Tragiche risate

 

Per una risata di gusto, non prendiamoci troppo sul serio; ma non prendiamo troppo per gioco ciò che deve essere preso sul serio.  

 

di Simone Basso

 

"Sciocco che ride" in un dipinto olandese del 1500 circa
"Sciocco che ride" in un dipinto olandese del 1500 circa

 

Riuscire a definire, e ancor di più comprendere, che cos’è l’umorismo è un’impresa difficoltosa. Il riso è un carattere del comportamento particolarmente sviluppato nell’essere umano (pur essendoci alcuni studi che hanno evidenziato come possa essere presente anche in certe altre specie animali). Per approcciarsi al tema è utile sottolineare l’importante ruolo che il “ridere” può assumere nelle attività di ogni giorno. Le risate possono essere di molti tipi e possiedono diverse funzioni nelle interazioni tra gli uomini: un leggero sorriso di compiacimento è diverso da una sonora sghignazzata divertita, o da un riso che può essere forzato, accondiscendente, formale, ansioso, eccOgni risata non può essere compresa senza considerare la situazione nella quale si verifica, e, nello specifico, senza considerare come, chi ride, si stia relazionando con il mondo che lo circonda. I motivi per i quali si ride e il tipo di umorismo infatti variano a seconda del luogo, del tempo, della cultura. Ecco allora che dietro una risata e alla sua causa scatenante, che esplode proprio in un certo momento e luogo, si cela e affiora, non solo chi sia il ridente, ma spesso anche le caratteristiche dell’epoca e della società intera nella quale vive. Se quindi dietro una risata c’è un mondo che si nasconde, appare chiaro che tanto ci dicono le ragioni e le sfumature delle nostre risa quotidiane.

 

L’umorismo nasce da una scintilla in grado di svelare il volto inaspettato di un accadimento: una frase, un comportamento, una situazione in grado di porre sotto una nuova luce, una certa rappresentazione che ci si era costruiti fino a quel momento possono esaltarne o ridimensionarne il significato. L’umorismo viene scatenato anche da un solo elemento capace di cogliere alla sprovvista e mettere in discussione una certa visione data per scontata, o che, al contrario, fino ad allora non era stata considerata; offrendo così l’opportunità di scoprirne una migliore. Può divenire umoristico l’evento e l’oggetto, o la narrazione di questi, che distorcono il senso comunemente accettato di intenderli o di parlarne, proponendone una maniera alternativa di “vederli”. Una scintilla che illumina l’imprevisto e l’irriverente lato nascosto dell’oggetto a cui siamo volti, che credevamo di conoscere. L’umorismo può emergere da un gioco di parole, dal rovesciamento di alcune situazioni o luoghi comuni (ad esempio nella vignetta di una buccia di banana che scivola dopo aver calpestato un omino) oppure come associazione paradossale tra oggetti solitamente afferenti a contesti distanti (Babbo Natale che fa gli auguri da una spiaggia in costume), o ancora può nascere dal porre in evidenza, il dato per scontato, che fino a quel momento era stato taciuto, e facendo sviluppare da ciò delle situazioni esilaranti. Anche il celebre metodo socratico comprende la fase dell’ironia, la quale aveva la funzione di stimolare la nascita della necessità, nel discepolo, di una conoscenza maggiore, viste ed evidenziate le carenze argomentative messe in luce nel corso delle discussioni. 

 

Ma cosa ci dicono le nostre risate sul mondo al giorno d’oggi? Cosa distingue una buona risata da una meno buona? Il fenomeno è estremamente vario e complesso. Osservando il modo di ridere nel tempo però, è possibile scovare un legame stretto delle risa con la società odierna. È interessante soffermarsi su quali siano gli oggetti verso i quali si rivolgono le nostre risate. Rispetto a tempi addietro sembra che oggi si possa ridere di tutto. Una risata va sempre bene perché tanto non fa male a nessuno, si sostiene. E chi non concorda è perché si prende troppo sul serio.

 

Affrontiamo quindi il particolare modo di scherzare, diffusosi e sviluppatosi in tempi relativamente recenti: il black humor. Definiamo, qui, come humor nero quella forma di umorismo che si sviluppa a partire da temi solitamente non trattati in maniera tale da far ridere, o perché considerati troppo importanti o perché tabù: la morte, la guerra, la malattia, gli stereotipi, la religione, la sessualità ecc. Tale forma di umorismo si realizza quando al tema “intoccabile” viene accostato un elemento – sia esso una frase, un particolare contesto, una musica – che suscita ilarità e opposizione al comune sentire dell’argomento cui si accompagna. Non tutto questo genere di umorismo ha come mira l’abbattimento cieco di ogni norma costituitasi. L’approccio ad un tema “solenne” attraverso l’utilizzo di un tono leggero può avere diversi risvolti, a seconda dell’utilizzo che se ne fa. Se ciò avviene nel luogo appropriato, nel tempo e nel modo adatti, con la giusta misura tra sfrontatezza e pudore, l’effetto sarà tragicomico. In esso l’ilarità del risvolto comico accompagna e mette in evidenza il retroscena tragico della situazione nel suo complesso, alla quale siamo coinvolti e partecipi empaticamente; un connubio che, se ben miscelato, ottiene come effetto un’esaltazione reciproca delle due componenti, e un dissidio nell'individuo. Nasce così quello che Pirandello chiamò il sentimento del contrario. Nel soggetto davanti al quale va in scena il tragicomico la riflessione sorge di necessità. La contrapposizione dei sentimenti infatti è netta, e chiama in causa due forti emozioni che scontrandosi nell’unità dell’individuo, scompongono la comoda posizione del quieto sentire fino ad allora consolidatosi. Proprio da questo scontro interno l’umana ratio è chiamata a rimettere ordine, a comprenderne le ragioni e a esplorare quel luogo profondo da cui tali sentimenti son sorti, approfondendo la situazione tragicomica che gli sarà apparsa davanti agli occhi.

