Sul confronto democratico al tempo della pandemia

 

Pandemia, pandemia delle mie brame chi è il meno democratico nel reame? Tu, mio esperto, e tu da solo: senza dati la discussione non deve iniziare, con i dati la fai terminare.

 

 

Nel libro di Roberto Burioni La congiura dei somari. Perché la scienza non può essere democratica si legge un passaggio che pone una questione assai dibattuta in questo mese di dicembre, a partire dalle affermazioni del direttore del telegiornale di La7:

 

« Mi onoro di non avere mai ospitato nei tg che dirigo nessun esponente dei no vax. A chi mi dice che così impongo una dittatura informativa, o una censura alle opinioni scomode, rispondo che adotto la stessa linea rispetto ai negazionisti dell’Olocausto, ai cospirazionisti dell’11 settembre, ai terrapiattisti, a chi non crede allo sbarco sulla luna e a chiunque sostiene posizioni controfattuali, come sono quelle di chi associa i vaccini al 5G o alla sostituzione etnica, al Grande Reset, a Soros e Gates o scempiaggini varie. Per me mettere a confronto uno scienziato e uno stregone, sul Covid come su qualsiasi altra materia che riguardi la salute collettiva, non è informazione, come allestire un faccia a faccia tra chi lotta contro la mafia e chi dice che non esiste, tra chi è per la parità tra uomo e donna e chi è contro, tra chi vuole la democrazia e chi sostiene la dittatura. »

 

La posizione del virologo e immunologo Burioni è analoga:

 

« Però, se si parla di argomenti scientifici, un giornalista deve dare spazio anche a chi racconta bugie? Siamo sicuri che, quando si tratta di scienza, tutte le opinioni abbiano la stessa dignità? Se una trasmissione parla di viaggi interplanetari è giusto mettere sullo stesso piano il direttore della NASA e un astrologo dell’hinterland milanese? In altre parole: se un giornalista organizza una tavola rotonda sulla discriminazione razziale, è giusto invitare al microfono, e dare spazio e voce, quindi anche pubblicità, a un neurologo pazzo che sostiene che «secondo la sua esperienza» le persone che hanno un colore della pelle diverso sono meno intelligenti dei bianchi?

Questa non è un’opinione! Questa è una bugia, una cosa palesemente e notoriamente non vera, ed è anche molto pericolosa, perché qualcuno, ascoltando questa menzogna, potrebbe convincersi che le cose stanno così – perché l’ha letta su un giornale, ascoltata alla radio, o seguita in televisione – e da quel momento discriminare il suo collega per il colore della pelle, cosa che nessuno di noi si augura debba accadere. […]

Dunque, è precisa responsabilità dei giornalisti, delle reti, e soprattutto del servizio pubblico, chiamare a parlare persone competenti, come peraltro si è usato fare fino a qualche anno fa. »

 

La questione è senz'altro importantissima, ma è non è risolvibile se non sono chiare e risolte altre questioni che stanno a monte e che sono, quindi, ancor più fondamentali.

Innanzitutto rileviamo un paradosso: coloro che sostengono che su ciascun tema debbano pronunciarsi solo gli specialisti – ovvero i competenti, coloro che hanno studiato per anni la materia –, sono proprio coloro che si pronunciano su temi che esulano dalla loro competenza specifica: il virologo Burioni si esprime – tramite social, tv, saggistica – su temi di sociologia, epistemologia, filosofia politica, ecc.

 

Stando a quel che dice Burioni, dovremmo dargli del somaro, del bugiardo perfino, ed escluderlo dal confronto democratico. Però noi riteniamo l'opposto e quindi non gli daremo né del somaro, né del bugiardo e, nondimeno, lo prenderemo sul serio.

