Il capitalismo: una palla al piede

 

L’idea che la ricerca del profitto possa essere un incentivo che favorisce il cambiamento in meglio della società è una credenza di cui disfarsi quanto prima.

 

di Simone Basso

 

Zilda, "Il vento pesa quanto le catene"
Zilda, "Il vento pesa quanto le catene"

 

Tra i difensori del capitalismo vi è chi sostiene che esso sia il modo più certo per assicurare un progresso sia economico che sociale, in quanto il mercato (inteso come l’insieme delle scelte dei consumatori rispetto ad un determinato bene o servizio) garantirebbe il successo del prodotto migliore o del processo produttivo più efficiente. Nella logica di quello che viene chiamato da costoro “buon capitalismo”, il mercato sarebbe in grado, nel tempo, di garantire la diffusione del prodotto migliore. Per raggiungere questo risultato verrebbe utilizzata, come metro di misura, la propensione all’acquisto da parte della popolazione. Tale propensione garantirebbe il successo ai prodotti che vengono ritenuti in grado di rispondere ai bisogni più diffusi, inducendo a migliorare o a far fallire quelli che non vengono comprati e di cui non si riesce a mantenere la produzione. Quando si parla di migliorare il capitalismo, ci si riferisce all’intenzione di superare alcuni problemi che emergono nelle società, sfruttando e influenzando la sua stessa logica, che è la continua ricerca del profitto maggiore. Si prenda ad esempio la questione della sostenibilità ambientale dei prodotti: l’idea è quella di influenzare il mercato in modo tale da rendere più vantaggioso produrre certi beni invece che altri ipoteticamente promuovendo un processo di produzione più sostenibile invece che uno più inquinante. L’intenzione è quindi di rendere i prodotti più inquinanti poco profittevoli anche da un punto di vista economico, in modo tale da farli scomparire o ridurne massicciamente la presenza nel mercato perché insostenibili. A tali condizioni, quindi, si ritiene che il mercato per sopravvivere e per continuare a fare profitto dovrà “innovarsi”: ed ecco che il modo in cui lo farà, sarà visto come un progresso prodotto dal mercato stesso. Alcune modalità utilizzate per orientare l’andamento del mercato (ad esempio rispetto a questo tema) sono: la promulgazione di leggi in materia ambientale, l’incremento della tassazione sui beni inquinanti o sui prodotti con un processo poco sostenibile, gli incentivi all’acquisto di prodotti sostitutivi, le sovvenzioni alle produzioni più efficienti, la sensibilizzazione sociale volta a demotivare l’acquisto di certi beni, ecc.

 

I sostenitori del capitalismo ritengono questo sistema economico e sociale come il modo più efficiente per garantire un continuo progresso e miglioramento della società. Dietro questa opinione si cela però un errore di fondo, un’ingiustificata sovrapposizione di significati che consiste nell’identificazione del mercato come causa del miglioramento avvenuto. 

 

Di fronte ad un certo problema – si pensa – il mercato risponde mettendo in atto una soluzione alternativa, un nuovo metodo di produzione o inventando un nuovo prodotto. Ma essendo l’intento del mercato quello di incrementare il profitto, la soluzione ricercata dallo stesso non sarà il miglior modo per risolvere il problema emerso, bensì essa sarà il miglior modo per continuare a fare il maggior profitto nonostante il problema emerso, ovvero assecondando quella serie di stimoli esterni che hanno inteso influenzarlo (tasse, incentivi, ecc.). Questa differenza, pur apparendo di poca rilevanza, ha delle implicazioni molto significative. Ne deriva invero che il beneficio di un progresso non è da attribuire alla ricerca del profitto; infatti, anche qualora si verificasse che – rimanendo nell’esempio fino ad ora utilizzato – un processo di produzione inquinante non venisse più messo in atto perché economicamente insostenibile, tale risultato positivo sarebbe la conseguenza dei condizionamenti esterni al mercato che ne hanno determinato un ri-orientamento. Ad intervenire in questo riorientamento possono essere, come si è visto, fattori politici, culturali, ecc., i quali, acquistando sempre maggior rilevanza nel dibattito pubblico, arrivano ad ottenere di influenzare le condizioni a cui il mercato deve adeguarsi per continuare a fare profitto. 

