I critici dell'Occidente sono filoputiniani?

 

In queste settimane assistiamo alla tendenza a catalogare come filoputiniani coloro che critichino toni, politiche, leader dell'Unione Europea, della Nato o comunque vicini al blocco atlantico. L'elenco degli accusati è stato lungo fin dalle prime fasi e da ultimo si è aggiunto anche un insospettabile come il direttore di «Limes», Lucio Caracciolo. Per non incorrere nell'anatema l'analisi non deve andare (molto) oltre la ripetitiva constatazione che «c'è un aggressore e c'è un aggredito» (ieri è stata la volta di Enrico Mentana). Ovvio, no? No.

 

 

L'«Internazionale» del 14 aprile 2022 titola: Il secolo autoritario; e l'immagine di copertina mostra Putin, Orbán, Erdoğan, Xi Jinping e Modi. L'articolo corrispettivo al suo interno – a firma di Gideon Rachman, del «Financial Times» – titola invece: L'era dei tiranni. Tolto Trump, gli stessi capi di Stato sulla scena del 2018, quando il termine caldo su cui si ruotava il dibattito in Italia era fascismo.

 

 

Tali leader ripropongono alcune delle dinamiche – ovviamente differentemente declinate rispetto al passato – che filosofi, scienziati e intellettuali nel corso della storia hanno cercato di denunciare proponendo via via delle alternative, all'interno della cornice teorica che andavano meditando, sviluppando, aggiustando. Non solo: ci sono state nella storia delle congiunture favorevoli in cui alcuni elementi auspicati si sono realizzati; e abbiamo avuto negli ultimi due secoli una tendenza riconoscibile di miglioramento – anche se pagata a prezzo di lotte asprissime –, computata in termini di acquisizione di diritti politici, sociali e civili – tendenza spezzata però dall'abisso infernale della seconda Guerra dei Trent'anni (1914-1945), quel lungo periodo che abbraccia le due guerre mondiali.

 

Tutto questo è accaduto mentre filosofi, scienziati e intellettuali andavano corrodendo e abbandonando quell'impianto teorico – o una parte consistente di esso – entro cui gli sforzi dei predecessori antichi e medievali erano pervenuti. Un fenomeno che continua e che ha conosciuto diversi appellativi – relativismo, nichilismo, postmoderno – e dal quale un'adeguata credibile teorizzazione dei diritti umani non può prescindere.

 

Lo shock della seconda Guerra dei Trent'anni, la paura della minaccia nucleare nel cotesto della Guerra fredda, l'indebolimento delle potenze europee hanno favorito politiche che hanno comunque potenziato quella tendenza al miglioramento.

 

Tutto ciò è però poco, rispetto a quanto possiamo sperare di ottenere, rispetto alle potenzialità dell'umanità. Viviamo in un mondo inimmaginabile per quasi tutta la storia degli esseri umani; non è assurdo sperare che molto di più sia possibile rispetto all'esistente, rispetto allo stato globale attuale. Ma sappiamo pure che non possiamo escludere che si possa peggiorare e cadere, terribilmente e indefinitamente.

 

La copertina del «Time» del 3 maggio 2018
La copertina del «Time» del 3 maggio 2018

 

Affinché ciò non accada bisogna avere bene presente in che cosa sia consistito quel miglioramento, come lo si possa potenziare e far perdurare: è fondamentale la ricostruzione storica e l'analisi delle scienze sociali.

 

Questo discorso implica che tirannidi, dispotismi, dittature, assolutismi, totalitarismi siano il lato peggiore che noi occidentali siamo riusciti in parte a superare. Nel superamento del lato peggiore consisterebbe anche il maggiore benessere dei gruppi umani che ora lo non abbracciano.

 

Per questa ragione spesso rivolgiamo critiche all'Occidente anche quando vi sia chi fa peggio di noi. Perché solo nel potenziamento e nell'esercizio dei suoi aspetti migliori c'è la speranza che il benessere attuale non regredisca e che la consapevolezza di essi possa farsi sempre più globalizzata.

 

È nell'esercizio e con l'esempio dei diritti, nonché del benessere loro congenito, che possiamo sperare di scalzare la logica violenta dell'autoritarismo nelle sue varie forme; forme ben presenti – talvolta lievemente, talvolta invasivamente – nelle politiche e nelle società occidentali. Dobbiamo guardaci dall'alimentarle, dall'esacerbarle; dobbiamo guardarci dal difendere l'Occidente servendocene, perché così non lo difenderemo e non lo preserveremo: così lo renderemo più simile al proprio passato e a coloro dai quali si sente minacciato.

 

Per questo critichiamo Biden, Draghi, Di Maio, Zelensky, ecc. e dobbiamo continuare a farlo, massicciamente e pacatamente – di certo non perché vogliamo vivere nella Russia di Putin o nell'Iraq di Saddam o nella Libia di Gheddafi o nell'Afghanistan dei talebani; ma perché vogliamo vivere in uno Stato migliore di quelli guidati da Biden, Draghi, ecc. Cioè in Stati che si allontanino ancor più dall'autoritarismo e creino in prospettiva quelle condizioni che favoriscano negli Stati autoritari un processo che consenta di scoprire nel riconoscimento dei diritti umani non una minaccia, ma la potenzialità del loro benessere e della loro identità.

 

 15 aprile 2022