 

Roberto Burioni
Roberto Burioni

 

Sentiamo la tesi centrale del libro:

 

« La scienza non è democratica, ma, come vedremo meglio più avanti, tutti possono dire la loro, a patto che quello che affermano sia sostenuto da dati. »

 

L'asserzione suona plausibile, ma a soffermarcisi un istante suona paradossale: come si fa a sostenere una tesi senza basarsi su dei dati, su qualcosa che sia fattuale? Chi si pronuncia su una questione inevitabilmente ha in mente dati, ovverosia fatti, esperienze, casi, episodi. Semmai, i dati potranno essere ritenuti parziali e, così, portare a tesi errate; ma proprio in questo consiste sempre e comunque l'errore: nella parzialità della propria conoscenza, delle informazioni che vengono considerate. Dunque, escludere qualcuno dal dibattito perché non avrebbe dati, comporta che si tracci un discrimine che è non scientifico, ma retorico.

 

Non va meglio per l'affermazione di Mentana, secondo il quale non bisogna dare voce a chi «sostiene posizioni controfattuali, come sono quelle di chi associa i vaccini al 5G o alla sostituzione etnica, al Grande Reset, a Soros e Gates o scempiaggini varie». Anche qui i dati, i fatti non possono di certo essere assenti, ma, semmai, essere insufficienti. O si può far riferimento ad altri dati e fatti, che suggeriscono, a loro volta, ulteriori dati e fatti – il che significa precisamente: altre teorie, altre tesi, altre interpretazioni, altre verità.

 

Enrico Mentana
Enrico Mentana

 

Allora, non è possibile stabilire chi debba accedere al dibattito sulla base della presenza o dell'assenza di fatti: perché questo secondo caso non si dà mai; non è possibile stabilirlo nemmeno su fattori quali il numero, la scelta, la rilevanza dei dati: perché tali fattori li stabilisce solo la teoria, ovvero la visione complessiva dei dati, la quale ne rende conto.

 

Detto altrimenti: è nella teoria, quale emerge nel confronto scientifico, che si comprendono e si organizzano i dati, se ne considera la rilevanza, se ne ricercano di ulteriori, e così via.

 

Queste considerazioni sono state ampiamente sviluppate dall'epistemologia del Novecento, non sono di certo una novità. Chi con arroganza spacci il discrimine del dato come ovvio presupposto per un dibattito, assume un atteggiamento non dissimile dagli arroganti che vorrebbe combattere. E ciò che ne risulta è grave, perché non sa che il metro con il quale esclude dal dibattito non è quello che crede di impiegare: non si tratta infatti di dati contro opinioni, di fatti contro teorie, ma sempre e comunque di opinioni contro opinioni, teorie contro teorie: le quali nel confronto esibiranno il loro grado di fattualità, verificabilità, coerenza, ecc.

 

Alla fine, così, semplicemente, si esclude chi non condivida la propria teoria, la propria interpretazione della situazione. È nei confronti di posizioni dissidenti tout court che si finisce per essere antidemocratici, anche se si crede in buona fede nel criterio aprioristico – ma in realtà solo retorico – del dato, come ha esplicatamene affermato il giornalista Antonio Caprarica alla trasmissione «Dritto e rovescio»:

 

« Il dibattito democratico deve arrestarsi davanti ai fatti. »

 

Insomma, dagli esperti del dibattito democratico, ricaviamo: se non si hanno dati, il dibattito non deve iniziare; se li si hanno, deve finire.

 

Lo scrittore, ex parlamentare e magistrato, Gianrico Carofiglio, alla trasmissione «di Martedì» ha asserito:

 

« io ovviamente non discuto con questa gente, come un fisico teorico non si metterebbe a discutere con un uomo della strada sul contenuto di un'equazione quantistica […], rispetto agli imbecilli ho un atteggiamento sprezzante. »

 

Al che, il giornalista Bruno Vespa ha glossato in questi termini: «io sono un liberale, rispetto le opinioni di tutti, ma, insomma, mi pare che si sia superato il limite», sorridendo e annuendo alla suggestione del conduttore Giovanni Floris: «il maestro dei liberali diceva: “sì, tollerare tutti tranne gli intolleranti”», peraltro sbagliando la posizione di Karl Popper, a cui si riferiva, che verrebbe etichettata dai suoi ospiti come fake news o bufala, quando invece è un semplice errore in buona fede di un non esperto, che ha tutto il diritto parlare, di sbagliarsi, di confrontarsi e di essere corretto.