 

Sergio Michilini “Acqua e catene” (1980)
Sergio Michilini “Acqua e catene” (1980)

 

Spesso si ritiene che non abbia importanza come si arrivi ad una soluzione, ma che ciò che conta sia trovarla. Si scorda però che due o più azioni per quanto possano apparire a prima vista uguali, non lo sono affatto se il loro fine è diverso. L’intenzione con cui si ritiene di agire non è qualcosa di esterno rispetto all’azione compiuta, ma ne caratterizza inevitabilmente la sua essenza, sortendo effetti sulle conseguenze che da quell’azione deriveranno. Non è di poco conto allora sottolineare che le innovazioni del mercato sono l’adattamento del sistema produttivo al raggiungimento dei propri interessi; e non la ricerca della soluzione migliore o del miglioramento in senso generale. Certo, questo adeguamento da parte del mercato può corrispondere ad un’innovazione produttiva, ma, mossa dalla ragione del profitto, tale innovazione non è affatto garante di alcun miglioramento e, ancor meno, del miglior modo per superare il problema emerso. Giacché, quando la strategia perseguita per superare un problema ha come fine il profitto, l’intenzione non è quella di fare in modo che il problema non si ripresenti oppure che non ne sorgano altri, bensì di aggirare le limitazioni che al momento impediscono il perpetuarsi dell’interesse. 

 

Si prenda il caso ipotetico in cui fattori politici intervenissero nel mercato proponendo un forte incentivo all’utilizzo di prodotti alternativi ad uno inquinante. Qualora venissero individuate due possibili soluzioni, non verrebbe prediletta la migliore rispetto a tutte le possibili considerazioni (cioè all’insieme delle conoscenze e riflessioni che si sono sviluppate), ma quella in grado di garantire il maggior profitto, ovvero con minori costi di produzione e con prospettive di guadagno più elevate. Ricercare una soluzione per un miglioramento in senso generale significa tentare di ricomprendere nella propria valutazione quante più argomentazioni e riflessioni possibili, e quindi considerarle a seconda di quanto possono essere rilevanti rispetto al tema che si sta affrontando. Ricercare una soluzione in vista di un incremento del profitto significa invece limitare il proprio sguardo ad una soluzione che ricomprenda solo le variabili per le quali è osservabile un significativo riscontro economico. Il primo tipo di ricerca si rivolge alla totalità delle possibili considerazioni da fare, il secondo invece è interessato solo ad una parzialità. In altre parole guardare al profitto significa ridurre l’orizzonte degli elementi tenuti in considerazione, aprendo così alla possibilità che nuovi problemi ancora peggiori, seppur già sollevati, non vengano affatto tenuti da conto. Rivolgersi alla totalità non significa trovare la soluzione perfetta, ma quella che nelle condizioni date è da ritenersi la scelta migliore. Al contrario, da una ricerca che si rivolge dichiaratamente solo ad una parte delle possibili considerazioni sarà utopistico aspettarsi un miglioramento in senso generale, dal momento che avrà escluso a priori buona parte delle motivazioni che le si potrebbero opporre. 

 

Il problema di questa riduzione di argomenti da tenere in considerazione è enorme in quanto svaluta conoscenze e riflessioni che, anche se già sollevate, non corrispondono ad un maggior guadagno. Finché non sarà l’illogicità del sostegno alla ricerca del profitto ad essere messa in discussione, ogni argomento che non abbia un riscontro economico, per quanto sensato, sarà messo a tacere. Ed è esattamente quanto è avvenuto e continua ad avvenire! È proprio l’aver trascurato tutte quelle ragioni che non favorivano un incremento del profitto ad aver alimentato l’acuirsi di molti problemi.

 

Ad esempio, come si è andati a sviluppare il grave problema ambientale se non, appunto, escludendo dalla valutazione fattori che, finché la situazione non è diventata molto grave, non trovavano un riscontro economicamente vantaggioso? È stato proprio il non essersi rivolti alla totalità delle conoscenze, delle valutazioni, dei pensieri formatisi, ma solo alle conseguenze che andavano ad intaccare il profitto che ne sarebbe derivato, a far sì che si arrivasse alla situazione attuale. È fondamentale comprendere che questa non è la conseguenza di qualcosa che non si conosceva, ma è la conseguenza della riduzione del proprio sguardo: dalla totalità delle conoscenze di cui si dispone, alla parzialità delle variabili aventi un riscontro economico. Come pensare di trovare soluzioni limitandosi a riorientare l’andamento del mercato senza proporsi di smettere di guardare alla parzialità dell’“economicamente vantaggioso”? Come pensare ad un miglioramento reale senza l’intenzione di voler ricomprendere il più possibile la totalità dei pareri, dei pensieri, degli argomenti che si ritengono validi? 

 

Fin dall’antichità la necessità di un equilibrio tra uomo e natura è stato tematizzato. Poi negli ultimi 200 anni con l’avvento del capitalismo la situazione è andata fuori controllo: a nessun “discorso”, né ad alcuna argomentazione è stato prestato ascolto in quanto, per quanto potesse aver senso, non trovava alcun riscontro economico. 

