimi ricordi. È un libro a parte nella mia opera. Mi fa piacere che nessuno abbia mai cercato di spiegare che il libro su Roussel era stato scritto in quanto avevo scritto un libro sulla follia e in seguito ne avrei scritto uno sulla storia della sessualità. Nessuno ha mai fatto attenzione a questo libro, e ne sono lieto. È la mia stanza segreta, una storia d’amore durata alcune estati. Nessuno ne ha saputo nulla».

 

Unico libro di tutta l’opera foucaultiana ad essere monograficamente dedicato a uno scrittore, La morte e il labirinto si inserisce in una seconda fase della riscoperta di Roussel dopo le celebrazioni, per certi versi a doppio taglio, da parte dei surrealisti tra anni Venti e Trenta – Roussel stesso non aveva mai espresso alcun apprezzamento per le avanguardie, e quando gli fu chiesto un parere sul movimento surrealista si limitò ad affermare di trovare Breton e i suoi accoliti “un po’ oscuri”, a dispetto della venerazione che gli accordavano. Nello stesso 1963 in cui veniva pubblicato La morte e il labirinto di Foucault, peraltro, anche Alain Robbe-Grillet aveva pubblicato all’interno del seminale volume Pour un noveau roman un suo articolo su Roussel. Michel Foucault aveva intercettato per caso le opere di Roussel, quando, di ritorno dalla Svezia nel attorno al 1958, aveva trovato in una libreria parigina una vecchia edizione de La Vue; folgorato dalla lettura, iniziò a scrivere un articolo su Roussel per la rivista Critique, che si trasformò presto in un vero e proprio libro a causa della mole delle riflessioni che la figura e l’opera rousseliane stavano innescando nel filosofo. Se è vero che, come riporta anche Massimiliano Guareschi nella sua introduzione all’edizione italiana, le tre direttrici tematiche principali del pensiero di Michel Foucault si possono riconoscere nel problema della follia, nel problema della sessualità e nel problema del linguaggio, l’indagine sull’opera di Raymond Roussel è un’ellisse che ha come fuochi il primo e il terzo snodo tematico. La morte e il labirinto è peraltro il testo di Foucault più vicino alle inquietudini esistenziali e letterarie di Maurice Blanchot.

 

Il confronto con l’opera di Raymond Roussel rappresenta per Michel Foucault una straordinaria occasione di riflessione sul linguaggio in quanto tale. «Riportato alla distruzione di sé che è anche la casualità della sua nascita, il linguaggio aleatorio e necessario di Roussel disegna una strana figura: come ogni linguaggio letterario si presenta come distruzione violenta della ripetizione quotidiana; tuttavia, si mantiene indefinitamente nel gesto ieratico di questo assassinio», scrive Foucault in una delle pagine più dense del saggio. Il modo in cui Roussel costruisce l’intelaiatura linguistica e verbale dei suoi scritti «per sua natura è ripetitivo. Parlando, per la prima volta, di oggetti mai visti, di macchine mai concepite, di piante mostruose, di inferni che Goya non avrebbe mai immaginato, questo linguaggio nasconde con cura il fatto di dire solo ciò che è stato detto. O piuttosto, lo ha svelato solo all’ultimo momento nella dichiarazione postuma, aprendo così, con la morte volontaria, una dimensione interna al linguaggio a opera del linguaggio stesso, e della sua resurrezione a partire dallo splendore polverizzato del suo cadavere».

 

L’opera di Raymond Roussel insomma, da Mon Âme e Le Doublure, ambientato al Carnevale di Nizza, fino alle controverse pièces teatrali degli ultimi anni della sua vita, con i suoi continui calembour e una tecnica studiatissima di associazioni verbali da far invidia a Freud, segna agli occhi di Foucault una manifestazione dello strapotere del linguaggio nei confronti del reale: «tutto avviene come se il ruolo del linguaggio consistesse nel manifestare, sdoppiandolo, ciò che è visibile e nel mostrare, in questo modo, che esso per essere visto deve essere ripetuto dal linguaggio; solo la parola radica il visibile nelle cose. Ma da dove deriva la parola il suo potere, dal momento che è dipinta sulla cartapesta del carnevale? Non è forse analoga a una maschera che si automoltiplica, dotata, come lo strappo di uno sguardo, dello strano potere di fare vedere la maschera, di sdoppiarla nel momento stesso in cui manifesta il suo essere semplice?». Nei libri di Roussel, «siamo alla ricerca di pure forme», scrive Foucault, «quello che conta, negli interstizi del linguaggio, è la parte sovrana dell’aleatorio, il modo in cui è evitata dove domina, ma esaltata nel luogo della sua oscura sconfitta». Affrontando il poeta e scrittore connazionale che fu precursore riconosciuto del Surrealismo non meno che della Patafisica, a ben vedere il linguaggio stesso di Michel Foucault cambia, calibrandosi sul soggetto, si fa più barocco, più immaginifico, rendendo La morte e il labirinto un modello di prosa e di critica letteraria per certi versi più profonda, sul piano delle riflessioni, degli scritti dello stesso Roussel che il saggio del 1963 voleva indagare.