 

Iconica "cavalcata" sulla bomba H. Scena del film "Il dottor Stranamore"
Iconica "cavalcata" sulla bomba H. Scena del film "Il dottor Stranamore"

 

Come in cucina, gli ingredienti del tragico e del comico devono essere proporzionalmente calibrati per ottenere un preparato di buon gusto. Il primo non deve eccedere, onde evitare di porre nient’altro che un piccolo scherzo all’interno di un contesto drammatico, rovinando così l’intera catarsi del momento a causa di un intermezzo frivolo. Né il secondo deve eccedere il primo per non sminuire e ridicolizzare la serietà e l’esistenziale importanza del tema che si sta trattando. 

 

Purtroppo proprio di questo secondo tipo di ridicolizzazione sembra compiacersi e in esso trovare divertimento l’epoca attuale. Quando il contrasto suscitato dal coinvolgimento emotivo al dramma non viene messo in risalto, si assiste alla cancellazione dell’elemento tragico, e dunque alla messa in ridicolo dello stesso. Rimane isolata la componente che intendeva essere "umoristica", la quale viene lasciata “libera” di affrontare allo stesso modo gli argomenti più disparati senza limite e senza ritegno alcuno, banalizzando tutto ciò che tocca. In tutta risposta ai vecchi moralismi, per i quali serietà e massima compostezza erano d’obbligo in ogni situazione, l’uomo postmoderno non ha trovato altra risposta che contrapporre una buffoneria in ogni dove. Per mostrare la propria “libertà” nei confronti di qualunque forma di ritegno e regola comunemente rispettata, si è iniziato a ridere di tutto. Nello specifico, a ridere malamente proprio di quegli oggetti che più di altri meriterebbero cura ed attenzione. Risate che non hanno altro fine se non di mostrare il proprio non-scopo. Per chi si diletta in tale umorismo non vi è l’intenzione infatti di denigrare, né vi è l’intenzione di offendere o rafforzare pregiudizi e stereotipi: niente di tutto questo, è solo una battuta, si afferma. Uno “scherzo” che dà luogo ad una risata che però rimane vuota perché scaturita dalla volontà di infrangere una regola più che da quella di edificare una riflessione. Nessun contrasto messo in evidenza, nessuna esame, nessuna ponderazione dunque, ma solo l’amaro di un gioco durato troppo ancorché appena cominciato.

 

 

Se dunque è vero che, quando utilizzato con arguzia, l’umorismo può rivelarsi un ottimo strumento per dare l’avvio ad una riflessione nuova ed edificante; è altrettanto vero che in assenza della giusta cautela, del giusto indirizzo verso cui procedere, la risata diviene l’arma con cui, apparentemente divertiti, tra risa sguaiate, annientiamo qualunque fondamento sul quale muovere il passo successivo del nostro cammino. 

 

Concludiamo con una citazione di David Foster Wallace tratta da un articolo presente nel libro Considera l’aragosta, in cui discute dell’umorismo, con particolare riferimento alla letteratura di Kafka.

 

« Il presupposto da cui si parte è che la comicità di Kafka dipende da una sorta di letteralizzazione radicale di verità solitamente trattate come metaforiche. […] Ed è questo, credo, che rende l’umorismo di Kafka inaccessibile a ragazzi che sono stati addestrati dalla nostra cultura a concepire le barzellette come intrattenimento e l’intrattenimento come rassicurazione. Non è che gli studenti non «colgano» l’umorismo di Kafka, è che abbiamo insegnato loro a concepire l’umorismo come una cosa che si coglie – proprio come abbiamo insegnato loro che il sé è una cosa che, semplicemente, si ha. Non stupisce che non riescano ad apprezzare l’ironia che è davvero al cuore di Kafka: e cioè che lo sforzo mostruoso di affermare un sé umano risulta in un sé la cui umanità sarà inscindibile da quel mostruoso sforzo. Che il nostro infinito impossibile percorso verso casa in realtà è già casa. »

 

1 marzo 2019