 

Dove sarà condotto infine chi abbia questo approccio, seguendone la logica? Se dapprima sarà indotto a pensare di escludere i dubbi e le obiezioni di chi abbia posizioni complessivamente più lontane dalle proprie, successivamente si troverà ad escludere anche le perplessità e le critiche di chi vi sia più vicino, limitando il dibattito democratico a qualsiasi livello, come ha suggerito l'ex presidente del consiglio Mario Monti alla trasmissione «In onda»:

 

« nel caso di una pandemia […] bisogna trovare delle modalità meno... – posso dire? – meno democratiche secondo per secondo nella somministrazione dell'informazione. »

 

Mario Monti
Mario Monti

 

Così, pochi giorni dopo, anche il microbiologo Andrea Crisanti è stato accusato di irresponsabilità, di fare passare un messaggio no vax per aver avanzato la necessità di cautela nell'ipotesi della somministrazione dei vaccini ai bambini, come egli stesso spiega alla trasmissione «L'Aria Che Tira».

 

In questi mesi si è creato un pregiudizio fortissimo nei confronti di chiunque abbia sollevato critiche o perplessità alle politiche adottate: fossero esse nei riguardi dei vaccini (dalla pericolosità di AstraZeneca ai vaccini per i bambini) o del Green pass (dalla sua estensione alla sua versione rinforzata). E quasi mai – forse mai? – si è potuto assistere a un dibattito serio e argomentato, anche in prospettiva, magari con precisi riferimenti agli studi chiamati in causa (questa prassi è del tutto sconosciuta, anche se sarebbe facilmente applicabile, servendocisi dei siti web e dei social per rintracciare gli studi menzionati).

Questo atteggiamento è riuscito ad unire figure usualmente agli antipodi, come Bersani e Salvini.

 

Alla trasmissione «di Martedì» il filosofo politico Andrea Zhok ha avanzato le seguenti critiche sulle politiche del governo Draghi, sulla base di dati (anch'essi – dicevamo – discutibili, da integrare, confutare, eccetera).

 

« Il Green pass si basa su tre assunti. Il primo assunto è che chi si vaccina protegge il prossimo e mette in sicurezza gli ambienti che frequenta: questo è falso; è falso perché chi si vaccina protegge in una certa misura se stesso, ma è contagioso e può portare la medesima carica virale dei non vaccinati. Il secondo assunto è che il profilo di rischio dei vaccini anti Covid al momento presenti sia identico al profilo di rischio dei vaccini tradizionali: questo è falso e abbiamo dati consolidati che lo dimostrano. In terzo luogo: l'idea che vaccinando a tappeto si possa ottenere un'immunità di gregge ed eventualmente una eradicazione del virus; e questo è di nuovo falso. Togliendo questi tre assunti casca completamente l'impianto del Green pass e la questione è cruciale: è una questione di politica sanitaria. »

 

La risposta dell'onorevole Bersani non ha sfiorato minimamente il merito delle questioni, asserendo che la filosofia deve occuparsi d'altro – di astrazioni, comunque, non di morti –, senz'altro non di libertà, perché a quella ci deve pensare la Costituzione e la Corte Costituzionale; in ogni caso non di vaccini, dei quali devono occuparsi solo gli esperti. Eccola.

 

« Parlasse di filosofia però. Se parliamo di Foucault, Deleuze, Guattari e di controllo sociale, allora discutiamo di filosofia; però io la inviterei a considerare – se posso, eh – a considerare... io la vedo a rovescio: questa operazione, che è un po', certo, di controllo, ma è anche di partecipazione e di condivisione, è una rimonta sulla società di controllo. E, in ogni caso, qui non stiam parlando di filosofemi: noi abbiamo cento morti anche ieri, va bene? Bon. Allora, quanto alle nostre libertà, noi abbiamo una carta costituzionale che descrive e presidia le nostre libertà. Abbiamo una corte costituzionale che deve dirci se gli atti di governo e parlamento sono conformi alla Costituzione: chiudiamola lì, chiudiamola lì. E sui vaccini, lasciam parlare chi ne sa. Eh perbacco. »

 

Il senatore Salvini, invece, ad un'ipotesi sul prossimo Presidente della Repubblica alla trasmissione «Controcorrente», ha risposto:

 