 

Particolare rilevanza assume nell’analisi di Foucault il testo Comment j’ai écrit certains de mes livres, destinato da Roussel stesso per una pubblicazione postuma, che, «offrendo una chiave che disinnesca il gioco, disegna un enigma di secondo livello». Il testo autoriflessivo di Roussel sulla pratica della sua scrittura e il suo percorso autoriale – recentemente ripubblicato in Italia da Castelvecchi insieme a Il doppio, a cura di Marco Bruni – solo in apparenza scioglie l’enigma sul linguaggio di Roussel: come commenta Foucault, «Comment j’ai écrit certains de mes livres è dopo tutto uno dei ‘suoi libri’: il testo del segreto svelato non ha forse un suo specifico segreto, messo a nudo e occultato allo stesso momento dalla luce che getta sugli altri?». Scrivendo un testo auto-esegetico quale è Comment j’ai écrit certains de mes livres, «in un certo senso l’atteggiamento di Roussel è opposto a quello di Kafka, ma altrettanto difficile da decifrare»; ma Roussel non ha avuto un Max Brod che, contravvenendo al suo esplicito diktat, ne risollevasse in maniera postuma le sorti letterarie. 

 

Raymond Roussel, da ragazzo, dopo il fiasco editoriale de La Doublure, aveva avuto un crollo tale da finire in cura presso Pierre Janet; il celebre psichiatra descrisse il suo caso clinico in De l'angoisse à l'extase occultando il nome dello scrittore con lo pseudonimo di Martial, alludendo a Martial Canterel, protagonista di Locus Solus, un romanzo che Roussel, superando la crisi psicologica e creativa che lo aveva colto a cavallo tra Ottocento e Novecento, pubblicò nel 1914. Nella fase tarda della sua vita, i sogni di gloria di Roussel trovarono a stento conforto negli elogi sperticati che gli tributarono i surrealisti dagli anni venti in poi, mentre i suoi testi per il teatro suscitavano ilarità e scompiglio; ma è proprio grazie alla prima generazione di cultori di matrice surrealista – Breton, Cocteau, Aragon, Leiris, Éluard, e successivamente anche Georges Perec – e poi, all’interesse suscitato dai suoi testi in Foucault e nel gruppo del Nouveau roman, che adesso il nome di Raymond Roussel è bene o male riconosciuto come quello di un significativo sperimentatore di inizio Novecento. Proprio in termini di confronto tra diverse generazioni di cultori di Roussel è interessante evidenziare la reazione che suscitò il saggio di Foucault nell’antropologo e scrittore Michel Leiris, che aveva subito l’attrazione per l’Africa proprio in occasione di una rappresentazione di Impression d’Afrique di Roussel e che aveva conosciuto personalmente lo scrittore tanto più che suo padre peraltro era l’agente di cambio della facoltosa famiglia Roussel. Poco tempo dopo la pubblicazione de La morte e il labirinto, nonché del saggio di Robbe-Grilliet su Roussel, Michel Leiris senza fare nomi affermò che «mi irritano tutte le cose che gli vengono attribuite, non aveva una lucidità del genere, non aveva un progetto filosofico. Era, in un senso non dispregiativo, un innocente… Oggi, con il pretesto di celebrarlo, gli viene sminuita o negata proprio la sua meravigliosa innocenza».

 

Anche in Italia l’opera di Raymond Roussel nella seconda metà del Novecento ha trovato una sua nicchia di cultori, grazie al ruolo ricoperto sul piano storico-critico da Sergio Solmi, Giorgio Manganelli, Giovanni Macchia ed Umberto Eco, e, sul piano narrativo, da Gianni Celati e Italo Calvino, che riconobbero l’influenza del francese sulla loro prosa, pur mantenendo Roussel nella categoria dello scrittore per scrittori. Ancor di più importante per ravvivare il ricordo dell’autore de Le Doublure e Locus Solus nella nostra penisola fu Leonardo Sciascia che, dedicandogli il breve “giallo storico” Atti relativi alla morte di Raymond Roussel – uno primi libri pubblicati dalla Sellerio all’inizio della sua storia editoriale nel 1971, adesso ristampato dall’Adelphi –, concentrandosi però sul suo misterioso decesso a Palermo nel 1933, e liquidando abbastanza sbrigativamente le presunte qualità della scrittura di Roussel.