 

A ciò si somma un carattere ostinato e ciecamente conservatore del libero mercato, lontano dall'essere un motore di sviluppo, come pretenderebbero i suoi difensori. Da decenni infatti il problema è noto: prima messo in luce da alcune minoranze, negli anni ’60-’70, poi da studi sempre più argomentati. La necessità di un intervento viene espressa già nella Prima conferenza Mondiale sul clima a Ginevra nel 1979, e successivamente ampiamente ribadita negli anni ’90 (Trattati di Rio de Janeiro nel ’92, Mandato di Berlino, Protocollo di Kyoto nel ’97, ecc.) fino ad arrivare agli ultimi 10-15 anni in cui la consapevolezza del problema si è estremamente diffusa. Eppure la lentezza e l’esiguità delle misure adottate, ancora oggi, di fronte a questioni di cruciale rilevanza, è disarmante. Certamente questo dipende anche dalla difficoltà dei singoli individui di adoperarsi per cambiare le proprie abitudini e i propri comportamenti, ma il mercato, anche in quest'occasione, rivela il suo carattere ostinatamente refrattario ad ogni reale confronto che esuli dal suo bieco interesse. 

 

 

Il fatto che il mercato sia composto da individui che hanno un interesse intrinsecamente connesso alla vendita dei loro prodotti e che da tale profitto dipenda anche il lavoro e il benestare di moltissime persone e di interi settori produttivi, implica che in quelle occasioni in cui emerge un problema che necessiterebbe di una modifica sostanziale della produzione da cui deriverebbero meno profitti – o addirittura la cancellazione di determinate produzioni –, venga messa in atto una ostinata resistenza al cambiamento. La ragione sta nel fatto che tanto maggiori sono gli interessi e il giro economico di alcune fette di mercato, tanto più questi interi settori hanno potere nell’influenzare le politiche degli stati – i quali, in regime capitalistico, necessitano nelle loro economie della presenza di capitali e investimenti privati – nonché l’opinione pubblica. In sostanza quello che viene sollevato non sarà dunque un confronto su quale possa essere la soluzione migliore, bensì uno scontro tra le diverse parti in gioco, interessate a tutelare il proprio tornaconto. Come si può pensare che da un dibattito di questo genere possa essere trovata una soluzione che sia realmente il modo migliore in cui affrontare il problema emerso?

 

Da ciò emerge il carattere eminentemente anti-democratico del mercato. All’apparenza il successo o meno di un prodotto nella competizione, a seconda della scelta “libera” dei consumatori, sembra essere espressione “democratica” delle preferenze della maggioranza. La distorta credenza che questo meccanismo sia in qualche modo espressione di democrazia, deriva dalla pressoché totale incomprensione di questo termine. La democrazia infatti, come più volte messo in luce negli articoli della Gazzetta filosofica, non si riduce ad essere l’affermazione della individualistica preferenza di una maggioranza, ma al contrario è, in breve, il confronto stesso attraverso cui di volta in volta si costruisce l’accordo. In realtà quindi tale sistema cela il più bieco conservatorismo, in quanto essendo interessato primariamente al profitto, tenterà di opporsi al cambiamento che non gliene garantisce altrettanto, al di là della ragionevolezza degli argomenti messi in discussione.

 

Di conseguenza anche tutte quelle parti della popolazione che dipendono da settori di produzioni inquinanti, saranno poste di fronte alla crisi del proprio comparto qualora si decidesse di tentare di influenzare in tal senso il mercato attraverso fattori esterni. Crisi che, come sempre accade, colpiscono più duramente proprio coloro che già si trovano in difficoltà. Ecco allora che per costoro il sostegno a quello che viene individuato essere un cambiamento auspicabile diventa un’opzione da evitare il più possibile. Se questi sono i termini della scelta, l’educazione al miglioramento che la società propone non è certo favorita. Come può essere favorito a comprendere la profondità di un certo problema chi rischia di trovarsi in crisi e senza lavoro, proprio a causa di quello che gli viene descritto come un “cambiamento in meglio” della società? Non ci si stupisca poi che l’individuo non riesca a comprendere l’importanza del bene maggiore perseguito nel favorire certe politiche, oppure che vi opponga resistenza, se viene messo in una situazione drammatica proprio nel nome di quel bene. 

 

Thomas Cole, "Distruzione" (1836)
Thomas Cole, "Distruzione" (1836)

 

Appare in conclusione come il ruolo del mercato sia estraneo al progresso dell’umanità così come alla vera democrazia. Insomma, la credenza che l’assetto economico e politico capitalista possa aver in qualche modo favorito lo sviluppo di una società migliore in questi ultimi due secoli, non è affatto scontata. Al contrario – ammettendo che in questi duecento anni si sia assistito, per alcuni aspetti, a dei miglioramenti – appare più sensato sostenere che essi non siano avvenuti “grazie al capitalismo”, bensì «nonostante il capitalismo!»  – come affermato nell’articolo I giganti della distruzione e il banditismo capitalistico

 

Un meccanismo dannoso, di cui disfarsi quanto prima, in favore della predilezione di un confronto rigoroso –  e in questo senso democratico – che abbia come orizzonte la totalità e la complessità delle conoscenze, unica via per un reale riconoscimento di quale sia la strada che l’umanità debba intraprendere per migliorarsi.

 

24 aprile 2020