« Ma guardi non commento le ipotesi: non mi pagano lo stipendio gli italiani, che mi pagano lo stipendio, per commentare ipotesi o fare filosofia o teoria. Mi pagano per cercare di aiutarli sul lavoro, sulla scuola e sulla salute. »

 

Pier Luigi Bersani
Pier Luigi Bersani

 

Fare filosofia significherebbe proprio considerare il singolo problema nella sua complessità, in ciò che implica, negli scenari che apre, rivolgendosi dunque al massimo della concretezza. Ognuno dovrebbe aspirare ad un tale orizzonte ed ognuno può capire ed affrontare i problemi quanto più si collochi in una tale prospettiva. Non è detto che vi riesca meglio chi ha una formazione di studi filosofici, ma di certo l'aspirazione di ogni formazione specialistica è quella di acquisire una visione di insieme che la conduca ad essere appunto filosofica. Sia Bersani che Salvini hanno mostrato l'assenza di tale consapevolezza e hanno liquidato le posizioni avversarie come “filosofia”, evitando così il confronto nel merito e disprezzando quell'approccio che li renderebbe adeguatamente politici, concretamente.

 

Di nuovo. Coloro che invocano il permanere all'interno della propria competenza specifica, sprezzanti, pretendono di circoscrivere le competenze dei loro interlocutori, e, nel fare ciò, entrano nella sfera di competenza altrui, uscendo dalla loro.

 

E che chi abbia formazione filosofica possa sbagliarsi nei casi singoli è ben possibile, ma che la filosofia politica non abbia a che fare con la politica e le sue scelte, e che la filosofia del diritto non abbia a che fare con il diritto costituzionale e i diritti e le libertà, questo – ciò che intendono Bersani e Salvini – ha dell'incredibile anche ad una riflessione superficiale.

 

Critiche, perplessità, opposizioni alla gestione della pandemia hanno mostrato di aver colto nel segno, inequivocabilmente. A cominciare da quelle rivolte alle dichiarazioni del Presidente del Consiglio Mario Draghi alla conferenza stampa del 22 luglio 2021, quando annunciò l'introduzione della prima versione del Green pass, diffondendo una notizia falsa estremamente grave e un conseguente senso di sicurezza ingiustificato nei vaccinati.

 

« Il Green pass è una misura con cui gli italiani possono continuare a esercitare le proprie attività, a divertirsi, ad andare al ristorante, a partecipare a spettacoli all'aperto, al chiuso, con la garanzia però di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose. »

 

Senso di sicurezza continuamente alimentato nelle settimane e nei mesi seguenti, per esempio dalle esternazioni del ministro dell'istruzione Patrizio Bianchi, che annunciava lezioni a scuola senza mascherina in caso di classe composta da studenti tutti vaccinati.

 

Mario Draghi e Patrizio Bianchi
Mario Draghi e Patrizio Bianchi

 

Un senso di sicurezza affiancato da un disprezzo nei confronti dei non vaccinati, ritenuti irresponsabili, colpevoli della diffusione del virus. La percezione che si diffondeva era di vaccinati altruisti, votati alla comunità, e di non vaccinati meritevoli di rimanere confinati in casa prima e di dover subite il fastidio e la spesa dei tamponi poi.

 

Ne abbiamo lette e sentite delle più varie.

 

« Propongo una colletta per pagare ai no-vax gli abbonamenti a Netflix per quando, dal 5 agosto, saranno agli arresti domiciliari chiusi in casa come dei sorci. » (Roberto Burioni)

 

« Non sono disposto a prendermi il coronavirus per uno stronzo che non si vaccina. […] Ti fai portare dal rider di Bologna a casa le cose, con l'auspicio che ti sputi su quello che tu mangi, in questo caso, pure. Io me lo auguro. » (David Parenzo)

 

« Qual è la logica geniale del Green pass? O ti vaccini […] o ti fai il tampone. I tamponi sono un costo psichico: fatevi infilare nel naso fino al cervello i cotton fioc lunghi... ecco il costo psichico; e un costo monetario: 50 euro; più il costo organizzativo. » (Renato Brunetta)

 

Quel ministro Brunetta che il 4 dicembre avrebbe dichiarato:

 

« Col Super Green pass avremo un Natale totalmente aperto. Nessuna restrizione per i vaccinati per le attività sociali, culturali e del tempo libero e consumi da boom economico. »

 

Per poi smentirsi di lì a poco con una serie di misure anche per i vaccinati – tra cui, finalmente, le mascherine FFP2 e i tamponi – innanzi alla continua crescita dei contagiati.