 

Raymond Roussel (1877-1933)
Raymond Roussel (1877-1933)

È proprio sulla morte di Roussel che si può tentare un confronto tra Foucault e Sciascia. Roussel terminò la sua vita all’Hotel des Palmes di Palermo, il 14 luglio 1933, per un’intossicazione da barbiturici. La morte fu ufficialmente attribuita a un’overdose di sonniferi, senza lasciare biglietti o spiegazioni, e resta tuttora incerto se si sia trattato di suicidio o di un incidente. Ancora più enigmatico rimase il ruolo rivestito in quei giorni da Charlotte Fredez, amante pare platonica, governante e persona di fiducia che lo aveva accompagnato in Sicilia e che a Palermo dormiva nella stanza accanto alla sua. Ricordando i dettagli della scena che si presentò agli occhi della Fredez, del personale dell’albergo e della polizia italiana quel lontano giorno del 1933, Foucault commenta semplicemente ma evocativamente che «la morte, il chiavistello e l’apertura chiusa formeranno, in quell’istante e senza dubbio per sempre, un triangolo enigmatico in cui l’opera di Roussel ci viene allo stesso tempo concessa e rifiutata».

 

La lettura foucaultiana della morte di Roussel non si ferma alla mera ricostruzione fattuale dell’evento, ma ne coglie la dimensione simbolica e strutturale: il suicidio o l’incidente, in sé, diventano una “chiave” che apre e al tempo stesso chiude l’accesso all’opera. Foucault non è interessato a stabilire una verità criminologica, ma a interpretare la morte come un “atto linguistico” che ricapitola il paradosso centrale di Roussel. La morte, nella sua chiusura definitiva, non dissolve il mistero, bensì lo cristallizza: è l’ultimo enigma che conferma l’idea che l’opera rousseliana sia costruita sulla soglia di un significato sempre rinviato. Il triangolo enigmatico tra morte, chiavistello e apertura chiusa diventa allora un’immagine paradigmatica: il linguaggio, come la morte, non permette di accedere a un centro stabile, ma solo a un “labirinto” in cui l’uscita è sempre un’illusione. In questo senso, l’evento mortale non è un’appendice alla scrittura, ma la sua eco più profonda: la morte è l’ultimo “calembour” rousseliano, una parola che, al pari di un gioco di doppio senso, si svela solo nella sua impossibilità di essere pienamente decifrata.

 

Leonardo Sciascia, il cui libretto su Roussel è più in linea con il resto della sua produzione rispetto al carattere di eccezionalità ed estemporanea che assume La morte e il labirinto nell’opera di Foucault, non si lascia sedurre dall’orizzonte metafisico del linguaggio che invece aveva attratto il filosofo francese: l’indagine di Sciascia su Roussel è invece un’indagine sul reale e sul sospetto, un “giallo storico” che vuole recuperare l’evento nella sua concretezza; il passato letterario di Roussel è chiaramente un motivo di fascino, ma il centro della trattazione sciasciana restano le circostanze del decesso, in un luogo geograficamente periferico per la civiltà letteraria internazionale, ma in un momento fatidico per la storia italiana ed europea. In Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, la morte diventa un caso da ricostruire, una scena da interrogare, un mistero che richiede una spiegazione, anche se questa resta, per forza di cose, incompleta. Sciascia non cerca il labirinto del linguaggio, ma la trama del potere, dell’errore, dell’ombra umana. Il suo sguardo, più “terreno”, tende a smontare l’aura di grandiosità che circonda la figura di Roussel e a restituirlo al suo lato più fragile: l’artista che non trova ascolto, l’uomo che non riesce a spiegarsi, il genio che muore in una stanza d’albergo senza lasciare parole definitive. La morte di Roussel, per Sciascia, non è un “testo” da interpretare, ma un caso da narrare: il mistero non si dissolve perché non è il mistero a contare, ma la realtà della vita che, anche quando si chiude senza spiegazioni, continua a chiedere di essere raccontata – e verbalizzata. Concentrandosi, a distanza di neanche dieci anni l’uno dall’altro, il francese sull’opera e l’italiano sulla morte di Raymond Roussel, Michel Foucault e Leonardo Sciascia hanno elevato questo oscuro personaggio delle lettere francesi allo status di simbolo che la letteratura porta sempre con sé, quando si impertica in una sfida alle convenzioni sociali che attenta al linguaggio stesso. 

 

24 marzo 2026