 

Tutto questo nonostante i ripetuti moniti che venivano rivolti già in estate, da Crisanti alla virologa Maria Rita Gismondo.

 

« Il vaccino […] non protegge dal contagio, quindi non deve passare il messaggio che Green pass e... liberi tutti: […] non è così. » (Maria Rita Gismondo)

 

Ribadendolo a più riprese.

 

« […] noi abbiamo avuto delle gravi carenze, io più volte ho parlato della mancanza di terapie, in tutto questo periodo parlare di terapia è stato qualcosa di impossibile e chi ne ha parlato come me, auspicando che si autorizzassero terapie, è stato crocifisso. Siamo vissuti in un fanatismo dei vaccini, che sono utili, che ci hanno salvato vite, pare che si siano evitati 12 mila decessi con i vaccini ed è giusto che ci si vaccini, ma una errata comunicazione li ha raccontati come sicuri al 100%, nessun effetto collaterale, funzioneranno e ci faranno uscire, ha dato poi una serie di delusioni perché è un virus che muta e ha varianti, abbiamo visto che i vaccini non sono il toccasana definitivo che noi auspicavamo, quindi non avremmo dovuto aspettare, per esempio, che i monoclonali fossero rifiutati due volte dall’Aifa per essere autorizzati e dopo s’è dovuta muovere tutta la comunità scientifica per mettere l’Aifa nella necessità di accettarli, lei sa che sei milioni di dosi di monoclonali andavano in scadenza e li abbiamo regalati alla Bulgaria anziché utilizzarli sui nostri pazienti? Quante vite avremmo potuto salvare? […] i vaccini non evitano il contagio, e in alcuni casi non sono efficaci neanche per la malattia, quindi le cure servono anche per i vaccinati. »

 

Per dover infine constatare:

 

« Il Green pass ha creato una confusione, facendo anche aumentare i contagi, perché la gente ha confuso il vaccino con il tampone, che sono due misure efficaci ma completamente diverse: la gente ha detto “beh, ho il Green pass, mi tolgo la mascherina, faccio quello che voglio; non è così... infatti sono arrivata qua e mi sono fatta il tampone, giustamente. Infatti, oltre ad essere vaccinata per me stessa, devo essere sicura di non infettare gli altri. »

 

Bruno Vespa
Bruno Vespa

 

A proposito di attenzione ai dati, il giornalista Bruno Vespa, a novembre replicava ad alcune obiezioni sui contagi:

 

« Io me ne frego dei bollettini suoi. »

 

Per poi mostrare inorgoglito di ritenersi non contagioso perché vaccinato con terza dose e replicando così all'obiezione della sua comunque possibile contagiosità:

 

« Ah sì? Perché dopo la terza dose devo farmi il tampone? Va beh, lascia perdere; non abbiamo punti in contatto. »

 

A quanto pare ora sul tampone non ne ha più nemmeno con il CTS ed il governo, viste le misure che prevedono il tampone anche per il vaccinati.

Peraltro, prima di queste affermazioni, l'aveva buttata anch'egli “in filosofia”:

 

« Come diceva il nostro maestro americano Walter Cronkite, la verità è sfuggente, stiamo ai fatti. »

 

Ecco, la verità sulla pandemia non saranno certo pochi fatti isolati dalla complessità a restituircela, perché gli stessi fatti senza una adeguata comprensione si rivelano degli errori, dei fatti falsi, qualcosa che dunque non deve essere presupposto. Qualcosa che non deve mai diventare un pretesto per escludere da quella capacità di confronto democratico in cui consistono considerevolmente la scienza e la politica, e della quale esse si sono rilevate – una volta di più – molto povere.

 

 28 dicembre 2021

 








  • Canale Telegram: t.me/gazzettafilosofica